La recente riunione diplomatico-militare tenutasi a Parigi all’Eliseo — che ha visto il presidente francese Emmanuel Macron ricevere il presidente libanese Joseph Aoun e il re di Giordania Abdallah II, insieme ad alti responsabili di Stati Uniti, Gran Bretagna e Arabia Saudita per preparare il piano di dispiegamento dell’esercito libanese in vista del post-Unifil — apre a interrogativi inevitabili (e a tratti spiazzanti) sulla collocazione dell’Italia.
Solo pochi mesi fa, nel giugno del 2026, lo stesso presidente libanese Joseph Aoun plaudeva pubblicamente agli «sforzi congiunti di Parigi e Roma» per la costituzione di una coalizione multinazionale destinata a subentrare alla missione Unifil (il cui mandato scadrà a fine anno, seguito da un ritiro ordinato). Proprio in quell’occasione, al vertice ad Antibes, Emmanuel Macron e Giorgia Meloni avevano annunciato l’intenzione comune di creare una forza per rafforzare la sovranità in Libano.
Alla luce di queste premesse, l’assenza dell’Italia dal tavolo operativo odierno a Parigi fa rumore. Come mai Roma è rimasta esclusa da un appuntamento così cruciale per la definizione del futuro assetto militare e della sicurezza libanese?
Le possibili chiavi di lettura di un’assenza pesante
- Un asse franco-americano e l’allineamento sul disarmo: Il vertice parigino vede la presenza strategica di Washington e Londra, oltre che dell’Arabia Saudita. L’obiettivo dichiarato dell’Eliseo è tracciare un piano chiaro e realista per il dispiegamento delle Forze armate libanesi in vista del disarmo di Hezbollah e del ritiro d’Israele. Se la Francia sta stringendo i ranghi con gli alleati anglosassoni e regionali su un mandato operativo così netto, è possibile che l’Italia abbia scelto (o subito) una linea di parziale distacco rispetto alle modalità più spregiudicate o accelerate imposte da altri partner occidentali.
- La via nazionale tracciata da Crosetto: Negli ultimi mesi la posizione italiana si è mossa su binari precisi. A fronte del ridimensionamento e della scadenza del mandato Unifil fissata dal Consiglio di Sicurezza Onu per la fine del 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ribadito con forza che l’Italia intende difendere la propria presenza e che, qualora l’Onu decidesse il ritiro, il governo è pronto a proporre al Parlamento un ampliamento della missione bilaterale autonoma (Mibil), sottolineando che «non si abbandona un popolo» e che una nazione deve saper «prendersi delle responsabilità anche singole». Questa volontà di agire in autonomia o di puntare con decisione sul rafforzamento della cooperazione bilaterale potrebbe aver modificato l'approccio di Parigi?
- Una fase di transizione diplomatica: Non è escluso che l’assenza italiana a questo specifico vertice a tre (Francia, Libano, Giordania) allarghi le crepe di un coordinamento che, dopo gli annunci di Antibes, sta subendo variazioni nei ritmi e nelle priorità diplomatiche. Mentre la Francia accelera sulla costruzione di una coalizione operativa globale con l’egida di Washington e dei partner arabi, l’Italia sembra concentrarsi sulla salvaguardia del proprio storico radicamento sul terreno e sul potenziamento dei canali formativi già esistenti con le forze di sicurezza libanesi.
Quali scenari adesso?
Il rischio per la diplomazia italiana è di subire passivamente decisioni cruciali sul futuro del Libano e sul quadrante mediorientale, nonostante decenni di presenza in prima linea con i caschi blu di Unifil e il supporto alla Mibil. Se l’intento di Roma era quello di non abdicare al proprio ruolo strategico, l’esclusione dal vertice parigino impone una riflessione urgente: l’asse con la Francia sul post-Unifil rischia di trasformarsi in un monopolio parigino-angloamericano? La risposta definirà il peso politico dell’Italia in Libano nei prossimi mesi.
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