La Russia si sta preparando per una nuova serie di test del missile strategico a propulsione nucleare Burevestnik (nome in codice NATO: SSC-X-9 Skyfall, noto a livello mediatico come la “Chernobyl volante”). È quanto emerge dall’analisi dei dati satellitari e dalle movimentazioni anomale registrate nell’arcipelago artico di Novaja Zemlja, nei pressi del poligono di prova di Pankovo.
La mobilitazione nell’Artico: indizi e riscontri da Open Source Intelligence
La fine del mese di agosto rappresenta storicamente il periodo in cui Mosca avvia la finestra temporale per le prove di volo di questo sistema d’arma. Nelle ultime settimane, i movimenti registrati nell’area artica hanno fatto scattare l’allerta degli analisti di intelligence e degli osservatori internazionali.
Presso la base aerea di Rogachovo, a Novaja Zemlja, è stato rilevato l’arrivo di velivoli altamente specializzati, tra cui due aerei per il tracciamento telemetrico e la raccolta dati di volo Il-976 SKIP, un velivolo di allerta precoce e controllo aeroportato A-50U, oltre a diversi aerei da trasporto ed elicotteri impiegati per la logistica e il trasferimento di personale al sito di test.
Parallelamente, si registra una netta intensificazione delle attività navali nei mari di Barents e Kara, dove unità di supporto e naviglio civile precedentemente associati alle campagne di sperimentazione del Burevestnik hanno ripreso le posizioni operative. Il quadro è completato dall’emissione di specifici avvisi NOTAM da parte delle autorità russe, che hanno disposto la chiusura di porzioni dello spazio aereo sovrastante l’area interessata.
Cos’è il Burevestnik e perché preoccupa l’Occidente
Presentato originariamente da Vladimir Putin nel 2018, il 9M730 Burevestnik è un missile da crociera subsonico a gittata teoricamente illimitata, spinto da un reattore nucleare miniaturizzato. Questa soluzione tecnica dovrebbe consentire all’ordigno di eludere le tradizionali difese missilistiche e i radar terrestri volando a bassissima quota per tempi eccezionalmente lunghi.
Tuttavia, il programma è stato storicamente costellato da gravi criticità tecniche e incidenti. Secondo le stime dell’intelligence statunitense, la maggior parte dei primi test condotti negli scorsi anni si è conclusa con insuccessi. Tra questi spicca la tragedia dell’agosto 2019 nel poligono di Nenoksa, dove un’esplosione durante un test di un propulsore a radioisotopi causò la morte di sette persone, tra ingegneri e specialisti nucleari russi. Proprio la natura intrinsecamente rischiosa della propulsione atomica è valsa al sistema l’appellativo occidentale di “Chernobyl volante”.
Lo stato del programma tra proclami e scetticismo
Sul fronte dei risultati ufficiali, il Cremlino mantiene una narrazione di segno opposto. Lo scorso anno, le autorità russe hanno dichiarato la riuscita di una serie di test chiave: Vladimir Putin ha definito il sistema un’arma “unica”, mentre il capo di stato maggiore Valery Gerasimov ha sostenuto che in una delle prove il missile avrebbe percorso circa 14.000 chilometri in 15 ore.
Dichiarazioni che, tuttavia, continuano a essere accolte con forte scetticismo dalle cancellerie occidentali, anche a causa dell’assenza di riscontri visivi verificabili o di filmati ufficiali diffusi dal Ministero della Difesa russo. Con l’attuale rischieramento di mezzi a Novaja Zemlja, Mosca sembra dunque pronta a inaugurare una nuova fase di verifiche sul campo per validare l’affidabilità di uno dei progetti più controversi della sua dottrina strategica.
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