Nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1918, mentre sull’Europa infuriava ancora la Grande Guerra, un giovane ufficiale italiano venne lasciato cadere nel buio oltre le linee austro-ungariche. Quella notte entrò nella storia del paracadutismo militare.
Non esistevano scuole di paracadutismo militare come le conosciamo oggi. Non esistevano dottrine consolidate per infiltrare uomini dal cielo alle spalle del nemico, tipiche oggi delle aviotruppe e delle forze speciali.
C’erano soltanto un aeroplano, un paracadute rudimentale, una missione quasi disperata e un volontario disposto a tentarla.
Quel volontario era Alessandro Tandura.
Agosto 1918: oltre il Piave
È l’estate del 1918.
Dopo Caporetto e dopo la Battaglia del Solstizio, una parte del Veneto è ancora sotto occupazione austro-ungarica. Sul fronte del Piave l’Esercito italiano prepara la fase decisiva della guerra, che nell’autunno porterà alla Battaglia di Vittorio Veneto.
Per pianificare le operazioni servono informazioni.
Movimenti delle truppe. Dislocazione dei reparti. Collegamenti. Consistenza delle forze avversarie. Tutto ciò che può essere raccolto oltre le linee nemiche ha un valore enorme.
L’VIII Armata cerca quindi volontari da infiltrare nel territorio occupato.
La soluzione è audacissima per l’epoca: trasportarli in aereo oltre il fronte e farli scendere con il paracadute.
Tra i volontari figurano Alessandro Tandura, Pier Arrigo Barnaba e Ferruccio Nicoloso.
Il Ministero della Difesa ricorda che non avevano ricevuto un vero addestramento paracadutistico. A disposizione vi era un paracadute inglese Calthrop, fragile e non riutilizzabile.
La notte dell’8 agosto 1918 tocca ad Alessandro Tandura.
Un uomo sospeso nel buio
Alessandro Tandura è un ufficiale che ha già conosciuto duramente la guerra.
Volontario, combattente, ferito sul Podgora, successivamente passato attraverso diversi reparti e infine negli Arditi, nell’estate del 1918 viene destinato all’attività informativa dell’VIII Armata.
Ma nulla di ciò che ha affrontato fino a quel momento può davvero prepararlo a quello che sta per accadere.
Sale a bordo di un Savoia-Pomilio SP.4.
Non è sistemato all’interno di una moderna fusoliera militare concepita per il lancio di paracadutisti. Secondo la ricostruzione della Difesa, Tandura prende posto su un sedile improvvisato, con i piedi nel vuoto, in attesa del momento del lancio.
Sotto di lui c’è il Veneto occupato.
È notte.
Infuria un temporale.
L’aereo perde la rotta.
Poi arriva il momento.
Tandura precipita nel buio.
È il salto che lo consegnerà alla storia.
Un uomo che, senza avere mai volato prima e senza aver mai visto un paracadute, viene lanciato oltre le linee nemiche per svolgere una missione informativa.
Il lancio è soltanto l’inizio
La parte più straordinaria della storia di Tandura, tuttavia, comincia dopo aver toccato terra.
Il lancio non avviene esattamente nel punto previsto.
Tandura sotterra il paracadute, recupera il materiale che può portare con sé e inizia a muoversi nel territorio controllato dagli austro-ungarici.
La sua missione consiste nel raccogliere informazioni e trasmetterle al comando italiano, anche attraverso piccioni viaggiatori.
È solo, dietro le linee nemiche, in una regione che conosce bene ma trasformata dalla guerra e dall’occupazione.
Deve evitare pattuglie, controlli e delazioni.
Deve trovare persone affidabili.
Deve osservare il nemico senza essere scoperto.
E soprattutto deve creare una rete.
Tandura riesce progressivamente a raccogliere attorno a sé ufficiali e soldati italiani dispersi, organizzando un vero e proprio servizio informativo clandestino.
La motivazione ufficiale della Medaglia d’Oro al Valor Militare attribuitagli nel 1919 ricorda come il suo servizio di informazioni riuscì a fornire un contributo preziosissimo alle operazioni italiane.
Arrestato due volte. Fuggito due volte.
La sua attività non passa inosservata.
Tandura viene arrestato.
Riesce a fuggire.
Viene arrestato una seconda volta.
E fugge ancora.
Nella pagina dedicata alle onorificenze di Alessandro Tandura, il Quirinale riporta nella motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare un’espressione che restituisce bene la portata della sua impresa: «tre mesi di audacie leggendarie».
Non si tratta di una formula celebrativa nata a distanza di un secolo, ma di parole contenute nella motivazione ufficiale della massima decorazione italiana al valor militare.
Tra agosto e ottobre 1918 Tandura proseguì infatti la propria attività clandestina oltre le linee austro-ungariche, mantenendo i collegamenti informativi e contribuendo a organizzare uomini rimasti nel territorio occupato.
Quando l’Esercito austro-ungarico iniziò infine a ritirarsi, Tandura non rimase nascosto: passò dall’attività clandestina all’azione diretta, partecipando agli eventi che accompagnarono la liberazione del Vittoriese.
La motivazione della Medaglia d’Oro ricorda che si pone alla testa degli uomini raccolti attorno a lui, partecipando all’insurrezione e contribuendo così ad agevolare l’avanzata delle truppe italiane:
Animato dal più ardente amor di Patria, si offriva per compiere una missione estremamente rischiosa: da un aeroplano in volo si faceva lanciare con un paracadute al di là delle linee nemiche nel Veneto invaso, dove, con alacre intelligenza ed indomito sprezzo di ogni pericolo, raccoglieva nuclei di ufficiali e soldati nostri dispersi, e, animandoli col proprio coraggio e con la propria fede, costituiva con essi un servizio di informazioni che riuscì di preziosissimo ausilio alle operazioni. Due volte arrestato e due volte sfuggito, dopo tre mesi di audacie leggendarie, integrava l’avveduta e feconda opera sua, ponendosi arditamente alla testa delle sue schiere di ribelli e con esse insorgendo nel momento in cui si delineava la ritirata nemica, ed agevolando così l’avanzata vittoriosa delle nostre truppe. Fulgido esempio di abnegazione, di cosciente coraggio e di generosa, intera dedizione di tutto se stesso alla Patria.
Piave - Vittorio Veneto, agosto - ottobre 1918.
Dall'intelligence alla Battaglia di Vittorio Veneto
Alla fine di ottobre arriva l’offensiva.
Il 24 ottobre 1918 comincia la Battaglia di Vittorio Veneto.
Il fronte austro-ungarico cede progressivamente.
Per Tandura quel nome ha un significato particolare: Vittorio Veneto è la sua terra.
È il territorio nel quale è stato paracadutato.
È il territorio nel quale ha vissuto clandestinamente.
Ed è il territorio nel quale ha combattuto una guerra quasi invisibile fatta di informazioni, collegamenti, fughe e organizzazione della resistenza.
Pochi giorni dopo l'Austria-Ungheria chiederà l'armistizio.
La guerra italiana sta terminando.
Ma quella notte di agosto ha già aperto una strada nuova.
Prima delle divisioni aviotrasportate
È importante comprendere la portata storica dell'impresa.
Il lancio di Tandura non fu un aviolancio d’assalto nel significato moderno del termine.
Non venne lanciato un reparto organico destinato a conquistare un aeroporto, un ponte o una testa di ponte.
Quello sarebbe arrivato molti anni più tardi, quando negli anni Trenta diverse nazioni avrebbero iniziato a sperimentare l'impiego sistematico di grandi unità paracadutiste.
Quella di Tandura fu invece una infiltrazione individuale dietro le linee nemiche per una vera missione operativa.
Ed è precisamente questo che rende il suo salto straordinario.
Il paracadute, fino ad allora considerato soprattutto uno strumento di salvataggio o sperimentazione aeronautica, diventava un mezzo per portare deliberatamente un combattente nel territorio controllato dal nemico.
Era nato uno dei concetti fondamentali che ancora oggi caratterizzano le aviotruppe: arrivare dal cielo dove il nemico non si aspetta di trovare uomini.
Una notte che anticipò il futuro
Nel 1918 nessuno poteva ancora immaginare le grandi operazioni aviotrasportate della Seconda guerra mondiale.
Non esistevano ancora le divisioni paracadutiste.
Non esistevano ancora le grandi flotte di aerei da trasporto.
Non esistevano ancora le tecniche di lancio di massa.
Eppure il principio era già lì.
Un aeroplano attraversa il fronte.
Un uomo salta nel vuoto.
Atterra nel territorio nemico.
E continua la guerra alle sue spalle.
È difficile trovare un'immagine più potente per raccontare la nascita del paracadutismo militare operativo.
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