Aspettative realistiche sul Golden Dome e Dome Nazionale
Nell’articolo “Realistic Expectations for Golden Dome by 2028” di Air & Space Forces Magazine il Maj. Gen. Thomas D. Taverney, USAF (Ret.) scrive che il disegno del Golden Dome sta prendendo forma, ma la rotta resta incerta. Tale progetto di difesa nazionale nasce con un ampio spettro: protezione degli Stati Uniti continentali contro minacce balistiche, ipersoniche e cruise, con estensione alla difesa contro minacce aeree e UAV (incluse salve e sciami). Sul piano strategico l’obiettivo è chiaro: ridurre la vulnerabilità alla coercizione nucleare e aumentare la resilienza di fronte a competitori pari livello e attori regionali.
Il punto, però, è che il valore deterrente non è solo “homeland”. Se basi, assetti e interessi OCONUS restano esposti, la pressione non scompare: viene semplicemente spostata su altri bersagli, spesso più “politicamente sensibili” e operativamente critici.

Perché il paragone con Iron Dome è fuorviante
Il confronto con Israele è comodo ma incompleto. La scala geografica USA, la molteplicità degli assi d’attacco (soprattutto marittimi), e l’evoluzione delle minacce rendono il problema qualitativamente diverso. L’ipersonico e i cruise moderni comprimono tempi e finestre di ingaggio, volano in profili complessi e aumentano il carico su sensoristica e comando/controllo.
In questo contesto, tre elementi diventano davvero determinanti:
- gestire salve concentrate senza esaurire intercettori e “capacità di fuoco”;
- schierare numeri adeguati (anche con componenti spaziali) a costi sostenibili, sapendo che l’avversario sceglie tempi e modalità;
- costruire un BMC3 (Battle Management Command,Control, and Communications) capace di fondere sensori, assegnare priorità e orchestrare ingaggi multipli in tempi brevissimi.
“Boost phase” e “left-of-launch”: promesse tecniche, frizioni strategiche
Intercettare in boost phase o colpire “left-of-launch” è attraente perché sposta l’ingaggio verso fasi più vulnerabili. Ma per garantire copertura continua servirebbe presenza persistente sulle aree di lancio, con un numero di asset elevato e costi rapidamente non lineari. Inoltre il “left-of-launch” introduce due attriti: (i) decisioni politiche e regole d’ingaggio che implicano l’uso della forza su territorio avversario su base probabilistica; (ii) la difficoltà di neutralizzare bersagli hardenizzati (silos, siti protetti, mobilità e occultamento).

La parte davvero fattibile: integrazione e architettura aperta
La via realistica non è “costruire da zero”, ma integrare e far evolvere sistemi esistenti dentro un’architettura coerente. Qui conta l’open architecture: la capacità di assorbire nuove tecnologie e nuovi effettori senza ricostruire l’intero sistema operativo. In parallelo serve una mobilitazione industriale ampia: prime, subfornitura, payload, operatori commerciali, aziende non tradizionali. Perché, più della tecnologia, il rischio vero è nella scala produttiva (supply chain, backlog, capacità industriale).
Gli Stati Uniti dispongono già di intercettori e sensori significativi (terra/mare/spazio) e di infrastrutture C2 evolute. Ma “Golden Dome” pretende la gestione integrata di minacce molto diverse per profilo, firma e tempi di volo, con possibilità di saturazione.
I gap ricorrenti sono:
- mancanza di una difesa economicamente sostenibile contro salve/sciami in aree ristrette;
- necessità di migliore discriminazione in midcourse (decoy/MIRV, complessità di targetting);
- assenza di intercettori spaziali operativi per boost/early midcourse su larga scala;
- BMC3 con requisiti superiori in resilienza (cyber/EW), banda e rapidità decisionale.
Cosa è realistico entro il 2028
Il traguardo credibile non è lo “scudo totale”, soprattutto contro scenari di massima intensità e saturazione. Il traguardo credibile è una baseline che alzi sensibilmente la soglia di rischio per minacce limitate e scenari di coercizione, costruendo fondamenta tecniche e industriali per espansioni successive.
Entro il 2028, ciò significa soprattutto:
- accelerare lo space sensing (warning/tracking) con costellazioni più resilienti;
- unificare dati e catena decisionale fino al livello fire control;
- rendere disponibile un BMC3 terrestre più robusto e scalabile;
- potenziare e integrare difese aria/missile già in servizio (terra e mare);
- dimostrare componenti chiave (intercettori spaziali, capacità early midcourse) con percorsi credibili di industrializzazione;
- introdurre dove sensato capacità laser a terra contro droni e cruise “soft” (economia del tiro);
- rinforzare difese contro cyber, jamming e spoofing.

Dome Nazionale e il rischio della scorciatoia narrativa
Ed è qui che va evitata la scorciatoia narrativa. Un “dome” non è una cupola che “copre tutto”: è un sistema IAMD stratificato, con limiti fisici, economici e operativi, dove la differenza la fanno priorità, capacità e soprattutto capacità di reggere la saturazione. Se si comunica “scudo totale”, poi si valuta il progetto su un assoluto irraggiungibile e lo si condanna a delusioni, sprechi e oscillazioni politiche. Come abbiamo già evidenziato su brigatafolgore.net, il rischio maggiore non è tecnico ma concettuale: trasformare un’architettura complessa (sensori–C2–effettori) in uno slogan. Per questo, anche in ottica italiana, un eventuale “Dome Nazionale” ha senso solo se ancorato a obiettivi misurabili, fasi progressive e limiti dichiarati: altrimenti la promessa diventa propaganda, e la propaganda divora risorse senza produrre vera efficacia operativa.
Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger e informatico di professione.













