Il 17 settembre 2009 è una delle date più dolorose nella storia recente dell’Esercito Italiano e della Brigata Paracadutisti “Folgore”.
A Kabul sono da poco passate le 12:10, ora locale. Due mezzi blindati VTLM Lince italiani percorrono la strada che collega l’aeroporto alla città. A bordo ci sono dieci militari.
Un’autovettura carica di esplosivo raggiunge il convoglio e si inserisce tra i veicoli. L’attentatore suicida provoca la detonazione.
L’esplosione investe violentemente entrambi i Lince.
Per sei Paracadutisti non c’è scampo.
Altri quattro militari italiani rimasero feriti. L’attentato colpì duramente anche la popolazione afghana, provocando vittime e numerosi feriti tra i civili.
L’attacco alle 12:10 nel cuore di Kabul
I militari erano impegnati nell’ambito della missione ISAF, la International Security Assistance Force a guida NATO. Nel 2009 l’Italia schierava in Afghanistan migliaia di militari, con una presenza concentrata soprattutto nella regione occidentale del Paese e nella capitale.
Quella mattina i due VTLM Lince erano impegnati in un normale ma delicato servizio di scorta. La pattuglia, comandata dal Tenente Antonio Fortunato, aveva raggiunto l’aeroporto di Kabul per prelevare alcuni militari appena rientrati dall’Italia dopo un periodo di licenza e accompagnarli verso la base. Tra loro c’era anche il Sergente Maggiore Roberto Valente, tornato in Afghanistan proprio al termine di una licenza di quindici giorni.
Quattro dei sei caduti appartenevano al 186° Reggimento Paracadutisti “Folgore”: Fortunato, Mureddu, Pistonami e Ricchiuto. Roberto Valente proveniva dal 187° Reggimento Paracadutisti “Folgore”, mentre Massimiliano Randino era in forza al 183° Reggimento Paracadutisti “Nembo”.
Erano uomini provenienti da reparti diversi, uniti dallo stesso basco amaranto e dalla stessa missione. Quello dall’aeroporto alla base era uno dei tanti trasferimenti che scandivano quotidianamente la vita del contingente italiano a Kabul.
Alle 12:10, nei pressi della rotonda Massoud, quella routine venne spezzata dall’attentato.
L’autobomba riuscì ad arrivare a contatto con il convoglio.
La violenza della detonazione fu tale da devastare l’area circostante. Sui due Lince viaggiavano dieci militari italiani: sei morirono e quattro rimasero feriti.
L’attacco venne rivendicato dai talebani.
Per l’Italia fu uno dei momenti più tragici dell’intera missione in Afghanistan.
Ma dietro i numeri c’erano sei vite.
Sei famiglie.
Sei storie che quel giorno si interruppero a migliaia di chilometri da casa.
Sei nomi da ricordare
- Antonio Fortunato
- Roberto Valente
- Matteo Mureddu
- Gian Domenico Pistonami
- Massimiliano Randino
- Davide Ricchiuto
Ripeterne i nomi non è un dettaglio.
È forse la parte più importante di ogni anniversario.
Perché con il trascorrere degli anni le missioni terminano, i contingenti rientrano, i reparti cambiano uomini e comandanti e persino guerre che hanno occupato per anni le prime pagine dei giornali diventano progressivamente storia.
I nomi, invece, devono restare.
Nel dicembre 2009 ai sei militari venne conferita alla memoria la Croce d’Onore alle vittime di atti di terrorismo o di atti ostili impegnate in operazioni militari e civili all’estero.
Diciassette anni dopo
Oggi, 17 settembre 2026, sono trascorsi diciassette anni.
L’Afghanistan di allora non esiste più nella stessa forma. ISAF è terminata, la successiva missione Resolute Support si è conclusa e le Forze Armate occidentali hanno lasciato il Paese nel 2021.
Ma il trascorrere del tempo non cambia ciò che accadde sulla strada di Kabul.
Per la Folgore il 17 settembre resta una ferita e, soprattutto, una giornata della memoria.
Non soltanto per chi indossa oggi il basco amaranto, ma per tutti coloro che lo hanno indossato e per chi riconosce il significato del servizio svolto dai militari italiani nelle missioni all’estero.
Ricordare non significa trasformare quei sei uomini in figure lontane o retoriche.
Significa continuare a pronunciarne i nomi.
Significa ricordare che dietro ogni uniforme c’erano famiglie, amici, commilitoni, progetti e vite quotidiane.
Significa impedire che il tempo trasformi il sacrificio in una semplice riga su un calendario.
- Tenente Antonio Fortunato
- Sergente Maggiore Roberto Valente
- Primo Caporal Maggiore Matteo Mureddu
- Primo Caporal Maggiore Gian Domenico Pistonami
- Primo Caporal Maggiore Massimiliano Randino
- Primo Caporal Maggiore Davide Ricchiuto
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