Groenlandia, la figuraccia tedesca: missione chiusa dopo due giorni tra i timori dei dazi di Trump
La Germania ha ritirato in fretta e furia i suoi soldati dalla Groenlandia appena due giorni dopo il loro arrivo, suscitando incredulità negli ambienti diplomatici e militari europei.
Venerdì scorso, una piccola unità di ricognizione della Bundeswehr, circa 15 uomini, era sbarcata sull’isola artica nell’ambito di un’esercitazione NATO coordinata dalla Danimarca per rafforzare la presenza europea in un territorio che si trova al centro di crescenti tensioni geopolitiche.
Tuttavia, dopo meno di 48 ore, l’ordine di ritiro è arrivato da Berlino senza alcuna spiegazione pubblica chiara, e le truppe hanno lasciato l’isola già domenica, poco dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di imporre dazi fino al 25% contro gli alleati europei che sostengono la Danimarca nell’area.
Una decisione che lascia perplessi
La mossa della Germania è stata letta da molti come un segnale di debolezza sul piano diplomatico e militare. Non tanto per il ritiro in sé, quanto per la dinamica: l’avvio di una missione in un teatro sensibile e, subito dopo, l’interruzione repentina. Una scelta così rapida, maturata prima ancora di misurare pienamente le possibili conseguenze politiche ed economiche di una frizione con Washington, ha inevitabilmente alimentato interrogativi sulla preparazione, sulla lungimiranza e sul livello di coordinamento tra intelligence, ministero della Difesa e ministero degli Esteri di Berlino nella valutazione delle implicazioni di politica estera.
Non si tratta quindi solo di un episodio operativo: è l’intera catena decisionale a risultare esposta. Una missione avviata senza una chiara sostenibilità politica e poi chiusa in tempi record rischia di intaccare la credibilità strategica della Germania come motore politico ed economico dell’Europa, perché trasmette l’immagine di un Paese che prima muove (senza pensare alle conseguenze) e poi corregge la rotta sotto pressione.
Prima di inviare personale in un contesto del genere ci si aspetterebbe un’analisi accurata delle ricadute: dalle reazioni dell’amministrazione statunitense alle implicazioni per la coesione della NATO, fino al messaggio inviato agli alleati e agli osservatori internazionali.
Invece, ciò che è sembrato emergere è stato un passo lanciato e poi ritrattato d’urgenza: un rientro percepito come frettoloso, che lascia una domanda inevitabile sul tavolo: in quali mani è oggi la leadership tedesca?
Roma, da comprimaria ad attore centrale
In mezzo a questo pasticcio, l’Italia oggi appare come uno dei pochi Paesi europei (se non l’unico) che sa stare al tavolo con tutti: parla con Washington, tiene la linea con gli alleati UE e NATO, e ha voce anche nel Mediterraneo. Un cambio di passo che pesa soprattutto se si guarda al passato: per anni l’Italia è stata trattata con sufficienza, sbeffeggiata o messa in secondo piano dal “direttorio” franco-tedesco, mentre Parigi e Berlino si intestavano la regia politica dell’Europa.
Oggi, invece, con l’esecutivo Meloni, quella dinamica sembra essersi ribaltata: Roma dà l’idea di una linea più compatta e leggibile, e soprattutto evita la cosa più costosa in politica estera: muoversi a caso e poi fare retromarcia.
Una postura come quella dell’impostazione Meloni–Crosetto sul dossier difesa difficilmente sarebbe finita in una sequenza così ingenua: prima mandare uomini in un’area ad altissima sensibilità e poi scappare dopo 48 ore, alimentando la percezione di un’Europa che arretra non appena il confronto con Washington si fa concreto.
Cosa c’è dietro la crisi groenlandese
Il contesto di questa vicenda è la crescente pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla Groenlandia, territorio autonomo danese di grande valore strategico e ricco di risorse naturali. Trump ha espresso più volte l’intenzione di voler ottenere il controllo dell’isola e ha collegato le relazioni commerciali con l’Europa alla questione, annunciando nuovi dazi contro i Paesi che vi inviano truppe.
La reazione europea è stata mista: mentre vari Paesi ribadiscono solidarietà nei confronti della Danimarca, l’episodio tedesco rischia di essere ricordato come uno dei momenti di maggiore imbarazzo nella recente politica estera europea.
Una riflessione necessaria
Per un Paese come la Germania, che aspira a un ruolo guida nell’Unione Europea e nella difesa collettiva, questi errori di valutazione non sono banali. Un approccio più deciso, pianificato e consapevole delle reazioni statunitensi avrebbe potuto prevenire la sensazione di scompiglio che ora circonda Berlino.
Invece, l’impressione è quella di un’azione gestita senza una strategia di lungo termine, un episodio che dovrebbe far riflettere sullo stato attuale delle strutture di intelligence e di politica estera tedesca.
Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger e informatico di professione.
Socio Ordinario ANPDI Sezione di Siena.















Simone Pella
24 Gen 2026I commenti rilasciati dal presidente degli Stati Uniti hanno desecrato il sacrificio offerto dai nostri soldati nei teatri di guerra NATO. Il disgusto per le sue parole dovrebbe farci ricordare l’orgoglio che dobbiamo omaggiare alle truppe cadute per garantire all’Italia, alla Europa, alla NATO e ai suoi alleati, sicurezza, futuro e prosperità.