Dalle HF in AM alle reti digitali: l’evoluzione delle radio militari, tra tecnologia e realtà operativa
Oggi, come ieri, la radio resta uno dei canali centrali attraverso cui passano decisioni e coordinamento: la tecnologia evolve, ma la sostanza non cambia, perché sul campo il collegamento è la condizione che rende possibile manovra e comando.
Fino a tutti gli anni ’90 questa verità si vedeva in modo netto nelle scelte operative: sulle lunghe distanze si ricorreva spesso a HF in AM/SSB, mentre la FM era lo strumento più naturale per le comunicazioni a corto raggio. Non era una questione di “vecchio” o “nuovo”, ma di propagazione, orografia, potenze disponibili e, soprattutto, di affidabilità in condizioni non sempre ideali.
In quel periodo le reti erano più “semplici” nella struttura, ma richiedevano competenze solide. L’HF, con i suoi limiti (rumore, fading, variabilità legata all’ora e alle condizioni ionosferiche), permetteva di coprire distanze che la VHF/FM non poteva garantire. La FM, al contrario, offriva qualità audio superiore e una gestione più immediata, ma restava vincolata alla linea di vista e quindi a un impiego principalmente tattico, locale. In mezzo c’erano procedure, disciplina radio e buone pratiche che spesso facevano la differenza tra un collegamento che regge e uno che “salta” sul più bello.
In termini pratici, dal secondo dopoguerra fino agli anni ’90 l’evoluzione delle comunicazioni radio militari è stata più incrementale che rivoluzionaria. Sono migliorati affidabilità, robustezza, potenze e standardizzazione, ma la logica di fondo è rimasta la stessa: HF per il lungo raggio, VHF/FM per il tattico, con una forte centralità dell’esperienza dell’operatore.
La vera discontinuità arriva con la digitalizzazione e la gestione “di rete”, che cambia non solo gli apparati, ma anche il modo di concepire il C2.

La sicurezza come “optional”
La sicurezza delle comunicazioni, storicamente, non è nata come requisito automatico, ma come un problema da gestire.
Già nella Prima guerra mondiale, quando la radio e il telefono da campo iniziano a essere usati su larga scala, la protezione del traffico è affidata quasi esclusivamente a codici, cifrari manuali e disciplina procedurale. La tecnologia trasmette; la sicurezza è demandata all’uomo.
Durante la Seconda guerra mondiale il quadro migliora, ma non cambia nella sostanza. Sistemi di cifratura più evoluti fanno la loro comparsa, ma restano complessi, ingombranti e limitati a specifici livelli di comando. Nella maggior parte dei casi la sicurezza continua a poggiare su procedure, rotazione dei codici, brevità dei messaggi e capacità degli operatori di non “dire più del necessario”.
Questo approccio rimane sostanzialmente valido anche nel dopoguerra e per tutta la Guerra Fredda. Fino agli anni ’90, in molte configurazioni operative la cifratura non era nativa o non sempre disponibile: moduli dedicati e strumenti di caricamento delle chiavi, a seconda delle dotazioni e delle missioni, potevano esserci oppure no.
La radio funzionava comunque, ma la sicurezza non era garantita di default.
Di conseguenza, la protezione del traffico non dipendeva soltanto dall’hardware. Pesavano moltissimo procedure COMSEC, gestione rigorosa delle chiavi, disciplina nell’impiego e coordinamento tra le stazioni della rete. Un errore umano, una procedura saltata o una sincronizzazione imperfetta potevano annullare qualsiasi vantaggio tecnologico.
In altri termini, la tecnologia contava, eccome, ma contava almeno altrettanto come veniva impiegata. Una lezione che, a distanza di decenni, resta sorprendentemente attuale.

Il cambio di passo: i sistemi digitali
Verso l’inizio del secolo, con l’introduzione dei primi sistemi digitali tattici e con la progressiva diffusione della famiglia SINCGARS, il cambiamento non è stato soltanto tecnologico, ma soprattutto metodologico.
Il frequency hopping, una gestione più strutturata delle reti e una maggiore attenzione alla protezione hanno imposto nuovi standard operativi, modificando il modo stesso di pianificare e condurre le comunicazioni tattiche. La radio non era più solo un mezzo “da accendere”, ma un sistema da configurare, sincronizzare e gestire all’interno di una rete.
Allo stesso tempo, però, si è iniziato ad appoggiare una parte sempre più grande del C2 su architetture complesse: reti dati, relay, SATCOM, sistemi di comando e controllo integrati.
Il risultato è stato un’enorme crescita di capacità, ma anche una crescente dipendenza da infrastrutture.

Verso il futuro con uno sguardo al passato
È qui che, negli ultimi anni, molti eserciti sono tornati a guardare con pragmatismo a ciò che non dipende dallo spazio e da catene tecnologiche “lunghe”. Negli scenari moderni, soprattutto ad alta intensità, il dominio elettromagnetico non è più un contesto di sfondo, ma un vero terreno di confronto: disturbi, jamming, degradazione del GPS, attacchi alle reti e perdita dei collegamenti non sono più ipotesi remote, ma condizioni operative da mettere in conto fin dalla pianificazione.
Questo campo di battaglia viene spesso ricondotto al dominio cyber, perché oggi una parte rilevante delle comunicazioni dipende da reti digitali, protocolli, software e gestione delle chiavi. Sul terreno, però, l’effetto operativo nasce dall’intersezione tra spettro elettromagnetico e guerra elettronica, cioè dal contesto fisico in cui quei sistemi funzionano e vengono contestati.
Le comunicazioni moderne non sono solo “radio” né solo “reti”: sono sistemi digitali che viaggiano sullo spettro, e possono essere colpiti sia sul piano fisico, disturbi, jamming, spoofing, che su quello logico, degradazione dei servizi, compromissione dei nodi, alterazione dei flussi informativi.
È in questa zona di sovrapposizione che la perdita di un collegamento, anche senza un singolo colpo sparato, può produrre effetti immediati sul comando e controllo.
Quando la connettività digitale si degrada o si interrompe, riemerge una realtà che chi ha operato trent’anni fa conosce bene: serve una capacità di comunicazione essenziale, resistente e replicabile, anche nelle condizioni peggiori. In questo contesto l’HF, con procedure aggiornate e tecnologie più moderne, continua a rappresentare uno dei pilastri del fallback reale: non un ritorno al passato, ma una risposta concreta alla fragilità delle architetture più complesse.
In trent’anni, dunque, non sono cambiati soltanto gli apparati. È cambiato il modo di costruire le reti, la gestione della sicurezza, la filosofia del C2, la consapevolezza del rischio elettromagnetico e, più in generale, il modo di combattere.
Oggi si parla molto di multi-dominio, ma sul terreno questo si traduce in una cosa concreta: saper passare con lucidità da sistemi avanzati a procedure essenziali, quando serve, senza perdere il filo del comando.

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Ne parleremo mercoledì 28 alle ore 21 in live sui nostri canali YouTube e Facebook con due super ospiti: Danilo Amelotti, Incursore del 9º Col Moschin in congedo, e con Nello Di Savio, radiofonista Forze Speciali in Congedo e Capo Cellula J6 della leggendaria Task Force 45.
In questa diretta analizzeremo:
- Come si comunicava negli anni ’90: apparati, procedure, disciplina radio e limiti reali
- Affidabilità vs modernità: dall’analogico al digitale, pro e contro
- Sicurezza: intercettazione, triangolazione, cifratura e il valore del silenzio radio
- Integrazione: dal “parlare” al lavorare in rete (unità, supporti, comando)
- Resilienza: cosa succede quando la tecnologia non c’è o non puoi usarla
- Aneddoti dal campo: episodi (anche ironici) che spiegano meglio di mille slide la comunicazione militare
Raccontremo cosa è cambiato davvero sul campo in 30 anni: non solo apparati, ma procedure, sicurezza e modo di combattere.
Vi aspettiamo con le vostre domande !

Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger e informatico di professione.
Socio Ordinario ANPDI Sezione di Siena.

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