Internazionali

Iran, nuovi dettagli sul recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto ad Aprile: 50 ore dietro le linee, prima dell’arrivo delle Forze Speciali USA

Cinque mesi dopo l’abbattimento di un F-15E sull’Iran, emergono nuovi dettagli su una delle più imponenti operazioni di recupero condotte dagli Stati Uniti: 21 velivoli per recuperare il pilota, 92 militari inseriti sul terreno iraniano, elicotteri Little Bird, Pararescue, CIA, bombardieri e droni per raggiungere il secondo membro dell’equipaggio, ferito e braccato dietro le linee nemiche.

Iran, nuovi dettagli sul recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto ad Aprile: 50 ore dietro le linee, prima dell’arrivo delle Forze Speciali USA
Iran, nuovi dettagli sul recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto ad Aprile: 50 ore dietro le linee, prima dell’arrivo delle Forze Speciali USA
Iran, nuovi dettagli sul recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto ad Aprile: 50 ore dietro le linee, prima dell’arrivo delle Forze Speciali USA
Internazionali

Iran, nuovi dettagli sul recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto ad Aprile: 50 ore dietro le linee, prima dell’arrivo delle Forze Speciali USA

Iran, nuovi dettagli sul recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto ad Aprile: 50 ore dietro le linee, prima dell’arrivo delle Forze Speciali USA
Condoralex Condoralex 15 settembre 2026 9 min di lettura 29 Scarica PDF

Cinque mesi dopo l’abbattimento di un F-15E sull’Iran, emergono nuovi dettagli su una delle più imponenti operazioni di recupero condotte dagli Stati Uniti: 21 velivoli per recuperare il pilota, 92 militari inseriti sul terreno iraniano, elicotteri Little Bird, Pararescue, CIA, bombardieri e droni per raggiungere il secondo membro dell’equipaggio, ferito e braccato dietro le linee nemiche.

A raccontarli è la CBS nel programma televisivo 60 Minutes, che ha intervistato per la prima volta uno dei due ufficiali dell’US Air Force coinvolti nella vicenda e ha mostrato immagini finora classificate dell’operazione.

L’F-15E, nominativo di missione Dude 44, venne abbattuto il 2 aprile 2026 durante una missione sull’Iran.

A bordo si trovavano due aviatori: il pilota, indicato come Alpha, e il Weapon Systems Officer, identificato per ragioni di sicurezza soltanto come Bravo.

I due riuscirono a eiettarsi, ma finirono al suolo a circa cinque miglia di distanza l’uno dall’altro, separati in una regione desertica e montuosa nel cuore dell’Iran.

Da quel momento iniziarono due operazioni di recupero profondamente differenti.

Una missione contro infrastrutture per droni e missili

Secondo quanto spiegato a 60 Minutes dall’ammiraglio Brad Cooper, comandante statunitense responsabile delle operazioni, l’F-15E stava operando a sud di Isfahan.

L’area era vicina anche a siti collegati al programma nucleare iraniano, ma la missione di Dude 44 non avrebbe avuto come obiettivo le infrastrutture nucleari.

Il compito dell’equipaggio era invece attaccare installazioni industriali collegate ai programmi iraniani di droni e missili.

L’aereo venne colpito da un missile spalleggiabile, un’arma dal costo enormemente inferiore rispetto ai circa 30 milioni di dollari indicati nell’intervista per l’F-15E.

L’equipaggio tentò inizialmente di salvare il velivolo, ma la situazione divenne rapidamente irreversibile.

Bravo ricorda l’impatto dell’arma come essere colpiti da un “treno merci”.

Pochi secondi dopo i due aviatori si eiettarono.

Il paracadute di Bravo era danneggiato

Alpha riuscì ad atterrare senza riportare conseguenze paragonabili a quelle del compagno.

Per Bravo iniziò invece una lotta immediata per sopravvivere.

Il paracadute era stato danneggiato durante l’attacco.

Durante la discesa l’ufficiale racconta di aver guardato verso l’alto e, per un momento, di non aver visto praticamente più la vela sopra di sé.

Tentò quindi disperatamente di liberare e distendere quello che rimaneva del paracadute.

Non è possibile stabilire con precisione la velocità dell’impatto, ma secondo gli specialisti consultati dall’US Air Force, sulla base delle ferite riportate, Bravo potrebbe aver toccato terra a una velocità compresa tra 70 e 100 miglia orarie, circa 110-160 km/h.

Sopravvisse, ma con conseguenze gravissime.

Riportò una frattura alla schiena, un braccio e una spalla fratturati, una distorsione alla caviglia e numerose ferite alla testa e al volto.

E si trovava solo, in territorio iraniano.

La prima decisione: muoversi

Nonostante le ferite, Bravo comprese che rimanere vicino al punto di atterraggio sarebbe stato estremamente pericoloso.

Si allontanò quindi il più rapidamente possibile.

Quando iniziò a fare giorno si rese conto di trovarsi all’interno di una vallata desertica, circondata da pareti rocciose.

La scelta fu drastica: salire.

Con la schiena, un braccio e una spalla fratturati, Bravo cominciò a scalare il terreno fino a raggiungere una cresta a circa 7.000 piedi, poco più di 2.100 metri di quota.

Alla domanda su come avesse trovato la forza di continuare, la risposta data durante l’intervista sintetizza perfettamente la situazione:

«Never let a lack of motivation put you on Iranian TV».

Non lasciare che la mancanza di motivazione ti faccia finire sulla televisione iraniana.

Non era una paura teorica.

Poco dopo l’abbattimento una televisione iraniana annunciò una ricompensa per la cattura degli americani e iniziarono a circolare video di gruppi armati impegnati nelle ricerche.

Fonti militari statunitensi hanno riferito che alcune forze iraniane arrivarono a poche centinaia di metri da Bravo.

Circa 1.500 iraniani nel raggio di dieci miglia

Gli Stati Uniti seguivano contemporaneamente i movimenti delle forze avversarie.

Il generale Dan Caine, Chairman of the Joint Chiefs of Staff, ha spiegato che gli americani stavano monitorando circa 1.500 elementi iraniani entro un raggio di dieci miglia dalla zona.

L’obiettivo iraniano era evidente: trovare i due aviatori prima degli americani.

Un eventuale equipaggio dell’US Air Force catturato e mostrato davanti alle telecamere avrebbe rappresentato, oltre che un problema operativo, un enorme successo propagandistico per Teheran.

La corsa contro il tempo era iniziata.

Alpha recuperato dopo sei ore: 21 velivoli in azione

Circa sei ore dopo l’abbattimento, gli Stati Uniti riuscirono a individuare Alpha.

Per recuperarlo venne organizzata una grande operazione che, secondo i dati forniti nell’intervista, coinvolse complessivamente 21 aeromobili.

Due elicotteri entrarono nella zona per prelevare il pilota.

Le immagini pubblicate sui social mostrarono gli elicotteri statunitensi sotto il fuoco.

Il generale Caine ha descritto quella fase con poche parole:

«It was a gunfight all the way in, all the way out».

Uno scontro a fuoco durante l’ingresso e durante l’uscita.

Alpha venne recuperato.

Ma la missione era soltanto a metà.

La stessa forza tentò di localizzare anche Bravo, senza riuscirci, e fu infine costretta a ritirarsi.

Il primo segnale di Bravo

Quando arrivò la notte, Bravo riuscì finalmente a trovare una posizione che gli garantisse un minimo di occultamento e tentò di stabilire le comunicazioni.

Il messaggio che arrivò ai comandi americani conteneva tre elementi fondamentali: era vivo, era ferito e si stava muovendo.

Da quel momento gli Stati Uniti poterono iniziare a preparare seriamente una seconda operazione.

Ma le condizioni non consentivano un intervento immediato.

Nella Situation Room venne presa una decisione difficile: rinviare il recupero di altre 24 ore.

Bravo avrebbe dovuto trascorrere un'altra giornata sulla montagna, praticamente senza cibo e con pochissima acqua, esposto al vento e al freddo del deserto d'alta quota.

Entra in gioco la CIA

È uno degli elementi più significativi rivelati dalla nuova ricostruzione.

Secondo 60 Minutes, la CIA svolse un ruolo determinante nella preparazione del recupero di Bravo.

L'Agenzia avrebbe condotto una campagna articolata su più livelli, comprendente anche operazioni di deception per confondere le forze iraniane e l'impiego di tecnologie classificate per determinare con precisione la posizione dell'aviatore.

Contemporaneamente veniva preparato il terreno per l'ingresso della forza di recupero.

Bombardieri e droni americani colpirono unità dei Guardiani della Rivoluzione presenti nelle vicinanze, nel tentativo di ridurre la minaccia attorno alla zona in cui si trovava Bravo.

Quasi due giorni dopo l'abbattimento di Dude 44, gli Stati Uniti decisero di entrare.

92 uomini sul terreno iraniano

La seconda operazione aveva dimensioni completamente diverse.

Alla domanda su quanti operatori fossero coinvolti direttamente, il generale Caine ha fornito un dato impressionante:

circa 92 militari erano sul terreno.

Secondo la ricostruzione americana, si sarebbe trattato della prima presenza di truppe statunitensi sul suolo iraniano dopo 46 anni.

Ma quei 92 uomini rappresentavano soltanto la punta della forza.

Caine parla di diverse centinaia di militari impegnati in aria e di un apparato complessivo di supporto che avrebbe coinvolto tra 3.000 e 5.000 persone.

Un'operazione dentro l'operazione.

Per recuperare un singolo aviatore isolato sulle montagne iraniane, quasi cento militari stavano quindi rischiando direttamente la vita sul terreno.

Gli aerei atterrano nel deserto e scaricano i Little Bird

La modalità scelta per raggiungere Bravo mostra la complessità dell'azione.

La forza di recupero entrò in Iran a bordo di due grandi velivoli da ricerca e soccorso, che atterrarono su una pista improvvisata nel deserto.

Una volta a terra, dagli aerei vennero scaricati piccoli elicotteri Little Bird, utilizzati per coprire le ultime miglia fino alla cresta sulla quale Bravo si era rifugiato.

Era necessario raggiungere un uomo ferito in una posizione estremamente difficile, mantenendo contemporaneamente sotto controllo le forze iraniane presenti nella zona.

Le immagini declassificate dal Pentagono mostrano Bravo sulla cresta mentre attende l'arrivo dei soccorritori.

Poi compaiono due uomini.

Sono Pararescue dell'US Air Force, i celebri PJ.

I Pararescue raggiungono Bravo

I PJ rappresentano una delle componenti più specializzate dell'Air Force Special Warfare.

Sono addestrati proprio per raggiungere personale isolato in ambienti ostili, prestare assistenza medica e riportarlo in territorio sicuro.

Bravo ricorda l'arrivo del primo Pararescueman sulla cresta come «uno dei momenti più belli della mia vita».

Non ha voluto raccontare pubblicamente ciò che il soccorritore gli disse quando lo raggiunse, spiegando che quella conversazione non appartiene soltanto alla sua storia.

Ha invece rivelato le proprie parole. Furono semplicissime: «Let's go». Andiamo.

Bravo era finalmente nelle mani degli americani.

Ma l'operazione era tutt'altro che conclusa.

Ora c'erano più di 90 americani bloccati in Iran

Una volta tornata alla pista improvvisata nel deserto, la forza di recupero incontrò un nuovo problema.

Il carrello dei velivoli si era insabbiato. Gli aerei non potevano più decollare.

Quella che fino a pochi minuti prima era un'operazione per salvare Bravo si trasformò improvvisamente in un'altra emergenza: bisognava evacuare oltre 90 militari americani rimasti bloccati sul terreno iraniano.

Fu necessario l'intervento di quella che 60 Minutes descrive semplicemente come un'unità clandestina dell'US Air Force.

La trascrizione dell'intervista non ne identifica il reparto.

La nuova forza riuscì a evacuare Bravo e gli oltre novanta operatori rimasti a terra.

I velivoli immobilizzati nel deserto non potevano però essere lasciati intatti.

Gli Stati Uniti decisero quindi di bombardare i propri aerei, distruggendoli per evitare che tecnologie sensibili potessero cadere nelle mani iraniane.

Cinquanta ore dopo

Quando Bravo tornò finalmente in sicurezza erano trascorse circa 50 ore dall'abbattimento dell'F-15E.

Era l'alba della domenica di Pasqua.

Per quasi due giorni aveva evitato le forze iraniane con la schiena e altri arti fratturati, pochissima acqua e nessun cibo, mentre migliaia di militari e specialisti americani lavoravano per localizzarlo e raggiungerlo.

Le cifre rese note oggi danno la misura dell'operazione:

21 velivoli nella prima missione di recupero di Alpha.

Circa 1.500 iraniani monitorati entro dieci miglia dall'area.

92 militari americani sul terreno nella seconda incursione.

Diverse centinaia in volo.

Tra 3.000 e 5.000 persone coinvolte complessivamente nel dispositivo di supporto.

CIA, bombardieri, droni, Pararescue e Little Bird impiegati per riportare a casa un singolo uomo.

«Leave no man behind»

È Bravo stesso, alla fine dell'intervista, a spiegare quale ritiene essere il vero significato della vicenda.

Non vuole che venga ricordata semplicemente come la storia di ciò che lui ha sopportato.

Per l'ufficiale è soprattutto una storia di addestramento, lavoro di squadra, decisioni, leadership e volontà di recuperare un uomo rimasto dietro le linee.

Una capacità nella quale gli Stati Uniti continuano a investire enormi risorse.

L'abbattimento di Dude 44 lo dimostra in maniera quasi estrema.

Per recuperare un solo aviatore gravemente ferito su una montagna iraniana, Washington accettò di mettere sul terreno quasi cento uomini, schierare centinaia di militari in volo e mobilitare migliaia di persone.

Una promessa sintetizzata da una delle espressioni più radicate nella cultura militare americana:

Leave no man behind. Nessuno viene lasciato indietro.

 

 

Condividi

Commenti

Nessun commento ancora. Sii il primo!

Lascia un commento

Non sarà pubblicata.

I commenti vengono moderati prima della pubblicazione.

Newsletter

Resta aggiornato

Iscriviti alla newsletter di BRIGATAFOLGORE.NET e ricevi le ultime notizie direttamente nella tua casella email.

19,5K 10,9K 2,2K 4,6K