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Il nemico senza uniforme: come gli insurgents hanno cambiato per sempre le regole d’ingaggio delle missioni italiane all’estero

Dalla Somalia del 1993 all’Afghanistan post-2001 cambia il modo di leggere il nemico senza uniforme. A Mogadiscio i “miliziani” mostrarono già alcune caratteristiche della guerra irregolare, ma fu soprattutto in Afghanistan che il concetto di insurgent venne davvero approfondito, costringendo i militari ad affrontare la sfida più difficile: distinguere chi combatte da chi non combatte.

Il nemico senza uniforme: come gli insurgents hanno cambiato per sempre le regole d’ingaggio delle missioni italiane all’estero
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Il nemico senza uniforme: come gli insurgents hanno cambiato per sempre le regole d’ingaggio delle missioni italiane all’estero

Il nemico senza uniforme: come gli insurgents hanno cambiato per sempre le regole d’ingaggio delle missioni italiane all’estero
Condoralex Condoralex 12 settembre 2026 15 min di lettura 46 Scarica PDF

Dalla Somalia del 1993 all’Afghanistan post-2001 cambia il modo di leggere il nemico senza uniforme. A Mogadiscio i “miliziani” mostrarono già alcune caratteristiche della guerra irregolare, ma fu soprattutto in Afghanistan che il concetto di insurgent venne davvero approfondito, costringendo i militari ad affrontare la sfida più difficile: distinguere chi combatte da chi non combatte.

Per generazioni il soldato è stato addestrato a riconoscere il proprio avversario attraverso elementi relativamente chiari: un’uniforme, un reparto, una posizione militare, mezzi e armi appartenenti a un esercito nemico.

Le guerre combattute dopo l’11 settembre 2001, e soprattutto quelle in Afghanistan e Iraq, hanno progressivamente demolito questa certezza.

Il nemico poteva essere un uomo apparentemente indistinguibile dal resto della popolazione. Non necessariamente indossava un’uniforme, non occupava stabilmente una trincea e poteva non portare apertamente un’arma.

Poteva essere agricoltore durante una parte della giornata e combattente durante un’altra. Poteva osservare una pattuglia, segnalarne il passaggio, collocare un ordigno, recuperare successivamente un’arma nascosta e poi tornare all’interno di un villaggio.

È la figura dell’insurgent, l’insorto.

Una figura che non nasce certamente in Afghanistan, ma che proprio nelle campagne dell’Afghanistan e dell’Iraq è diventata centrale per un’intera generazione di militari occidentali.

E ha modificato profondamente anche il volto delle missioni italiane all’estero.

Dal soldato nemico all’insurgent

Nella guerra convenzionale il principio fondamentale rimane relativamente semplice: due forze armate contrapposte si affrontano e i loro appartenenti costituiscono obiettivi militari, salvo quando siano fuori combattimento, si siano arresi o godano di specifiche protezioni.

Nell’insurrezione questa distinzione diventa molto più difficile.

Gli insurgents appartengono normalmente a organizzazioni armate non statali che combattono contro un governo, una forza straniera o entrambe. Possono operare attraverso cellule relativamente strutturate oppure attraverso reti molto meno visibili.

Soprattutto, non hanno necessariamente interesse a distinguersi dalla popolazione civile.

È proprio questa caratteristica a trasformare il campo di battaglia.

Il soldato non combatte più esclusivamente contro qualcuno che si presenta apertamente come combattente. Deve continuamente distinguere tra la popolazione che deve proteggere e persone che possono utilizzare quella stessa popolazione come ambiente all’interno del quale muoversi.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha descritto da tempo questo problema dei conflitti contemporanei: quando combattenti e civili condividono gli stessi spazi e gli appartenenti ai gruppi armati non sono immediatamente riconoscibili, il principio della distinzione diventa estremamente difficile da applicare sul terreno.

Attenzione: “insurgent” non è una nuova categoria giuridica

Questo è un punto essenziale.

La parola insurgent è estremamente utile sul piano militare, operativo e dottrinale, ma non crea automaticamente una terza categoria giuridica tra “civile” e “combattente”.

Il diritto internazionale umanitario continua infatti a basarsi sul principio della distinzione.

I civili sono protetti dagli attacchi diretti.

La protezione può però venir meno, nelle circostanze previste dal diritto dei conflitti armati, quando una persona partecipa direttamente alle ostilità.

Per i membri di gruppi armati organizzati entra inoltre in gioco il concetto della funzione combattente continuativa, la cosiddetta continuous combat function, sviluppato nell’interpretazione del diritto internazionale umanitario proprio per affrontare la realtà dei conflitti armati non internazionali.

È quindi sbagliato sintetizzare il cambiamento affermando semplicemente:

“Prima non si poteva sparare a un uomo vestito da civile, dopo l’Afghanistan sì”.

La realtà è molto più complessa.

Un civile continua a essere protetto.

Il problema operativo diventa stabilire chi sia realmente civile e chi stia invece partecipando alle ostilità o appartenga alla componente combattente di un gruppo armato organizzato.

È probabilmente una delle decisioni più difficili che possa essere richiesta a un militare.

Un uomo armato non è automaticamente un nemico

Un’altra conseguenza fondamentale riguarda il possesso delle armi.

In molti teatri operativi la semplice presenza di un’arma non poteva trasformare automaticamente una persona in un bersaglio.

In Afghanistan, soprattutto nelle aree rurali, il possesso di armi faceva parte anche della realtà sociale del Paese.

Per il militare occidentale questo significava dover valutare comportamento, contesto, intenzioni, intelligence disponibile e numerosi altri elementi prima di arrivare all’eventuale impiego della forza.

La questione diventava ancora più complessa perché l’insurgent poteva deliberatamente sfruttare questa ambiguità.

Un’arma poteva rimanere nascosta fino a pochi istanti prima dell’azione.

Un dispositivo esplosivo improvvisato poteva essere collocato senza che l’autore fosse visibilmente armato.

Un osservatore poteva semplicemente utilizzare un telefono.

Un motociclista poteva avvicinarsi a una colonna senza apparire inizialmente diverso da decine di altri civili.

Il campo di battaglia diventava quindi soprattutto un ambiente da interpretare.

Le Rules of Engagement

In questo contesto acquisiscono un’importanza enorme le Rules of Engagement, le regole d’ingaggio.

Le ROE stabiliscono, all’interno del quadro giuridico e politico applicabile alla missione, quando e in quali circostanze una forza militare possa utilizzare la forza.

Non sostituiscono il diritto internazionale umanitario e possono essere più restrittive di ciò che il diritto astrattamente consentirebbe.

Inoltre non esiste una singola regola d’ingaggio valida per tutte le missioni.

Cambiano a seconda del mandato, del teatro operativo, della fase dell’operazione e delle limitazioni decise dai singoli Stati.

Gran parte delle ROE operative è inoltre classificata.

In Afghanistan il problema divenne particolarmente evidente perché ISAF doveva contemporaneamente contrastare un’insurrezione e mantenere il sostegno della popolazione.

Colpire un insurgent poteva produrre un successo tattico.

Uccidere accidentalmente una famiglia afghana durante quella stessa azione poteva però rappresentare una sconfitta strategica.

La popolazione diventa il centro del campo di battaglia

È qui che emerge uno dei concetti più importanti della counterinsurgency, la controinsurrezione moderna.

La popolazione non rappresenta semplicemente qualcosa da proteggere mentre si combatte.

Diventa essa stessa il centro della competizione.

L’insurgent ha bisogno della popolazione per nascondersi, ricevere informazioni, muoversi, reclutare uomini, ottenere appoggio o semplicemente evitare di essere denunciato.

La forza di controinsurrezione deve invece convincere quella stessa popolazione che lo Stato e le forze di sicurezza sono in grado di proteggerla.

Da questo principio deriva una trasformazione enorme.

Il successo non può più essere misurato semplicemente contando quanti combattenti nemici siano stati eliminati.

Una battaglia può essere militarmente vinta e politicamente persa.

Ma per l’Italia il problema era apparso già in Somalia

Per l’Esercito Italiano questa trasformazione non nasce improvvisamente dopo l’11 settembre.

Quasi dieci anni prima dell’Afghanistan, la Somalia aveva già mostrato ai militari italiani molti degli elementi che sarebbero poi diventati caratteristici delle guerre contro gli insurgents.

All’epoca, tuttavia, questo concetto non faceva ancora parte del linguaggio operativo con il significato e soprattutto con la centralità che avrebbe assunto negli anni successivi.

I documenti e le cronache italiane parlavano soprattutto di miliziani, uomini delle diverse fazioni somale o, nel caso degli scontri di Mogadiscio, delle forze riconducibili al generale Mohamed Farah Aidid.

La differenza non è soltanto terminologica.

La missione in Somalia era stata concepita nel quadro di un intervento internazionale destinato a ristabilire condizioni di sicurezza, consentire gli aiuti umanitari e procedere al disarmo delle fazioni in un Paese devastato dalla guerra civile.

Il militare italiano si trovò però rapidamente davanti a una realtà che non corrispondeva più all’immagine tradizionale né del soldato nemico né del semplice civile armato.

Il 2 luglio 1993: una drammatica anticipazione

Il momento simbolicamente più importante fu il 2 luglio 1993, durante l’operazione Canguro 11 e gli scontri passati alla storia in Italia come battaglia del Check Point Pasta o del Pastificio.

Le forze italiane impegnate in un’operazione di rastrellamento e ricerca di armi furono investite dalla violenta reazione delle milizie somale riconducibili ad Aidid.

Barricate, armi automatiche, cecchini e razzi anticarro trasformarono rapidamente le strade di Mogadiscio in un vero campo di battaglia.

Ma il problema operativo più difficile era un altro.

Il nemico non costituiva una forza regolare chiaramente separata dalla popolazione.

Gli uomini armati non indossavano una vera uniforme militare che permettesse di identificarli immediatamente come appartenenti a una forza nemica.

Potevano muoversi all’interno della popolazione, utilizzare gli edifici della città, comparire improvvisamente con un’arma e successivamente scomparire nuovamente nel tessuto urbano.

La folla, i civili, gli uomini armati e i combattenti potevano trovarsi nello stesso spazio.

Con il linguaggio utilizzato allora erano miliziani.

Con le categorie operative che si sarebbero affermate dopo l’11 settembre, molti di quei comportamenti possono essere letti come tipici di una forza irregolare operante in un ambiente insurrezionale.

Questo non significa trasformare retroattivamente la battaglia del Pastificio in una classica operazione di counterinsurgency.

E neppure significa attribuire automaticamente a quegli uomini uno status giuridico particolare attraverso la parola “insurgent”.

Significa però riconoscere che la Somalia aveva già anticipato il problema che Afghanistan e Iraq avrebbero poi imposto definitivamente alle Forze Armate occidentali:

combattere un avversario armato che non indossa necessariamente un’uniforme e che opera all’interno della stessa popolazione che la forza internazionale deve proteggere.

Il 2 luglio 1993 i paracadutisti e gli altri militari italiani impegnati a Mogadiscio si trovarono davanti a questa realtà quasi un decennio prima che la parola insurgent diventasse parte abituale del vocabolario delle missioni occidentali.

La Somalia fu, sotto questo aspetto, una drammatica anticipazione.

L’Afghanistan avrebbe trasformato quell’esperienza da eccezione a problema centrale della dottrina operativa.

Afghanistan: la svolta della counterinsurgency

Questa filosofia raggiunse la sua formulazione più evidente durante la missione ISAF.

Nel 2009 il generale statunitense Stanley McChrystal, allora comandante della missione NATO in Afghanistan, introdusse una linea operativa che poneva con ancora maggiore forza la protezione della popolazione al centro della campagna.

Le direttive ISAF limitarono in particolare l’impiego della potenza di fuoco nelle situazioni in cui il rischio per i civili risultava elevato.

Vennero rafforzate le procedure relative all’uso del supporto aereo, del fuoco indiretto, alle escalation of force e alla gestione degli incidenti che coinvolgevano civili.

Il principio era semplice ma estremamente importante:

non tutto ciò che è tatticamente possibile è necessariamente strategicamente utile.

L’obiettivo non era soltanto distruggere il nemico.

Era impedirgli di controllare la popolazione.

E per i militari italiani cambia tutto

L’esperienza italiana deve essere letta all’interno di questa trasformazione.

Somalia, Bosnia e Kosovo avevano già dimostrato quanto fosse diventata fragile la distinzione tra guerra e peacekeeping.

Milizie, gruppi paramilitari, civili armati, checkpoint irregolari e popolazioni coinvolte direttamente nel conflitto avevano già costretto i soldati italiani a confrontarsi con scenari nei quali identificare la minaccia non era semplice.

Ma l’Afghanistan portò questa evoluzione a un livello completamente diverso.

Il contingente italiano, soprattutto nella regione occidentale con responsabilità su Herat e sulle province circostanti, non svolgeva semplicemente attività di sorveglianza.

Le unità italiane conducevano pattugliamenti, operazioni con le forze afghane, attività di controllo del territorio e operazioni in aree nelle quali erano presenti gruppi insurgent.

Convogli e pattuglie potevano essere attaccati attraverso imboscate, razzi, armi leggere, attentatori suicidi e soprattutto IED, gli ordigni esplosivi improvvisati.

Era una guerra nella quale il combattimento poteva iniziare in pochi secondi e terminare altrettanto rapidamente.

Il nemico poteva sparare e successivamente scomparire nuovamente all’interno del territorio.

L’IED cambia la mentalità del soldato

Probabilmente nessuna arma rappresenta meglio l’insurgency contemporanea dell’IED.

Il soldato non deve più osservare soltanto chi ha davanti.

Deve osservare il terreno, una buca apparentemente recente, un cumulo di pietre, un’automobile parcheggiata, un oggetto fuori posto, un uomo che osserva insistentemente la colonna. Una persona che utilizza un telefono in un determinato momento.

La minaccia potrebbe trovarsi sotto la strada mentre chi la controlla si trova centinaia di metri più lontano.

Questo modifica profondamente l’addestramento.

L’osservazione, la conoscenza degli schemi di comportamento, l’intelligence e la capacità di riconoscere anomalie diventano importanti quanto la capacità di utilizzare un’arma.

Dal checkpoint all’escalation of force

Una delle situazioni più difficili riguarda i veicoli o le persone che si avvicinano a un dispositivo militare senza rispettare le indicazioni.

È un civile che non ha compreso?

Un automobilista distratto?

Una persona spaventata?

Oppure un attentatore suicida?

Da qui nasce l’importanza dell’escalation of force.

  • Segnalazioni
  • Ordini
  • Segnali visivi
  • Dispositivi acustici

Azioni progressive destinate, quando la situazione lo permette, a far comprendere alla persona che deve fermarsi prima che sia necessario ricorrere alla forza letale.

Pochi secondi possono separare una normale interazione con un civile da una decisione di vita o di morte.

È una delle caratteristiche più drammatiche delle missioni di controinsurrezione.

Il soldato diventa anche un sensore

La counterinsurgency produce un’altra trasformazione.

Ogni pattuglia diventa una fonte di intelligence.

Il militare deve ricordare quali persone erano presenti in un villaggio.

Quali veicoli.

Quali attività apparivano normali.

Chi mancava improvvisamente.

Quali strade erano frequentate.

Come reagiva la popolazione al passaggio delle pattuglie.

Perfino un cambiamento apparentemente insignificante poteva diventare un indicatore.

La conoscenza del territorio non era più semplicemente geografica.

Diventava soprattutto umana.

Da qui l’enorme importanza della conoscenza delle tribù, delle famiglie, delle autorità locali, dei rapporti tra villaggi e delle dinamiche sociali.

Parlare con la popolazione diventa un’attività militare

Nella counterinsurgency anche attività che in una guerra convenzionale potrebbero sembrare secondarie diventano parte integrante dell’operazione. Parlare con gli anziani dei villaggi e con i capi tribali, sostenere la ricostruzione di una scuola o di un pozzo, addestrare la polizia locale e favorire il ritorno alla normalità nei mercati significa anche costruire sicurezza e ridurre lo spazio di manovra degli insurgents.

È su questa logica che si basavano anche i Provincial Reconstruction Teams impiegati in Afghanistan, nei quali strumenti civili e militari concorrevano alla stabilizzazione del territorio. L’Italia ebbe uno dei principali PRT proprio a Herat, cuore dell’area di responsabilità del contingente italiano.

Il paradosso della counterinsurgency

La guerra contro un’insurrezione contiene però un paradosso.

Più il nemico si confonde con la popolazione, maggiore diventa la necessità di proteggere quella popolazione.

Più aumenta il rischio per i militari, più diventa importante evitare reazioni indiscriminate.

L’insurgent può infatti cercare deliberatamente di provocare una risposta sproporzionata.

Se riesce a generare vittime civili attribuibili alle forze governative o internazionali, può trasformare una sconfitta tattica in una vittoria propagandistica.

È uno dei motivi per cui in Afghanistan la riduzione delle vittime civili divenne progressivamente uno degli elementi fondamentali della strategia ISAF.

Tutto questo ricade inevitabilmente sul militare che si trova sul terreno.

Nella guerra convenzionale l’identificazione del nemico può avvenire a chilometri di distanza.

Nella counterinsurgency spesso avviene a cinquanta metri, a venti, a cinque.

La decisione può dover essere presa in pochi istanti.

E dopo ogni incidente possono seguire rapporti, ricostruzioni, analisi delle immagini, testimonianze e verifiche sull’applicazione delle ROE.

Il soldato moderno deve quindi combinare aggressività quando necessaria e capacità di trattenere il fuoco quando la situazione non è sufficientemente chiara.

Sono due capacità apparentemente opposte.

Nella guerra contro gli insurgents diventano invece complementari.

L’Afghanistan cambia anche equipaggiamenti e addestramento

Il cambiamento non riguarda soltanto le regole d’ingaggio.

L’esperienza afghana accelera la trasformazione dell’intero soldato.

Aumentano protezioni balistiche e sistemi di comunicazione.

Si sviluppano contromisure contro gli IED.

Cresce l’importanza dei sistemi di osservazione.

Vengono impiegati sempre più frequentemente droni e sensori.

I veicoli vengono modificati per resistere maggiormente alle esplosioni.

L’addestramento comprende scenari nei quali civili, militari alleati, insurgents e forze locali convivono nello stesso spazio.

Anche la semplice pattuglia diventa un’attività estremamente complessa.

Non più soltanto “peacekeeping”

È anche per questo che definire genericamente quelle operazioni come “missioni di pace” racconta soltanto una parte della realtà.

Il mandato politico poteva essere quello della stabilizzazione, del sostegno al governo afghano o della sicurezza della popolazione.

Sul terreno, però, i reparti italiani si trovarono ripetutamente coinvolti in veri combattimenti.

Il Parlamento italiano discusse più volte proprio la natura della missione ISAF: le regole d’ingaggio in primis e l’impiego dei sistemi d’arma.

Nel 2012 il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, parlando dell’impiego degli AMX italiani, ribadì che i mezzi disponibili sarebbero stati utilizzati per garantire la protezione dei militari italiani, delle forze afghane e degli alleati nel quadro delle regole d’ingaggio esistenti.

Era ormai evidente quanto fosse cambiato il teatro rispetto all’immagine tradizionale della missione internazionale di interposizione.

L’eredità degli insurgents

A distanza di oltre vent’anni dall’inizio della guerra in Afghanistan, molte lezioni di quell’esperienza rimangono presenti nelle Forze Armate occidentali.

Le guerre convenzionali sono tornate prepotentemente al centro dell’attenzione, soprattutto dopo il conflitto russo-ucraino.

Ma l’insurgent non è scomparso.

I conflitti contemporanei continuano a vedere convivere eserciti regolari, milizie, gruppi paramilitari, organizzazioni terroristiche, droni commerciali, civili che raccolgono informazioni e combattenti che non indossano uniformi.

La distinzione tra fronte e retrovia è nuovamente sempre più difficile.

Ed è forse questa la più importante eredità delle guerre post-11 settembre.

Il soldato non può più limitarsi a riconoscere un’uniforme nemica.

Deve riconoscere un comportamento ostile all’interno di un ambiente umano estremamente complesso.

Deve essere capace di combattere e, contemporaneamente, sapere quando non combattere.

Perché nella guerra contro un’insurrezione il momento più difficile non è sempre quello in cui si apre il fuoco.

Molto spesso è quello in cui bisogna decidere se aprirlo.

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