Dall’iconica fotografia di Kabul alla rivoluzione dei droni in Ucraina: come l’autorevolezza sul campo del Generale Christopher Donahue ha finito per minacciare l’apparato politico del Pentagono.
Nelle dinamiche del potere e dei rapporti civili-militari esiste un paradosso antico e mai risolto: la politica richiede ai propri generali la massima competenza per vincere le guerre, ma ne teme l’eccessiva brillantezza, l’indipendenza di pensiero e il carisma personale. Quando un comandante unisce una mente tattica d’avanguardia a un forte ascendente sulle truppe e sulle istituzioni, la sua figura rischia di trasformarsi in una minaccia per la leadership politica. È proprio questo scontro di potere che emerge dall’approfondita inchiesta pubblicata dal New York Times a firma dei giornalisti Adam Entous e Greg Jaffe, che ripercorre i sedici mesi di tensioni nei corridoi riservati del Pentagono culminati, il 27 agosto 2026, con il congedo definitivo del Generale a quattro stelle Christopher T. Donahue.
L’ombra di Kabul e il pretesto dello “selfie”
La rottura tra la nuova guida politica del Dipartimento della Difesa, rappresentata dal Segretario Pete Hegseth, e il Generale Donahue affonda le sue radici nella drammatica gestione del ritiro dall’Afghanistan nell’agosto del 2021. L’amministrazione Trump e lo stesso Hegseth erano determinati a individuare e punire i responsabili dell’attentato suicida ad Abbey Gate, in cui persero la vita tredici militari statunitensi. Sebbene Donahue fosse tra i vertici operativi dello scalo di Kabul, la sicurezza di quel varco era affidata ai Marines e non ai suoi paracadutisti. Documenti interni e testimonianze dirette confermano inoltre che Donahue aveva sollecitato con giorni di anticipo la chiusura immediata di Abbey Gate per prevenire imminenti minacce terroristiche.
Ciononostante, il Segretario alla Difesa preferì concentrare la propria ostilità su un’immagine diventata storica: lo scatto ad infrarossi che ritrae Donahue mentre sale a bordo dell’ultimo C-17 alle 23:46 del 30 agosto 2021, rendendolo l’ultimo soldato americano ad abbandonare il suolo afghano. Hegseth liquidò ripetutamente quell’immagine definendola uno “selfie” dettato dalla vanità personale, ignorando le smentite dei suoi stessi collaboratori.
“Il primo punto della scheda informativa consegnata ad Hegseth precisava chiaramente che la foto non era uno selfie e che Donahue non ne aveva mai autorizzato la diffusione pubblicitaria… Il Segretario diede un rapido sguardo al foglio e lo restituì dicendo che non gli importava nulla.” — Ricostruzione di un confronto interno, marzo 2025
La rivoluzione dei droni e la partnership con Kiev
Oltre alle controversie del passato, a spaventare l’apparato politico era soprattutto la straordinaria visione strategica di Donahue. Con un bagaglio di oltre venti missioni nei reparti speciali e la guida della Delta Force, dal 2022 il generale aveva assunto il coordinamento del supporto militare all’Ucraina. Osservando direttamente come le truppe ucraine compensassero la scarsità di munizioni con l’impiego massiccio di velivoli FPV e droni a basso costo, Donahue concepì la Eastern Flank Deterrence Initiative.
Il suo piano integrava sciami di droni economici, batterie Patriot e sensori satellitari gestiti da un’unica rete di comando basata sull’intelligenza artificiale. La forza della sua rete personale e della sua visione emerse chiaramente nel febbraio 2026, quando attacchi di droni iraniani in Kuwait lasciarono le basi americane scoperte. Donahue contattò direttamente il comandante supremo ucraino Oleksandr Syrskyi. Con il benestare del Presidente Zelensky, Kiev inviò droni intercettori e addestratori ucraini in Medio Oriente per istruire d’urgenza le truppe statunitensi.
Il paradosso del carisma: quando la rete di alleati diventa una minaccia
Di fronte ai tentativi di Hegseth di estrometterlo, si mobilitò un’impressionante rete di protezione istituzionale. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Randy George, tentò di difendere il collega proponendolo come suo successore ai vertici delle forze armate per il 2027, ma la reazione di Hegseth fu drastica: rimosse lo stesso Generale George dall’incarico con una brevissima telefonata nell’aprile 2026.
Non servirono a nulla neppure i tentativi di mediazione del Segretario all’Esercito Daniel P. Driscoll presso il Vicepresidente JD Vance, né gli interventi diretti di senatori repubblicani di peso come l’ex SEAL Tim Sheehy e la senatrice Joni Ernst. Come evidenziato dall’inchiesta, questa mobilitazione ottenne l’effetto opposto: convinse la leadership politica che Donahue fosse un comandante dotato di un’autorevolezza personale, di una stima trasversale e di una rete di influenze troppo autonome e pervasive per essere tollerate.
Conclusioni: la tentazione dell’epurazione nelle democrazie moderne
La caduta del Generale Donahue dimostra come, quando la brillantezza tecnica e il carisma di un comandante militare entrano in rotta di collisione con l’agenda d’apparato o con gli equilibri di governo, scatti immancabilmente la reazione difensiva del potere civile. La rimozione o il congedo forzato diventano così lo strumento con cui la politica riafferma il proprio primato, preferendo talvolta il conformismo all’eccellenza. Se la politica elimina i suoi leader militari più capaci per paura di esserne messa in ombra, rischia di indebolire profondamente le istituzioni preposte alla difesa e alla sicurezza del Paese.
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