Canada tra dazi USA, “tentazioni territoriali” e Cina: e se l’Europa offrisse un’ancora (quasi) naturale?
Nelle ultime settimane il rapporto Ottawa–Washington è tornato a essere una linea ad alta tensione. Da un lato, i dazi statunitensi che colpiscono merci canadesi non coperte dalle regole USMCA (con aliquote citate fino al 25%, e una fascia ridotta al 10% per alcune categorie come energia e potassa fuori preferenza) hanno riaperto un contenzioso commerciale che il Nord America credeva archiviato.
Dall’altro, nello stesso clima politico sono riemerse dichiarazioni e posture “espansive”: non solo l’ossessione americana per la Groenlandia – con minacce tariffarie e discussioni pubbliche su come “acquisirla” – ma anche la retorica (già sentita) del Canada “51° Stato”, che a Ottawa viene letta come pressione politica oltre che provocazione.
In questo quadro, la notizia che ha fatto più rumore non è un viaggio “della Cina in Canada”, bensì l’opposto: la visita del premier canadese Mark Carney a Pechino (gennaio 2026), con l’obiettivo dichiarato di diversificare e ridurre la dipendenza economica dagli Stati Uniti, e con accordi preliminari di cooperazione in più settori.

La domanda scomoda: perché il Canada deve scegliere solo tra USA e Cina?
Se l’asse commerciale con gli Stati Uniti diventa più instabile, e l’opzione cinese porta con sé rischi geopolitici, tecnologici e di sicurezza, allora la vera domanda è: perché non costruire una terza gamba strategica? E qui entra in scena l’Europa.
L’idea provocatoria – “chiediamo al Canada di entrare nell’UE” – è perfetta per aprire il dibattito, ma va detta con chiarezza: oggi è giuridicamente quasi impossibile, perché i trattati UE prevedono l’adesione per “uno Stato europeo”.
Ma proprio perché l’adesione formale è fuori portata, l’Europa potrebbe ragionare su qualcosa di politicamente più realistico: un’integrazione rafforzata (commerciale, industriale, tecnologica e persino di mobilità) che trasformi il Canada nel partner “quasi interno” del mercato europeo.
Perché il Canada è “europeo” più di quanto la geografia ammetta
Qui sta il punto che spesso si sottovaluta: le affinità sociali e culturali Canada–Europa sono enormi, e non sono folclore; sono infrastruttura di fiducia.
- Istituzioni e cultura politica: democrazia parlamentare, primato del diritto, tutela delle minoranze, welfare e sanità pubblica come pilastri condivisi con gran parte dell’Europa.
- Bilinguismo e pluralità culturale: l’inglese lo lega al mondo anglosassone europeo (UK/Irlanda e affinità con Nord Europa), il francese lo connette direttamente alla tradizione continentale e alla Francofonia.
- Radici sociali e familiari: una parte sostanziale della popolazione canadese discende da migrazioni europee (Regno Unito, Francia, Italia, Portogallo, Europa dell’Est, Scandinavia), con reti associative, comunitarie e professionali che ancora oggi fanno da ponte.
- Università, ricerca, arti: scambi accademici e scientifici, coproduzioni culturali, circuiti editoriali e festival rendono l’Atlantico meno largo di quanto sembri.
- Valori regolatori: su privacy, consumatori, sostenibilità e standard industriali, il Canada spesso dialoga più facilmente con Bruxelles che con Washington.
In breve: il Canada “assomiglia” all’Europa per architettura sociale, sensibilità pubblica e cultura dei diritti, molto più di quanto assomigli a un modello di deregulation aggressiva.

Che cosa potrebbe fare davvero l’UE (senza cambiare i trattati domattina)
L’Europa e il Canada hanno già una base: un rapporto economico strutturato (CETA) e una lunga cooperazione politica. Il salto di qualità potrebbe essere un “pacchetto Canada–UE” con 5 pilastri:
- Mercato e industria: aggiornare e approfondire le regole su standard, appalti, servizi digitali, riconoscimento qualifiche.
- Energia e materie critiche: accordi di lungo periodo su idrogeno, uranio civile, nichel/cobalto/terre rare, con filiere trasparenti e sostenibili.
- Difesa e sicurezza economica: protezione delle catene del valore, screening sugli investimenti sensibili, collaborazione NATO-UE dove possibile.
- Mobilità: più visti di lavoro “leggeri”, corsie per ricercatori e studenti, programmi di scambio strutturali.
- Finanza e resilienza: strumenti comuni per attenuare shock tariffari e ritorsioni, e un coordinamento diplomatico più stretto sulle dispute commerciali.
Un messaggio politico: non è “anti-USA”, è “pro-autonomia”
La narrativa giusta non è “staccarsi dagli Stati Uniti”, ma evitare la dipendenza unilaterale. I dazi e la retorica muscolare (Groenlandia, pressioni tariffarie sugli alleati, “51° Stato”) hanno già prodotto un effetto concreto: spingono Ottawa a cercare alternative.
Se l’Europa non vuole che lo spazio venga riempito solo da Pechino, deve offrire un’opzione credibile.
E allora sì: “Canada nell’UE” come slogan è impraticabile. Ma “Canada con l’Europa” come scelta strategica è più sensata oggi di ieri.
Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger e informatico di professione.
Socio Ordinario ANPDI Sezione di Siena.














