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Russia: perché il blocco di WhatsApp è (anche) una misura di Guerra Cognitiva

Il cognitive warfare non è “solo propaganda”. Nella lettura più diffusa in ambito euro-atlantico, è l’insieme di operazioni (informative, psicologiche e tecnologiche) che puntano a influenzare percezioni, decisioni e comportamenti, erodendo fiducia, razionalità e coesione sociale: un dominio dove il bersaglio non è (solo) l’infrastruttura, ma la mente. La NATO lo descrive come un terreno di competizione che “attacca e degrada la razionalità” e coinvolge sempre più target non militari. In Italia, un dossier del Ministero della Difesa colloca il fenomeno dentro una risposta “whole of government”, cioè trasversale e coordinata tra difesa, intelligence, istituzioni e società.

Se questa è la cornice, l’articolo che hai riportato sul blocco di WhatsApp in Russia e la spinta verso l’app “Max” (VK) diventa un caso quasi da manuale: non perché dimostri “una campagna di manipolazione” nel senso classico, ma perché mostra come il controllo dell’ecosistema digitale (piattaforme, dati, canali di comunicazione) possa essere usato per ottenere un vantaggio nella dimensione cognitiva: ridurre l’autonomia informativa dei cittadini, aumentare la tracciabilità delle reti sociali e, in prospettiva, rendere più facile la censura selettiva e l’orientamento delle narrazioni.

Cos’è il cognitive warfare (e cosa lo distingue dalla disinformazione “classica”)

La differenza sostanziale tra disinformazione tradizionale e cognitive warfare sta nel salto di scala:

  • Obiettivo: non solo convincere su un fatto, ma modellare il contesto mentale (fiducia, emozioni, senso di appartenenza, percezione di legittimità).
  • Mezzi: oltre ai contenuti (post, media, influencer), contano le architetture digitali: quali app usi, quali feed vedi, che note vocali puoi inviare, quanto è sicura una chat, chi controlla server e metadati.
  • Vantaggio strategico: quando lo Stato riesce a “governare” l’ecosistema comunicativo, riduce la resilienza cognitiva della società bersaglio (o, in chiave interna, neutralizza dissenso e pluralismo).

Detto in modo brutale: se controlli i canali, controlli anche le condizioni in cui circolano idee e organizzazione sociale.

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Russia: perché il blocco di WhatsApp è (anche) una misura di Guerra Cognitiva

Il blocco di WhatsApp: un’azione “di piattaforma” con effetti cognitivi

Secondo fonti internazionali, il 12 febbraio 2026 la Russia ha bloccato WhatsApp e, tramite dichiarazioni ufficiali, ha indirizzato gli utenti verso MAX/Max, alternativa sostenuta dallo Stato.
Questa mossa ha almeno tre implicazioni coerenti con la logica del cognitive warfare:

  1. Riduzione della privacy effettiva di massa
    Diverse ricostruzioni giornalistiche sottolineano che Max viene presentata come “super-app” e viene criticata per caratteristiche considerate più favorevoli alla sorveglianza, incluse preoccupazioni sulla cifratura e sull’accesso delle autorità.
  2. Dipendenza dall’infrastruttura domestica
    L’uscita forzata da una piattaforma globale (Meta) a favore di una piattaforma nazionale sposta dati, identità digitali e relazioni entro un perimetro più controllabile da autorità e regolatori russi.
  3. Chiusura del “mercato dell’attenzione”
    Se l’utente medio comunica, paga, accede a servizi e riceve notifiche dentro un unico ecosistema (stile super-app), allora lo Stato può intervenire con più facilità su visibilità e priorità delle informazioni: non serve convincere tutti, basta rendere più difficile coordinarsi, informarsi o aggirare i blocchi.

Il blocco dentro un progetto più ampio: Runet e “internet sovrana”

Runet è un progetto russo di rete più autonoma/isolabile. Questa traiettoria è compatibile con l’evoluzione normativa e tecnica della cosiddetta “Sovereign Internet Law” del 2019, che attribuisce a Roskomnadzor e allo Stato strumenti per gestire centralmente il traffico e, in scenari dichiarati di “minaccia”, arrivare fino all’isolamento del segmento russo.
Nel tempo, analisi di ONG e osservatori descrivono l’implementazione tramite apparati come DPI / TSPU (filtraggio e ispezione del traffico) che rendono più semplice bloccare o rallentare servizi e protocolli.

Qui sta il collegamento chiave con il cognitive warfare: non è solo censura (togliere contenuti), è controllo delle condizioni di comunicazione (chi può parlare con chi, con quale sicurezza, a quale costo, con quali alternative).

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Russia: perché il blocco di WhatsApp è (anche) una misura di Guerra Cognitiva

I provvedimenti russi da mettere in evidenza (cronologia ragionata)

Per confrontare “guerra cognitiva” e “caso WhatsApp/Max”, la parte più concreta sono i provvedimenti che rendono possibile la sostituzione forzata delle piattaforme:

  • 2015 – Localizzazione dei dati: la normativa russa richiede che i dati personali dei cittadini russi siano archiviati su database in Russia; questo diventa una leva ricorrente contro piattaforme straniere.
  • 2019 (in vigore dal 1° novembre 2019) – “Internet sovrana”: legge e regolamenti attuativi rafforzano la gestione centralizzata del traffico, con obblighi tecnici per gli operatori e poteri a Roskomnadzor in caso di “minaccia” alla stabilità/sicurezza/integrità della rete.
  • 2021 – Preinstallazione di software domestico: entra in vigore l’obbligo di vendere dispositivi con software/app russe preinstallate, consolidando un canale “di default” verso servizi nazionali.
  • Dal 2022 – Stretta sulle piattaforme occidentali: dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, la Russia amplia blocchi e restrizioni verso social e servizi occidentali (Facebook/Instagram e altri), con un clima regolatorio più aggressivo.
  • 2025–2026 – Spinta a Max + blocchi mirati: le notizie di febbraio 2026 descrivono il blocco completo di WhatsApp e, in parallelo, pressioni e limitazioni su Telegram; l’indirizzo politico esplicito è migrare utenti su Max.

In questo quadro, “Max obbligatoria” va letta come continuazione della politica russa di preinstallazione del software domestico: un meccanismo che abbassa drasticamente la soglia d’adozione delle alternative nazionali e rende più efficace ogni blocco successivo.

Confronto finale: cognitive warfare vs blocco WhatsApp

Il cognitive warfare descrive l’obiettivo: influenzare percezioni e comportamenti, sfruttando vulnerabilità cognitive e sociali.
Il caso WhatsApp/Max mostra il metodo “infrastrutturale”: invece di combattere solo sul piano dei contenuti, si agisce su:

  • punto d’accesso (app e store, preinstallazione, alternative “di sistema”);
  • regole del gioco (data localization, obblighi di compliance, minacce di blocco);
  • tecnologia di rete (capacità di throttling/blocco selettivo via DPI e gestione centralizzata).

In altre parole: il blocco di WhatsApp non è automaticamente “un’operazione di guerra cognitiva”, ma è un provvedimento che crea un ambiente informativo più controllabile, e quindi abilita (o rende più economiche) strategie di influenza, sorveglianza e censura. È la differenza tra “persuadere” e “progettare” l’ecosistema in cui la persuasione (o la repressione) diventa più facile.

brigatafolgore.net

Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger e informatico di professione.
Socio Ordinario ANPDI Sezione di Siena.

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