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Il Drone Marino Ucraino ritrovato in Grecia e la Guerra che sta perdendo il Controllo

Il Drone Marino Ucraino ritrovato in Grecia e la Guerra che sta perdendo il Controllo - brigatafolgore.net

All’inizio potrebbe sembrare soltanto un incidente, uno di quegli episodi strani che finiscono rapidamente dentro la cronaca tecnica o nelle curiosità geopolitiche di fine giornata; un drone marino trovato dentro una grotta in Grecia da alcuni pescatori, apparentemente di origine ucraina, con il motore ancora acceso, sistemi di comunicazione attivi e, secondo diverse fonti, anche carico di esplosivi, qualcosa che istintivamente viene percepito come un’anomalia, quasi un errore di percorso, eppure proprio qui si nasconde forse la parte più interessante e più inquietante dell’intera vicenda.
Perché il vero problema non è il drone in sé, non è nemmeno capire se fosse davvero diretto verso un bersaglio o se abbia semplicemente perso segnale, perso rotta o perso il controllo operativo; il vero problema è rendersi conto che stiamo entrando in una fase storica nella quale sistemi armati autonomi o semi-autonomi iniziano a muoversi dentro spazi civili, commerciali e marittimi sempre più grandi senza che esista ancora una reale architettura normativa, tecnica e giuridica capace di gestire cosa succede quando qualcosa inevitabilmente va storto.

Infatti fino a oggi abbiamo continuato a ragionare sulla guerra come se fosse ancora legata a un concetto relativamente lineare di controllo, catena decisionale e presenza umana, dove esiste un soldato, un comandante, una responsabilità identificabile, una scelta, un ordine e soprattutto un confine abbastanza chiaro tra il campo di battaglia e il resto del mondo, ma i droni stanno lentamente dissolvendo tutto questo, non solo perché possono colpire a distanza, cosa che accade ormai da tempo, ma perché possono continuare a operare anche quando il controllo diretto si degrada, quando il collegamento si interrompe, quando la missione cambia contesto geografico o semplicemente quando nessuno sa più esattamente dove il sistema si trovi o cosa stia facendo.
Ed è proprio qui che il ritrovamento in Grecia diventa qualcosa di molto più importante di un semplice episodio tecnico, perché ci mostra per la prima volta in modo estremamente concreto e pragmatico cosa potrebbe significare un futuro nel quale sistemi autonomi armati iniziano a perdersi dentro il mondo reale.

La perdita del controllo

Cosa sarebbe successo se quel drone marino fosse esploso quando i pescatori hanno deciso di avvicinarsi? Cosa sarebbe successo se una barca di turisti o villeggianti lo avesse incrociato in mare?
È precisamente questo il punto che ancora oggi manca completamente nel dibattito pubblico, perché continuiamo a discutere dei droni quasi esclusivamente in termini di efficacia militare, costi operativi o innovazione tecnologica, mentre molto meno si parla di saturazione, cioè del momento in cui questi sistemi smetteranno di essere strumenti relativamente rari o idealmente controllati e inizieranno invece a diventare numericamente molto più diffusi, economici, replicabili e sacrificabili, perché nel momento in cui centinaia o migliaia di droni navali, terrestri o aerei iniziano a circolare simultaneamente dentro teatri operativi enormi, il problema non sarà più il singolo errore umano o un limitato danno collaterale, ma la perdita statistica del controllo, e questa è una differenza enorme, quasi filosofica, rispetto alla guerra tradizionale, perché se un soldato può sbagliare individualmente e in maniera relativamente “contenuta”, un sistema distribuito può replicare lo stesso errore su scala industriale e soprattutto può continuare a propagare le conseguenze di quell’errore molto più velocemente di quanto una struttura umana riesca a reagire, il tutto in modo decisamente incontrollato.

Ed è qui che la questione smette di essere puramente militare e diventa strutturale: ogni porto commerciale, ogni petroliera, ogni nave civile, ogni spiaggia turistica o infrastruttura energetica marittima potrebbe progressivamente trasformarsi in un potenziale spazio di rischio, non necessariamente perché qualcuno abbia deciso deliberatamente di colpirlo, ma semplicemente perché sistemi autonomi armati possono perdere orientamento, segnale, navigazione o contesto operativo e continuare comunque a esistere all’interno dell’ambiente reale.
Di fatto un drone non comprende realmente il contesto; esegue un comando. Non interpreta, non dubita, non distingue veramente tra intenzione, errore, paura o innocenza, ma applica una sequenza logica tanto efficace quanto asettica. Uno sniper che deve ingaggiare un bersaglio, o un pilota militare che opera in un contesto reale, è ancora teoricamente in grado di distinguere tra obiettivo e innocente, tra minaccia e presenza non coinvolta nel conflitto, mentre un drone esegue una stringa di comando priva di reale capacità interpretativa o discrezionale.

Questa è la vera sfida concettuale per chi continua ancora oggi a vedere i droni come semplici “armi telecomandate”, perché non siamo più di fronte a proiettili evoluti o missili di ultima generazione guidati costantemente dall’essere umano, ma a vere e proprie entità operative persistenti, autonome e fuori dal reale controllo sicuro di chi le impiega, sistemi capaci di stazionare, analizzare l’ambiente, reagire e proseguire una missione anche in assenza di un controllo umano continuo in tempo reale.

Il problema della responsabilità

Ed è forse proprio qui che emerge la domanda più importante, una domanda che non è più soltanto tecnologica ma soprattutto giuridica e politica, visto che tutto il diritto internazionale moderno, comprese le Convenzioni di Ginevra, le regole d’ingaggio e il concetto stesso di responsabilità penale militare, è stato costruito attorno all’idea che nella kill chain esista sempre un essere umano identificabile, qualcuno che decide, ordina, valuta proporzionalità, interpreta il contesto e che eventualmente può essere accusato di aver commesso un crimine di guerra; ma cosa succede quando questa catena inizia a frammentarsi dentro reti autonome, algoritmi decisionali, perdita di segnale, automazioni tattiche o sciami distribuiti? Chi è responsabile se un drone fuori controllo colpisce un porto civile, una nave commerciale o un’area abitata? Il programmatore, il produttore, il comandante, il politico che ne ha autorizzato l’impiego oppure nessuno, perché il sistema ha semplicemente “perso il controllo operativo”?
Ed è proprio qui che il concetto di accountability gap smette di essere una teoria accademica e diventa il problema reale.

Infatti la verità è che gli incidenti stanno già iniziando a comparire: droni che attraversano confini NATO, sistemi che precipitano fuori area, incursioni accidentali, perdite di segnale e sconfinamenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati eventi eccezionali se si parla di droni, o crimini perseguibili se si parla di aerei, carri armati o altri mezzi tradizionali, ma che stanno lentamente diventando parte del nuovo rumore di fondo della guerra moderna, e forse il vero errore sarebbe continuare a considerarli anomalie temporanee invece che i primi sintomi di un cambiamento molto più profondo, perché ogni nuova tecnologia militare nella storia è stata utilizzata molto prima che esistesse una reale regolamentazione capace di contenerne gli effetti collaterali e, se non iniziamo subito a portare questo problema sul tavolo della discussione internazionale, i droni probabilmente non faranno eccezione.

Quando la guerra esce dal monopolio statale

E forse esiste un’altra domanda ancora più inquietante, una domanda quasi assente dal dibattito pubblico: cosa sarebbe accaduto se quel drone non fosse stato recuperato dalle autorità greche, ma da una rete criminale, da un’organizzazione terroristica o semplicemente da attori interessati a studiarne componenti, comunicazioni, architettura e logiche operative?
Perché ogni tecnologia militare realmente efficace nella storia finisce inevitabilmente per essere osservata, catturata, copiata, semplificata e redistribuita ben oltre il controllo originario di chi l’ha sviluppata, e sistemi autonomi relativamente economici, replicabili e industrializzabili potrebbero accelerare questo processo in maniera mai vista prima, abbassando drasticamente la soglia tecnologica necessaria per trasformare capacità un tempo esclusivamente militari in strumenti accessibili anche ad attori non statali.

Una mina aspetta. Un drone ti cerca.

Proviamo a pensare alle mine; proprio per la loro caratteristica di essere di fatto abbandonate in un territorio e quindi capaci di colpire chiunque passi e le attivi, sono state progressivamente limitate, regolamentate o vietate in molti contesti internazionali, ma questo è accaduto soltanto dopo centinaia di migliaia di vittime civili e decenni di conseguenze umanitarie.
Con i droni, però, il rischio potrebbe diventare ancora più grande e molto più rapido, perché mentre su una mina devi camminare sopra o navigarci accidentalmente vicino, un drone può venirti a cercare, può muoversi, adattarsi, continuare a operare e raggiungerti anche quando tu non eri minimamente il bersaglio predestinato.

Il rischio quindi non è soltanto che le macchine combattano le guerre del futuro, ma che il mondo inizi lentamente ad abituarsi all’idea che sistemi armati autonomi possano circolare, fallire, sparire, riapparire o colpire senza che esista ancora una struttura internazionale realmente pronta a gestire le conseguenze di questa nuova normalità, e forse il drone trovato in Grecia è inquietante proprio per questo motivo, non perché rappresenti un’arma rivoluzionaria, ma perché rappresenta probabilmente uno dei primi segnali concreti di cosa accade quando una guerra perde il proprio fronte e inizia lentamente a disperdersi dentro il mondo civile.

Sources / References

brigatafolgore.net

Al secolo Danilo Amelotti, Sottufficiale Incursore in congedo del 9º Reggimento d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin" e Security Expert. Youtuber e TikToker con oltre 33.000 follower

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