Il peso del tempo: perché le Forze Speciali ragionano diversamente dalle unità convenzionali
Ci sono momenti, durante un’operazione, in cui due reparti possono trovarsi di fronte allo stesso problema e affrontarlo come se vivessero in universi differenti. Non perché uno sia più coraggioso o più abile dell’altro, né perché disponga di equipaggiamenti superiori, ma perché la loro mentalità è stata formata da missioni e responsabilità profondamente diverse.
La distanza concettuale che separa un reparto convenzionale da uno di forze speciali non ha nulla a che vedere con la retorica cinematografica o con l’idea di “super soldati”. È invece la conseguenza diretta della funzione operativa per cui quei reparti sono stati generati. Come ha ricordato recentemente il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Luciano Portolano, le Forze Speciali non sono “fanteria d’élite” da mandare in prima linea, ma strumenti chirurgici, progettati per ottenere effetti strategici con piccoli numeri e altissima precisione. La massa e la continuità appartengono invece al mondo convenzionale, che garantisce la base stabile su cui poggia l’intera manovra.
Due ecosistemi complementari
Le unità convenzionali operano all’interno di un sistema che ha come obiettivo la manovra su larga scala, il controllo del territorio, la gestione del tempo lungo una catena di comando articolata. In questo contesto sono necessari disciplina, coerenza e una capacità di garantire presenza continuativa che richiede numeri importanti e procedure stabili.
Le forze speciali vivono invece in un ecosistema opposto. Si muovono ai margini del quadro politico, in scenari sensibili, dove i margini di errore sono minimi e il tempo è compresso. Operano quasi sempre in piccoli numeri, con autonomia decisionale elevata e un livello di responsabilità individuale che sarebbe insostenibile in strutture di dimensioni maggiori.
Questa differenza non esprime un giudizio di valore, ma è la conseguenza naturale delle funzioni operative per cui questi reparti sono stati concepiti.

Il tempo: risorsa distribuita o lama che taglia
Per comprendere veramente la differenza tra questi due mondi bisogna osservare come ciascuno si relaziona al tempo.
Nel mondo convenzionale il tempo scorre lungo la catena di comando. Le informazioni si raccolgono, si analizzano, risalgono ai livelli superiori, vengono integrate in un quadro più ampio e poi tornano giù sotto forma di ordini coordinati. È un processo più lento, ma permette a migliaia di persone di muoversi senza collidere, mantenendo coerenza e controllo.
Per le Forze Speciali il tempo ha un’altra forma: non una risorsa da distribuire, ma una lama sottile che costringe a decidere mentre si osserva. Il ciclo OODA non è un concetto teorico: è una spirale continua in cui osservazione, orientamento, decisione e azione si sovrappongono. Non si tratta di agire in fretta, ma di ragionare con una velocità mentale che permette di modificare il piano mentre il piano è in corso.

La responsabilità individuale
Un’altra differenza cruciale è la responsabilità. Nelle unità convenzionali essa scende e risale lungo i livelli gerarchici in modo ordinato. Le decisioni più delicate vengono prese più in alto, sulla base di un quadro d’insieme, e la distribuzione dei compiti permette di mantenere stabilità e controllo.
Nelle forze speciali, invece, la distanza tra chi decide e chi esegue si riduce drasticamente. L’operatore prende decisioni critiche in autonomia e ne porta il peso immediato, sia operativo che morale. Dove la struttura non può arrivare, intervengono intuito, esperienza e capacità di anticipare gli sviluppi. È un carico, non un privilegio, che richiede lucidità anche nel caos più assoluto.

Il caos: minaccia o ambiente naturale
Sul terreno quasi nulla accade esattamente come previsto. Ogni piano, anche il migliore, si incrina al primo contatto con la realtà.
Per i reparti convenzionali questo significa avviare un processo di riallineamento: comunicazioni, riordino, nuovi ordini. È un approccio che preserva l’efficacia su larga scala.
Per le forze speciali il caos non è un’anomalia: è parte integrante del loro ambiente operativo. L’addestramento non insegna a evitarlo, ma a conviverci, a riconoscerlo come un interlocutore inevitabile. Un cambiamento improvviso non segna la fine del piano, bensì l’inizio di un altro.
È questo che consente a un piccolo gruppo di generare effetti sproporzionati rispetto alle sue dimensioni.

Metodo: eseguire o costruire
C’è poi la questione del metodo. Le unità convenzionali, per necessità di scala, lavorano seguendo una soluzione definita, così da mantenere ordine tra reparti numerosi e interconnessi.
Le forze speciali procedono al contrario: partono dal risultato desiderato e ricostruiscono a ritroso le condizioni per ottenerlo. La domanda non è solo “come facciamo?”, ma “perché lo facciamo, quali rischi assumiamo, quali alternative abbiamo?”. È un metodo pensato per dattarsi non solo a territori sconosciuti o ostili, ma anche a spazi politici e culturali in cui le regole non sono mai chiare e spesso cambiano mentre ci si muove.

L’azione è solo l’ultimo fotogramma
L’opinione pubblica vede solo l’azione, perché è la parte più spettacolare. Ma l’azione è l’ultimo fotogramma di un processo molto più lungo, lento e silenzioso.
Prima c’è studio, analisi, osservazione, infiltrazione invisibile, interpretazione continua. Se l’intervento sembra rapido è perché tutta la lentezza necessaria è già stata spesa prima, quando nessuno guardava.
La vera essenza delle Forze Speciali non è nell’irruzione, ma nella preparazione che la rende possibile.

Due linguaggi operativi, un solo Esercito
Non esistono due eserciti, ma due linguaggi operativi che rispondono a esigenze complementari.
Non è una questione di valore, ma di linguaggio: la vera forza nasce dalla capacità di far dialogare voci diverse, non di uniformarle. È la complementarità a rendere un esercito realmente resiliente ed efficace.
È sbagliato impiegare le Forze Speciali come semplice fanteria d’élite, così come è sbagliato pretendere che i reparti convenzionali operino come Forze Speciali. I reparti convenzionali hanno dottrina, compiti e capacità costruite per reggere il peso della manovra, il controllo del terreno e la massa operativa; le Forze Speciali, invece, sono il risultato di una rara combinazione di predisposizione individuale, attitudine mentale, resistenza emotiva e competenze tecniche altamente specialistiche.
Come in una squadra corse, un’auto da competizione vince solo se pilota, ingegneri e meccanici lavorano in sintonia: nessuno sostituisce l’altro, ma senza ciascuno l’auto non scende in pista. Allo stesso modo, è nella distinzione e nell’integrazione dei ruoli che risiede la vera forza della Difesa.
Al secolo Danilo Amelotti, Sottufficiale Incursore in congedo del 9º Reggimento d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin" e Security Expert. Youtuber e TikToker con oltre 33.000 follower









