Per decenni il fucile d’ordinanza del soldato italiano è stato un compagno destinato a durare un'intera generazione. Il FAL BM59, adottato progressivamente tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, e poi la famiglia AR/SC/SCP 70/90, introdotta a partire dal 1990, hanno accompagnato l’Esercito Italiano per periodi molto lunghi, attraversando profondi cambiamenti tecnologici, dottrinali e geopolitici.
Con il Beretta ARX160, invece, la storia sembra destinata a essere diversa.
Nato nel quadro del programma Soldato Futuro, sperimentato operativamente già alla fine degli anni Duemila e progressivamente entrato nei reparti nel decennio successivo, l’ARX160 sta infatti iniziando a cedere il posto al nuovo Beretta NARP – New Assault Rifle Platform.
Beretta Defense Technologies ha confermato che il primo contratto per l’Esercito Italiano riguarda 7.000 NARP in calibro 5,56×45 NATO e che la distribuzione progressiva è iniziata nel quarto trimestre del 2025, con l’obiettivo di sostituire gradualmente gli ARX160 attualmente in servizio.
Non significa naturalmente che domani gli ARX160 scompariranno dalle armerie italiane. La sostituzione di decine di migliaia di armi individuali richiede anni e le due piattaforme continueranno inevitabilmente a convivere.
Ma un dato storico emerge comunque con forza: l’ARX160 rischia di avere uno dei cicli più brevi, se non il più breve, tra i principali fucili d’ordinanza dell’Esercito Italiano del dopoguerra.
Dal FAL BM59 all’AR70/90: quando un fucile durava decenni
Il confronto è significativo.
Il FAL BM59, derivato dalla grande famiglia progettuale del Garand ma profondamente trasformato per rispondere alle esigenze italiane, venne adottato dall’Esercito Italiano all’inizio degli anni Sessanta e rimase per decenni una delle principali armi individuali dei reparti combattenti, fino alla progressiva introduzione della famiglia AR70/90.
Il suo ciclo operativo si sviluppò quindi nell’arco di circa tre decenni.
Poi arrivò la famiglia AR70/90, nelle differenti configurazioni AR, SC e SCP. Ma il passaggio dal vecchio al nuovo fucile non fu immediato e la Somalia rappresenta probabilmente una delle immagini più efficaci di quella transizione.
Quando l’operazione Ibis iniziò, nel dicembre 1992, una parte dei paracadutisti della Folgore operava infatti ancora con il FAL BM59. I nuovi SCP 70/90 erano inizialmente presenti soprattutto presso gli incursori del 9° Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, che costituirono anche il primo contingente italiano ad arrivare a Mogadiscio il 13 dicembre 1992.
Pochi mesi dopo la situazione cambiò rapidamente.
Secondo quanto dichiarato al nostro blog dal Paracadutista Vincenzo Palumbo, allora in forza al 186° Reggimento Paracadutisti Folgore, oggi Presidente della Sezione ANPd’I di Napoli e coordinatore del gruppo “Reduci – Battaglia del Pastificio”, gli SCP 70/90 arrivarono al reparto a Siena ancora nelle casse di legno a metà maggio 1993 e, appena una decina di giorni dopo, partirono con gli uomini diretti a Mogadiscio.
La Somalia divenne così uno dei primi grandi banchi di prova operativi della nuova famiglia di fucili: nel giro di pochi mesi, i reparti passarono dal FAL BM59 agli SCP 70/90 direttamente a ridosso di una missione reale, portando il nuovo sistema d’arma dal magazzino al teatro operativo quasi senza soluzione di continuità.
Da quel momento la famiglia AR/SC/SCP 70/90 avrebbe accompagnato le Forze Armate italiane per oltre vent’anni, fino alla progressiva introduzione dell’ARX160.
Anche in questo caso la sostituzione non fu immediata. Gli AR70/90 continuarono infatti a essere utilizzati per anni dopo l’arrivo dei primi ARX160. Nel maggio 2011, per esempio, l’Aeronautica Militare definiva ufficialmente l’ARX160 il “naturale sostituto” dell’AR70/90 durante la consegna dei nuovi fucili al 16° Stormo.
È, in sostanza, lo stesso processo che vedremo ora tra ARX160 e NARP: non una sostituzione improvvisa, ma una transizione progressiva nella quale vecchia e nuova piattaforma continueranno inevitabilmente a convivere.
L’ARX160 nasceva per il soldato del futuro
Per comprendere perché la sua parabola possa essere più breve bisogna però evitare un errore: giudicare l’ARX160 con gli standard del 2026.
Quando venne progettato, era un’arma decisamente moderna.
L’ARX160 nasce all’interno del più ampio programma Soldato Futuro, che puntava a trasformare il combattente individuale in un sistema integrato fatto di arma, comunicazioni, sensori, protezioni e capacità di osservazione.
L’Esercito lo descrive ancora oggi come un fucile di nuova generazione sviluppato per superare le prestazioni del Beretta 70/90: struttura in polimero, peso contenuto, elevata maneggevolezza, configurazione completamente ambidestra, calcio telescopico e slitte Picatinny per sistemi di puntamento diurni e notturni.
L’arma era inoltre parte di un ecosistema molto più ampio. Nel concetto Soldato Futuro poteva essere abbinata al lanciagranate GLX160 e al sistema ICWS, con camera IR, camera TV, laser visibile e infrarosso e sistemi di puntamento integrati.
Per l’epoca era una concezione estremamente avanzata.
E soprattutto l’ARX160 non nacque soltanto sui tavoli dei progettisti.
Una delle sue prime sperimentazioni operative avvenne direttamente in Afghanistan. Alcuni esemplari furono impiegati dalla Brigata Paracadutisti “Folgore”, sia dalle Forze Speciali del Col Moschin, che dalle Aviotruppe dei Reggimenti di manovra, e proprio dalle osservazioni provenienti dal teatro operativo vennero introdotte modifiche ergonomiche e tecniche.
In altre parole, l’ARX160 fu esso stesso figlio delle guerre successive all’11 settembre.
Afghanistan, Iraq e Ucraina hanno compresso i cicli tecnologici
Un BM59 poteva restare concettualmente attuale per molti anni.
Un AR70/90 poteva attraversare un’intera generazione militare ricevendo aggiornamenti relativamente limitati.
Nel XXI secolo questo è diventato molto più difficile.
Afghanistan, Iraq e soprattutto Ucraina hanno compresso i cicli tecnologici del combattimento terrestre.
Negli ultimi venticinque anni il fucile non è più semplicemente l’arma individuale intorno alla quale ruotano mirino, cinghia e caricatore.
È diventato progressivamente una piattaforma sulla quale convergono ottiche, sistemi notturni, laser IR, illuminatori, termici, moderatori di suono e altri accessori, mentre cambiano contemporaneamente munizionamenti, protezioni individuali, modalità di combattimento e procedure d’impiego.
Afghanistan e Iraq avevano già dimostrato quanto rapidamente le esigenze reali potessero modificare configurazioni e dottrine.
L’Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo.
Il campo di battaglia contemporaneo evolve ormai con ritmi che difficilmente possono essere paragonati a quelli della Guerra Fredda: sensori, droni, visori notturni, termici, sistemi di scoperta, soppressori e capacità di combattimento notturno entrano nei reparti e modificano rapidamente anche ciò che viene richiesto all’arma individuale.
Di conseguenza si accorcia inevitabilmente anche la vita tecnologica di una piattaforma.
Non perché dopo quindici anni un fucile smetta improvvisamente di funzionare.
Ma perché cambia il sistema nel quale deve essere inserito.
ARX160: un fallimento? No
È quindi sbagliato interpretare l’arrivo del NARP come una bocciatura dell’ARX160.
L’ARX160 ha introdotto nell’Esercito Italiano caratteristiche che rispetto all’AR70/90 rappresentavano un salto generazionale evidente.
Ambidestria completa, modularità, cambio della canna, possibilità di modificare il lato di espulsione, struttura in polimero, peso contenuto e forte integrazione con accessori erano caratteristiche particolarmente innovative quando il progetto prese forma.
E l’arma continuò anche a evolvere.
L’Esercito sviluppò infatti la versione A3, recependo le richieste provenienti dagli operatori nell’ambito delle attività di sviluppo e sperimentazione del programma Forza NEC.
Nel 2016 la Forza Armata indicava esplicitamente il completamento dell’upgrade dall’ARX160 A1 all’A3.
Il punto quindi non è che l’ARX160 fosse tecnicamente sbagliato.
È che tra l’arma immaginata negli anni Duemila e quella richiesta al combattente di oggi è cambiato moltissimo.
Arriva il NARP
Beretta iniziò il programma NARP nel 2018.
I primi prototipi funzionali furono consegnati a unità dell’Esercito Italiano nel 2022 per prove e valutazioni, mentre la piattaforma venne presentata pubblicamente al DSEI di Londra nel 2023.
Lo sviluppo stesso racconta quindi qualcosa di importante: mentre l’ARX160 era ancora pienamente in servizio, era già iniziato il lavoro sulla generazione successiva.
Beretta definisce il NARP una piattaforma progettata intorno a cinque capacità principali: letalità, affidabilità, ergonomia, modularità e riduzione della firma acustica e visiva.
Ed è proprio quest’ultimo elemento a raccontare quanto siano cambiate le priorità.
Il moderatore di suono, per esempio, non viene più considerato soltanto un accessorio specialistico da Forze Speciali. La gestione della firma sonora e visiva dell’arma entra sempre più nella progettazione complessiva del sistema.
Ma il NARP non è un “M4 italiano”
La somiglianza estetica porta spesso a una semplificazione: “Beretta ha abbandonato l’ARX160 per tornare a fare un M4 moderno”.
È una definizione fuorviante.
È vero che il NARP adotta volutamente una ergonomia familiare alle piattaforme AR.
Ed è Beretta stessa a dirlo: l’azienda parla di “ergonomia simile alle piattaforme AR”, sottolineando però contemporaneamente la presenza di caratteristiche specifiche sviluppate internamente.
Il richiamo all’AR-15 è evidente anche nella struttura generale upper/lower e nella disposizione dei comandi. La geometria dei controlli era stata studiata anche per facilitare il passaggio degli operatori già abituati alle piattaforme AR.
Ma fermarsi all’aspetto esterno significa ignorare la meccanica.
L’M4 tradizionale utilizza il sistema di funzionamento derivato dall’AR-15/M16 con gas convogliati verso il gruppo portaotturatore.
Il NARP utilizza invece un sistema a sottrazione di gas con pistone a corsa corta, associato a otturatore rotante. È la stessa configurazione indicata ufficialmente da Beretta nelle specifiche tecniche della piattaforma.
Il sistema di recupero è inoltre contenuto nell’arma, soluzione che consente anche l'impiego di calci pieghevoli opzionali, cosa non possibile su un M4 tradizionale senza profonde modifiche all’architettura.
Il NARP dispone inoltre di regolazione del gas, astina con sistema di sgancio rapido, interfacce M-LOK e una progettazione già orientata all’impiego del moderatore di suono.
In altre parole:
il NARP prende dall’ecosistema AR ciò che negli ultimi decenni si è imposto come standard ergonomico, ma non è semplicemente un clone dell’M4.
È una piattaforma Beretta sviluppata intorno a requisiti contemporanei utilizzando un linguaggio ergonomico ormai estremamente diffuso tra militari e Forze Speciali occidentali.
La distinzione è importante.
L’ARX160 cercava deliberatamente di rompere con molte convenzioni precedenti. Il NARP appare invece più pragmatico.
Non cerca necessariamente di reinventare l’ergonomia del fucile d’assalto, ma adotta soluzioni già familiari a moltissimi operatori e concentra l’innovazione sulla meccanica, sull’affidabilità, sulla modularità, sulla gestione della firma e sull’integrazione con gli accessori.
È una filosofia diversa.
E probabilmente è proprio l’esperienza maturata negli ultimi vent’anni a suggerirla.
Quando un soldato passa continuamente da addestramenti multinazionali a missioni NATO, quando Forze Speciali di Paesi differenti lavorano insieme e quando gran parte del mercato occidentale utilizza comandi ormai molto simili, anche la standardizzazione ergonomica diventa un vantaggio operativo.
Non soltanto 5,56 NATO
Un altro segnale importante è la volontà di trasformare NARP in una vera famiglia.
Il primo contratto italiano riguarda la versione 5,56×45 NATO con canna da 14,5 pollici, ma Beretta dispone già di configurazioni in .300 Blackout e 6,5 Grendel.
Beretta Defense Technologies ha inoltre confermato lo sviluppo di una variante 7,62×51 NATO.
La piattaforma nasce quindi con un margine evolutivo che va oltre il semplice sostituto uno-a-uno dell’ARX160.
Ed è forse questo il vero significato della parola Platform contenuta nel nome NARP.
Non un singolo fucile destinato necessariamente a rimanere identico per trent’anni, ma una base sulla quale costruire configurazioni e capacità differenti.
Il fucile d’ordinanza non dura più una generazione?
La storia dell’ARX160 potrebbe quindi segnare anche la fine di un’epoca.
BM59 e AR70/90 appartenevano a un mondo nel quale un grande programma di armamento individuale poteva essere concepito pensando a un ciclo operativo di diversi decenni.
L’ARX160 nasce invece esattamente nel momento in cui quella logica comincia a cambiare.
Le guerre post-11 settembre hanno prodotto una quantità enorme di ritorni operativi. Afghanistan e Iraq hanno modificato equipaggiamenti e tattiche direttamente durante i conflitti.
L’Ucraina sta facendo qualcosa di ancora più radicale: sta mostrando quanto rapidamente tecnologia commerciale, sensori, droni, guerra elettronica e nuove forme di osservazione possano modificare il campo di battaglia.
In questo ambiente aspettarsi che un sistema individuale rimanga tecnologicamente immutato per trent’anni potrebbe semplicemente non essere più realistico.
Ed è questa probabilmente la chiave per comprendere la breve parabola dell’ARX160.
Non un fucile nato male.
Al contrario, un fucile nato nel momento sbagliato per poter invecchiare lentamente.
Quando apparve rappresentava il futuro del soldato italiano.
Quindici anni dopo, quel futuro è già cambiato.
E il NARP non rappresenta soltanto il suo successore: rappresenta un modo diverso di concepire l’arma individuale e, soprattutto, il suo ciclo di vita.
Perché oggi il problema non è più costruire un fucile destinato necessariamente a durare trent’anni.
È costruire una piattaforma capace di evolvere abbastanza rapidamente da non essere superata dal campo di battaglia prima ancora di arrivare alla metà della propria vita operativa.
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