Nel giugno del 1997 la Brigata Paracadutisti “Folgore” finì improvvisamente sul banco degli imputati.
Non soltanto alcuni suoi uomini, ma la Folgore intera.
Titoli di giornale, fotografie, testimonianze, racconti di torture, stupri e omicidi costruirono nell’arco di poche settimane l’immagine di un reparto nel quale violenza e sopraffazione sarebbero state quasi sistematiche.
Si arrivò persino a chiedere pubblicamente lo scioglimento della Brigata Folgore. Il 13 giugno 1997 il manifesto titolava senza mezzi termini “Sciogliete la Folgore”. Pochi giorni dopo i Verdi organizzarono al Senato una conferenza stampa dedicata alla violenza nelle Forze Armate nella quale venne avanzata la stessa proposta.
Quasi trent’anni dopo, però, è possibile fare qualcosa che allora risultava molto più difficile: separare le accuse dai fatti accertati, le fotografie dalle interpretazioni, le responsabilità individuali dalla responsabilità di un’intera Brigata e, soprattutto, il processo mediatico dai processi giudiziari.
E il quadro che ne emerge è profondamente diverso da quello rimasto nell’immaginario collettivo.
Quando un’accusa diventa una condanna collettiva
Lo scandalo esplose attraverso una serie di servizi giornalistici sulle presunte violenze commesse da militari italiani durante l’operazione in Somalia.
Le accuse erano devastanti.
Si parlò di torture con scariche elettriche, stupri, pestaggi, omicidi di civili e violenze gratuite.
Alcuni episodi erano accompagnati da fotografie e meritavano necessariamente di essere indagati. Altri dipendevano invece esclusivamente dalle dichiarazioni di testimoni ed ex militari.
Ma nella rappresentazione pubblica questa distinzione scomparve rapidamente.
Non si parlava più di verificare chi avesse fatto cosa. Non vi era più distinzione tra denuncia e sentenza.
Si cominciò a parlare della “Folgore” nel suo complesso. La Folgore era già stata giudicata e condannata nell’opinione pubblica.
La differenza è enorme.
Perché una cosa è accertare la responsabilità penale di un singolo militare. Un’altra è trasformare il comportamento eventualmente criminale di alcune persone nella descrizione morale di migliaia di paracadutisti e di un’intera grande unità dell’Esercito Italiano.
Persino il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, intervenendo nel giugno 1997, mise in guardia da questa generalizzazione, definendo ingiusta una condanna indiscriminata dell’intera Brigata.
La Commissione Gallo: nessuna responsabilità della Folgore come istituzione
Il Governo istituì una commissione d’inchiesta presieduta dall’ex presidente della Corte costituzionale Ettore Gallo.
La Commissione svolse oltre cento audizioni e approfondì numerosi episodi.
Le conclusioni furono molto meno spettacolari dei titoli comparsi nelle settimane precedenti.
La Commissione escluse che esistesse una responsabilità generalizzata della Folgore o dei vertici del contingente.
Il resoconto dell’epoca riassunse che nel complesso il giudizio sul comportamento dei militari italiani rimaneva positivo.
Il caso Franco Carlini: «accuse assolutamente prive di consistenza»
È probabilmente uno dei casi più clamorosi.
Un ex interprete somalo accusò il tenente colonnello Franco Carlini di aver violentato e ucciso un minore somalo. Carlini venne effettivamente indagato per omicidio volontario dalla Procura di Milano.
Il procedimento fu però successivamente archiviato. Gli atti parlamentari del Senato del 2001 parlano esplicitamente di accuse risultate «assolutamente prive di consistenza» e quindi di un procedimento archiviato dopo circa quattro anni.
Lo scoop Panorama-Bertini: l'unico scandalo è la bufala
Negli anni successivi molti altri racconti che avevano alimentato il Somalia-gate ebbero lo stesso riscontro giudiziario: accuse false e totalmente infondate.
È il caso emblematico delle dichiarazioni di Benedetto Bertini, ex militare diventato una delle fonti della stampa nelle settimane dello scandalo.
Bertini aveva raccontato anche episodi gravissimi, arrivando a sostenere che fossero state commesse uccisioni deliberate di civili somali: accuse che non trovarono alcun riscontro e si rivelarono frutto della sua fantasia.
Con problemi di tossicodipendenza, cercò di trarre vantaggio economico dalla vendita di false informazioni e foto inesistenti al giornale, sperando di ottenere fino a sette milioni di lire.
Tuttavia, gli investigatori della polizia di Palermo, grazie alla collaborazione dei militari della Folgore e alle incongruenze emerse durante l'interrogatorio di Bertini, riuscirono a smascherare la verità.
Questo particolare è essenziale per comprendere il clima dell’estate 1997.
Accuse, fatti da verificare e racconti completamente falsi finirono nello stesso contenitore mediatico.
E sopra quel contenitore venne scritto un solo nome: Folgore.
Il caso del razzo illuminante
La fotografia della donna somala e del razzo illuminante diede luogo a un’indagine della Procura di Livorno per atti di libidine violenta/violenza sessuale.
La donna identificata come Dahira Salad Osman fornì indicazioni sul luogo dell’episodio incompatibili con quelle dell’autore delle fotografie e non fu in grado di identificare i presunti responsabili. Furono inoltre disposte perizie per verificare che fosse effettivamente lei la donna ritratta.
Nel gennaio 1998 emerse un ulteriore elemento: Dahira Salad Osman arrivò a dichiarare di non essere la donna delle fotografie e di non aver subito violenze.
Anche in questo caso, l’indagine non portò ad alcuna condanna dei militari coinvolti.
I tre somali del 2 luglio 1993
Un altro fascicolo riguardò tre somali fermati durante la Battaglia del Pastificio e successivamente ricoverati presso l'ospedale degli Emirati Arabi Uniti con segni di maltrattamenti.
La Procura di Torino indagò sia sulle sevizie, sia sulla presunta falsificazione di documenti relativa alla loro consegna alla polizia somala.
La Commissione parlamentare considerò l'episodio «privo di risvolti penali».
Anche questo episodio, non produsse alcuna condanna né responsabilità penale a carico dei militari coinvolti.
Il caso degli elettrodi
L’episodio giudiziariamente più noto è quello mostrato nella celebre sequenza fotografica di un cittadino somalo immobilizzato mentre alcuni militari utilizzavano i fili di un telefono campale.
Su questo fatto esistono atti giudiziari precisi e proprio questi consentono di distinguere ciò che venne raccontato sui giornali da ciò che divenne effettivamente definitivo davanti alla giustizia.
Valerio Ercole venne processato davanti al Tribunale di Livorno e il 13 aprile 2000 fu condannato in primo grado a un anno e sei mesi.
Ma quella condanna non passò mai in giudicato.
Il 22 febbraio 2001 la Corte d’Appello di Firenze, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarò di non doversi procedere perché il reato era estinto per intervenuta prescrizione.
Non si arrivò quindi a una condanna definitiva. E questo, sul piano giuridico, è un punto essenziale: l’articolo 27 della Costituzione stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Ercole, pertanto, non può essere presentato come un militare definitivamente riconosciuto colpevole dei fatti contestati.
Nello stesso procedimento era coinvolto Antonello Migneco, che aveva invece scelto la strada del patteggiamento e la cui posizione venne separata da quella di Ercole.
Ed è proprio questa la differenza che spesso scompare nelle ricostruzioni del Somalia-gate: per l’episodio simbolo dello scandalo, Ercole non ha una condanna penale definitiva; Migneco definì invece la propria posizione con un patteggiamento.
Le fotografie esistevano e l’episodio doveva essere investigato. Ma una fotografia, per quanto impressionante, non sostituisce il percorso giudiziario né autorizza a trasformare una responsabilità individuale da accertare nella colpa collettiva di un’intera Brigata.
La macchina del fango funziona in una sola direzione
Il Somalia-gate rimane anche un caso di scuola sul funzionamento dell’informazione.
L’accusa conquista la prima pagina. Quando il fatto non regge in tribunale, la notizia quasi scompare.
Una testimonianza anonima può trasformarsi immediatamente in un titolo nazionale. Quando quella stessa testimonianza viene smentita, ritrattata o non trova conferma giudiziaria, difficilmente la rettifica riceve lo stesso spazio.
Nel caso della Folgore questo meccanismo ebbe conseguenze enormi.
Un’intera generazione di paracadutisti, tornata da una delle missioni più difficili affrontate dall’Italia nel dopoguerra, si trovò associata per anni a immagini, racconti e accuse delle quali la stragrande maggioranza di quegli uomini non aveva alcuna responsabilità.
Naturalmente questo non può cancellare eventuali responsabilità individuali. Ma queste responsabilità vanno accertate nei tre gradi di giudizio previsti dalla giustizia italiana, non nelle piazze né sulle prime pagine dei giornali.
Si parlava di stupri, torture, omicidi e di una cultura della violenza che avrebbe attraversato l’intera Brigata. Nel 1997 si arrivò perfino a chiedere lo scioglimento della Folgore.
Poi arrivarono le indagini.
Arrivarono le commissioni. Arrivarono i magistrati. Arrivarono i processi.
E quel quadro si ridimensionò drasticamente.
Questo non significa assolvere chi abbia realmente commesso un abuso, laddove una responsabilità sia stata accertata giudiziariamente.
La Folgore ha bisogno, però, che venga applicato anche a lei lo stesso principio fondamentale di qualsiasi Stato di diritto: le responsabilità sono personali.
E soprattutto che un’accusa non venga tramandata per trent’anni come se fosse una sentenza.
Perché alla fine del Somalia-gate resta una sproporzione difficilmente ignorabile: da una parte uno dei più violenti processi mediatici mai subiti da un reparto delle Forze Armate italiane.
Dall’altra, gli esiti reali delle indagini e della giustizia.
Ed è forse proprio questa la vera anatomia del Somalia-gate.
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