L’11 settembre 2001 non fu soltanto una delle giornate più drammatiche della storia contemporanea. Fu anche uno spartiacque militare.
Oggi, 11 settembre 2026, sono trascorsi esattamente 25 anni dagli attentati contro gli Stati Uniti. Quattro aerei di linea furono dirottati: due colpirono le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, uno il Pentagono e un quarto precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri. Quasi 3.000 persone persero la vita.
Da quel giorno cambiò la percezione stessa della minaccia. Non era più necessario che un esercito attraversasse una frontiera con carri armati e divisioni per colpire una grande potenza. Un'organizzazione terroristica non statale aveva dimostrato di poter utilizzare strumenti civili come armi e portare un attacco strategico direttamente nel territorio degli Stati Uniti.
Il mondo militare non sarebbe più stato lo stesso.
L'Articolo 5 della NATO per la prima volta nella storia
La prima conseguenza arrivò immediatamente.
Il 12 settembre 2001, per la prima volta dalla nascita dell'Alleanza Atlantica, la NATO decise che gli attentati avrebbero potuto essere considerati un attacco contro tutti gli Alleati ai sensi dell'Articolo 5 del Trattato di Washington, qualora fosse stata accertata la provenienza esterna dell'attacco.
Il 2 ottobre venne confermato il coinvolgimento della rete terroristica internazionale di Al-Qaeda e l'Articolo 5 divenne pienamente applicabile.
Ancora oggi quella dell'11 settembre rimane la prima e unica attivazione dell'Articolo 5 nella storia della NATO.
Era un passaggio storico: un'organizzazione terroristica veniva considerata capace di produrre effetti strategici paragonabili a quelli di un'aggressione militare tradizionale.
Dall'Afghanistan nasce una nuova guerra
Nell'ottobre 2001 gli Stati Uniti avviarono l'operazione Enduring Freedom in Afghanistan.
L'obiettivo iniziale era colpire Al-Qaeda, privarla delle basi dalle quali aveva pianificato gli attentati e rovesciare il regime talebano che ne garantiva la protezione.
Iniziava quella che sarebbe stata definita la Global War on Terror, destinata a caratterizzare buona parte dei successivi vent'anni.
Anche l'Italia partecipò alle operazioni. Le Forze Armate italiane furono presenti in Afghanistan nell'ambito di Enduring Freedom e successivamente della missione ISAF.
Nel 2003 la Task Force italiana “Nibbio” schierò circa mille militari; il 187° Reggimento paracadutisti “Folgore” subentrò al 9° Reggimento alpini nel giugno dello stesso anno.
Per un'intera generazione di militari occidentali, Afghanistan e successivamente Iraq sarebbero diventati il principale laboratorio operativo.
L'ascesa delle Forze Speciali
Uno degli effetti più evidenti dell'11 settembre fu la crescente centralità delle Forze Speciali.
La caccia alle organizzazioni terroristiche richiedeva caratteristiche differenti rispetto alla guerra convenzionale: intelligence, infiltrazione, sorveglianza, operazioni notturne, azioni dirette, liberazione di ostaggi e capacità di colpire obiettivi estremamente piccoli e mobili.
Operatori delle Forze Speciali potevano agire insieme a intelligence, aviazione e forze locali per identificare un bersaglio e consentire l'intervento di un velivolo o di una squadra d'assalto.
Il concetto di operazione joint, già esistente, divenne sempre più stretto e rapido.
Le operazioni contro i vertici delle organizzazioni jihadiste portarono inoltre allo sviluppo di una vera macchina globale dedicata alla ricerca degli obiettivi: individuare, localizzare, neutralizzare e sfruttare immediatamente le informazioni raccolte per arrivare al bersaglio successivo.
La rivoluzione dei droni
Se oggi i droni rappresentano uno degli elementi dominanti del campo di battaglia, una parte importante della loro evoluzione militare moderna passa proprio attraverso le guerre successive all'11 settembre.
I velivoli a pilotaggio remoto passarono progressivamente da strumenti prevalentemente dedicati alla ricognizione a piattaforme capaci di mantenere per molte ore la sorveglianza sopra un'area e, in alcuni casi, di intervenire direttamente contro un bersaglio.
Predator e Reaper divennero simboli di quella trasformazione.
Anche l'Italia entrò in quella nuova fase. L'impiego dei Predator dell'Aeronautica Militare nelle missioni internazionali contribuì all'affermazione del concetto ISTAR: Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance.
La guerra iniziava sempre più spesso molto prima dello sparo: raccogliendo informazioni, costruendo una rete di sensori e seguendo il bersaglio.
Intelligence e sorveglianza diventano armi
L'11 settembre mise in evidenza anche un problema fondamentale: possedere informazioni non significa necessariamente riuscire a collegarle.
Negli anni successivi aumentò enormemente l'integrazione fra intelligence militare, servizi, sorveglianza elettronica, satelliti, intercettazioni e ricognizione aerea.
Fra le prime misure adottate dalla NATO dopo gli attentati figurò proprio l'aumento della condivisione delle informazioni di intelligence tra gli Alleati.
Quella trasformazione continua ancora oggi.
Il moderno campo di battaglia è diventato una gigantesca rete nella quale sensori, droni, satelliti e unità terrestri cercano di ridurre il tempo che passa tra la scoperta di un obiettivo e la possibilità di colpirlo.
IED: una generazione di soldati impara una nuova minaccia
Afghanistan e Iraq produssero un'altra trasformazione.
Gli Improvised Explosive Devices, gli ordigni esplosivi improvvisati, diventarono una delle principali minacce per le truppe occidentali.
Gli eserciti risposero sviluppando veicoli maggiormente protetti, sistemi di disturbo elettronico, robot, nuovi equipaggiamenti EOD e procedure completamente differenti per il movimento delle colonne.
La protezione della forza diventò una disciplina centrale.
Molte tecnologie oggi considerate normali nei reparti sono state accelerate proprio dall'esperienza accumulata lungo le strade dell'Afghanistan e dell'Iraq.
Il soldato diventa un nodo della rete
Cambiarono anche gli equipaggiamenti individuali.
Visori notturni, ottiche, laser, sistemi di comunicazione, GPS, protezioni balistiche e dispositivi di localizzazione si diffusero progressivamente fino ai livelli più bassi.
Il soldato occidentale del 2026 è molto più connesso rispetto a quello del 2001.
La tendenza è evidente: trasformare ogni squadra e, progressivamente, ogni singolo militare in un sensore all'interno della rete di comando e controllo.
Ed è proprio una delle eredità tecnologiche più profonde delle guerre iniziate dopo l'11 settembre.
Vent'anni di controguerriglia hanno però avuto un prezzo
Non tutte le conseguenze furono positive.
Per quasi vent'anni gran parte degli eserciti occidentali si concentrò sulla counterinsurgency, sulla lotta al terrorismo e sulle operazioni di stabilizzazione.
Il nemico tipico era rappresentato da piccole formazioni irregolari dotate di armi leggere, mortai, razzi e ordigni improvvisati.
La guerra in Ucraina avrebbe successivamente ricordato all'Occidente che una guerra tra eserciti moderni richiede nuovamente artiglieria, difesa aerea, guerra elettronica, fortificazioni, grandi quantità di munizioni e capacità industriale.
Nel 2026 gli eserciti stanno quindi vivendo una sorta di sintesi fra due epoche.
Da Afghanistan e Iraq conservano droni, intelligence, Forze Speciali, precisione e capacità di operare in piccoli nuclei. Dalla guerra convenzionale stanno recuperando massa, artiglieria, difesa aerea e capacità di sostenere combattimenti ad alta intensità.
Dal terrorismo alla guerra multidominio
Il concetto stesso di minaccia si è ulteriormente ampliato.
Cyberattacchi, interferenze GPS, disinformazione, sabotaggi, guerra elettronica e attacchi alle infrastrutture fanno ormai parte del confronto tra Stati.
La sicurezza viene oggi interpretata in maniera molto più ampia rispetto al 2001 e comprende minacce che possono svilupparsi contemporaneamente sul piano militare, informatico, economico, informativo e infrastrutturale.
L'evoluzione iniziata dopo l'11 settembre ha quindi superato lo stesso terrorismo che l'aveva originata.
Venticinque anni dopo
L'11 settembre 2001 cambiò aeroporti, intelligence, politica internazionale e sicurezza interna.
Ma cambiò soprattutto il modo di combattere.
Accelerò l'ascesa delle Forze Speciali, trasformò i droni in strumenti fondamentali, impose una nuova cultura dell'intelligence, sviluppò la capacità di colpire bersagli con precisione dall'altra parte del mondo e costrinse gli eserciti occidentali ad affrontare per vent'anni un nemico radicalmente diverso da quello per cui erano stati preparati durante la Guerra Fredda.
Oggi la minaccia principale è tornata a comprendere anche il confronto fra grandi potenze e la guerra convenzionale.
Eppure gran parte degli strumenti utilizzati sul campo di battaglia del 2026 porta ancora l'impronta di ciò che accadde quella mattina.
Venticinque anni dopo, l'11 settembre non appartiene soltanto alla memoria. È ancora dentro il modo in cui gli eserciti pensano, si organizzano e combattono.
Fonti
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NATO – Collective defence and Article 5
https://www.nato.int/en/what-we-do/introduction-to-nato/collective-defence-and-article-5 -
NATO – Invocation of Article 5 confirmed
https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2001/10/02/invocation-of-article-5-confirmed -
U.S. Department of Defense – 9/11 Attack history
https://history.defense.gov/DOD-DOW-History/Pentagon/9-11-Attack/ -
Ministero della Difesa – Operazione Enduring Freedom
https://www.difesa.it/operazionimilitari/op-int-concluse/marearabicoenduring-freedom/default/27060.html -
Aeronautica Militare – Timeline delle missioni internazionali
https://www.aeronautica.difesa.it/2022/11/09/timeline-storica-le-missioni-internazionali/
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