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Cosa rischia la Difesa Italiana se l’IA non diventa il Centro del Sistema

Quando si dice che l’Intelligenza Artificiale “non è applicata” nella Difesa, spesso si intende una cosa precisa: non che non esistano sperimentazioni, ma che l’IA non è ancora integrata in modo diffuso, standardizzato e scalabile nei processi chiave (intelligence, C2, logistica, manutenzione, cyber, procurement, addestramento), cioè a livello di architettura e non di singoli progetti pilota.

In Europa, la spinta a digitalizzare le forze armate e a rendere “data-centric” la Difesa è ormai esplicita: NATO ed UE hanno avviato programmi e strategie di trasformazione digitale, riconoscendo che la digitalizzazione è il prerequisito per l’adozione efficace di IA, cloud, data sharing e tecnologie “emergenti e dirompenti”.
Eppure, proprio perché il prerequisito è difficile, molti Paesi (Italia inclusa) faticano a trasformare l’intenzione in capacità operative.

Di seguito, una lettura “senza sconti” delle cause principali del ritardo (con particolare focus italiano) e delle conseguenze probabili se non si cambia passo.

Arretratezza digitale: il collo di bottiglia non è “l’algoritmo”, è l’infrastruttura

L’IA in Difesa funziona davvero solo se esistono:

  • dati accessibili e governati (non “chiusi” in silos),
  • reti e cloud adeguati (anche in ambienti classificati),
  • processi digitali end-to-end (dalla raccolta dati alla decisione),
  • standard e interoperabilità.

Senza questa base, l’IA resta un gadget.

Il quadro italiano generale segnala fragilità strutturali: la Commissione UE evidenzia che solo il 5% delle imprese italiane usa l’IA (sotto la media UE) e che solo il 45,8% della popolazione ha competenze digitali di base (anche qui sotto la media UE).
È un indicatore “civile”, ma la Difesa pesca dallo stesso bacino di competenze, fornitori, cultura organizzativa e capacità di delivery.

Anche analisi internazionali sulla digitalizzazione della difesa europea indicano che la trasformazione è frenata da procurement, allineamento di budget, sovranità/accessibilità dei dati, sotto-investimento digitale e tempi lunghi (obiettivi al 2030 e oltre).

Traduzione pratica: se non digitalizzi prima la macchina, l’IA non la fai correre più veloce; la fai solo sbattere contro i limiti esistenti.

Cosa rischia la Difesa Italiana se l’IA non diventa il Centro del Sistema
Cosa rischia la Difesa Italiana se l’IA non diventa il Centro del Sistema

Dati classificati, silos e “data sharing”: la Difesa ha i dati… ma spesso non li può usare

In Difesa il problema non è la mancanza di dati: è che i dati sono:

  • classificati (vincoli legali e di sicurezza),
  • disomogenei (formati diversi, qualità variabile),
  • silos verticali per forza armata/programma/fornitore,
  • spesso non riutilizzabili (mancano “data product”, cataloghi, metadati, governance).

La conseguenza è che l’IA non può essere addestrata e aggiornata con continuità, e soprattutto non può essere portata “in produzione” con affidabilità.

Questo è esattamente il punto che molte strategie occidentali sottolineano: la NATO lega l’adozione di IA a principi e pratiche lungo tutto il ciclo di vita, inclusi test, interoperabilità e sicurezza delle informazioni.

Vincoli legali, etici e responsabilità: in Difesa non basta “funzioni”, deve essere attribuibile

In ambito militare la soglia di accettabilità dell’errore è molto diversa: la domanda non è solo “quanto è accurato?”, ma:

  • chi è responsabile se sbaglia?
  • è spiegabile e tracciabile?
  • è governabile (si può disattivare, limitare, controllare)?
  • come si fa la certificazione in scenari che cambiano?

Documenti italiani di riflessione strategica insistono sulla necessità di un controllo umano significativo e sulla complessità giuridico-organizzativa della messa in campo dell’IA, oltre che sulla necessità di governance e piani attuativi.

Anche il quadro UE è particolare: l’AI Act esclude l’uso esclusivamente militare/difesa/national security, ma i sistemi “dual use” (che toccano anche scopi non esclusi) possono rientrare nel perimetro regolatorio.
Questo crea un’area grigia: molte tecnologie sono “civili+militari” e quindi impattano compliance, supply chain, audit e contrattualistica.

Cosa rischia la Difesa Italiana se l’IA non diventa il Centro del Sistema
Cosa rischia la Difesa Italiana se l’IA non diventa il Centro del Sistema

Procurement lento e “avversione al rischio”: tempi incompatibili con la curva tecnologica dell’IA

L’IA (soprattutto quella moderna, e ancor più la generativa) evolve in cicli rapidissimi. Il procurement difesa invece:

  • ragiona su anni (anche decenni),
  • tende a cristallizzare requisiti e soluzioni,
  • premia la riduzione del rischio contrattuale più della velocità di iterazione.

Risultato: quando un sistema entra in servizio, rischia di essere già superato o non più aggiornabile.

Un’analisi su procurement e necessità di “razionalizzazioni/streamlining” sottolinea proprio l’esigenza di chiarimenti e snellimenti burocratici per rendere l’acquisizione più efficace.
E un rapporto del Parlamento UK (utile come benchmark, non per “fare paragoni morali”) dice chiaramente che per far crescere un settore IA difesa servono infrastrutture digitali, skill, clearance, e soprattutto un MOD più capace di lavorare con cicli rapidi e fornitori non tradizionali.

Struttura industriale e concorrenza: pochi grandi, filiere dipendenti, incentivi “conservativi”

Il punto è centrato: se il mercato è poco contendibile, l’innovazione dirompente entra peggio.

In Italia i “campioni” della difesa sono forti e spesso trainano export e capacità, ma l’ecosistema può risultare:

  • sbilanciato su pochi prime contractor, con un peso enorme nelle scelte tecnologiche e nelle filiere;
  • filiere dipendenti dalla capacità (e dalla convenienza) dei grandi di assorbire innovazione;
  • incentivi conservativi: protezione di processi e piattaforme consolidate, lock-in di fornitura, barriere all’ingresso per nuovi fornitori.

A complicare il quadro c’è spesso il frammischiamento pubblico–privato tipico del settore (partecipazioni, relazioni istituzionali, dipendenza da commesse pubbliche). Questo può ridurre la contendibilità reale e spostare l’attenzione dalla competizione tecnologica alla tutela degli equilibri esistenti.

Nei casi peggiori, emergono anche dinamiche “chiuse” (patronage, nepotismo) e rigidità organizzative più simili a logiche amministrative:

  • processi lenti e scarsa flessibilità operativa;
  • vincoli e tutele che rendono più difficile riorientare rapidamente persone e investimenti;
  • minore spinta al merito e alla sperimentazione.

Il risultato è una capacità di innovare e scalare tecnologie come IA e data platform meno rapida rispetto a ecosistemi più competitivi, come molte realtà del Nord Europa e degli Stati Uniti.

Intelligenza Artificiale al Pentagono: Google per Ufficio, Palantir per le Operazioni.
Intelligenza Artificiale al Pentagono: Google per Ufficio, Palantir per le Operazioni.

Un indicatore (non esaustivo) della concentrazione dei grandi player: nelle classifiche SIPRI Top 100 l’Italia ha tipicamente poche aziende presenti; nel fact sheet 2024, ad esempio, le due aziende italiane in Top 100 totalizzano 16,8 miliardi $ di ricavi da armamenti.

In parallelo, la Commissione UE evidenzia che la crescita di imprese innovative in Italia è frenata da un ecosistema ancora debole e da investimenti in venture capital relativamente limitati (pochi “unicorni”): se mancano nuovi entranti forti (startup/scaleup), la Difesa tende a restare più dipendente dai fornitori tradizionali anche sul digitale.

Mancanza di un “leader AI” nazionale e domanda pubblica poco strutturata: si compra tecnologia, non capacità

Qui la distinzione è cruciale:

  • comprare un prodotto AIcostruire una capability AI.

Una capability richiede:

  • piattaforme dati,
  • MLOps/ModelOps,
  • test & valutazione continui,
  • personale interno (product owner, data steward, AI safety, cyber),
  • contratti che prevedano aggiornamento, retraining, e misure di performance nel tempo.

Senza “domanda intelligente” (specifiche, standard, governance), il rischio è l’acquisto di soluzioni “chiavi in mano” che non si integrano, non si aggiornano, o diventano rapidamente legacy.

Nel mercato italiano dell’IA, per esempio, i numeri crescono ma con squilibri: nel 2024 il mercato ha toccato 1,2 miliardi € (+58%), trainato soprattutto da sperimentazioni e GenAI; tuttavia la dinamica è spesso più forte nelle grandi imprese e più lenta nelle realtà piccole.
È coerente con uno scenario in cui la capacità di “industrializzare” l’IA è concentrata.

Un paradosso italiano: “la consapevolezza c’è”, ma l’adozione sistemica è più lenta

Da fonti istituzionali, emerge che la Difesa italiana dichiara un percorso di digitalizzazione e indica l’IA tra le tecnologie centrali, anche con fondi/azioni collegati alla digitalizzazione del Ministero.
Inoltre, documenti di analisi strategica citano l’elaborazione di una strategia di implementazione dell’IA in ambito Difesa (ed. 2023) e insistono su governance e controllo umano.

Quindi il punto non è “non se ne parla”: è che tra strategia e messa a terra c’è un salto organizzativo, tecnico e contrattuale enorme.

Le conseguenze del ritardo: cosa succede se l’IA resta “pilota” e non diventa capacità

Dipendenza tecnologica e perdita di sovranità operativa

Se non sviluppi (o almeno controlli) catena dati-modelli-infrastrutture, finisci per dipendere da:

  • fornitori esteri,
  • stack proprietari,
  • aggiornamenti e roadmap non governabili.

E mentre tu ritardi, altri accelerano: la Francia, ad esempio, ha strutturato un accesso “di sistema” a modelli/servizi IA tramite accordi quadro e infrastruttura nazionale (caso Mistral AI, citato da Reuters).

Gap operativo: velocità decisionale, C2, ISR, cyber

In scenari moderni (multi-dominio, saturazione sensori, droni, guerra elettronica), la differenza la fa:

  • fusione dati,
  • prioritizzazione automatica,
  • supporto decisionale,
  • difesa cyber “machine speed”.

Un ritardo qui non è “inefficienza”: è vulnerabilità.

Intelligenza Artificiale dalla Polonia per Satelliti Tedeschi
Intelligenza Artificiale dalla Polonia per Satelliti Tedeschi

Filiera nazionale più debole: meno R&S, meno export “smart”, meno talenti

Se la Difesa non crea domanda “abilitante” (standard, testbed, programmi), la filiera:

  • investe meno in capability AI difesa-grade,
  • perde talenti verso mercati più dinamici,
  • rimane subfornitore tradizionale.

L’UE oggi finanzia esplicitamente anche aree come IA dentro programmi industriali e R&D difesa (es. EDF, progetti su AI/quantum/droni). Se non sei pronto, rischi di partecipare da junior partner o di non trasformare i fondi in capacità industriale duratura.

4Acquisto di prodotti già arretrati: lock-in e spreco di spesa

Questa è la conseguenza più concreta del procurement lento:

  • compri quando la tecnologia è già passata,
  • senza clausole di aggiornamento,
  • con architetture chiuse,
  • e ti ritrovi a pagare integrazioni infinite.

Il rischio non è solo tecnico: è politico-industriale, perché si crea un circuito in cui la spesa sostiene incumbents ma non genera salto tecnologico (tornaconto di breve vs capacità di lungo periodo).

Effetto reputazionale e strategico: conti meno nelle coalizioni

In NATO/UE contano sempre di più:

  • interoperabilità digitale,
  • data sharing,
  • standard comuni,
  • rapidità di innovazione.

Se non porti capacità credibili, conti meno nella definizione di standard, programmi congiunti e filiere europee.

NATO e l’intelligenza artificiale: il JWC addestra i propri team al Maven Smart System
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In sintesi: le cause sono strutturali, non “manca la voglia”

I blocchi principali non sono (solo) tecnici. Sono:

  • fondazioni digitali incomplete (dati, cloud, processi),
  • procurement e risk posture incompatibili con iterazione rapida,
  • vincoli legali/etici che richiedono governance e certificazione,
  • ecosistema industriale e innovazione non abbastanza contendibile,
  • domanda pubblica che spesso compra “soluzioni” invece di “capacità”.

Il risultato, se non si corregge, è un doppio danno: militare (gap operativo) e industriale (filiera AI difesa che non matura e compra fuori, o compra male).

brigatafolgore.net

Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger e informatico di professione.

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