Il 10 settembre 2000, nella giungla della Sierra Leone, le Forze Armate britanniche lanciarono una delle più celebri operazioni di liberazione ostaggi dell’epoca contemporanea.
L’Operazione Barras viene spesso ricordata soprattutto come un’azione del SAS. Ma ridurla alla sola componente delle Forze Speciali significa perdere forse la lezione più interessante dell’intervento: un reparto altamente specializzato può risolvere il problema decisivo, ma per farlo ha bisogno di altre forze capaci di creare, ampliare e mantenere le condizioni necessarie al successo.
Barras mostra in modo quasi didattico una continuità tra Forze Speciali, aviotruppe e forze convenzionali.
Non una classifica di soldati, ma una distribuzione di capacità, compiti e livelli di autonomia.
Dalla cattura degli ostaggi all’intervento
Il 25 agosto 2000 una pattuglia del 1st Battalion, Royal Irish Regiment, impegnata in Sierra Leone, cadde nelle mani dei West Side Boys, una milizia armata che controllava una zona nei pressi del Rokel Creek.
Furono catturati undici militari britannici insieme all’ufficiale di collegamento sierraleonese.
Le trattative portarono inizialmente alla liberazione di parte dei prigionieri, ma la situazione degli ostaggi ancora trattenuti diventò progressivamente più pericolosa.
Londra decise quindi di intervenire militarmente.
Prima ancora dell’assalto entrarono in gioco le capacità tipiche delle Forze Speciali. Squadre da ricognizione furono infiltrate clandestinamente nell’area, rimanendo nascoste nella vegetazione e osservando movimenti, posizioni e abitudini dei miliziani.
Quelle informazioni sarebbero diventate essenziali per costruire il piano di liberazione.
È il primo anello della catena: vedere senza essere visti, comprendere l’obiettivo e preparare l’intervento.
Le Forze Speciali colpiscono il punto decisivo
All’alba del 10 settembre iniziò Barras.
La componente delle Forze Speciali doveva raggiungere Gberi Bana, dove erano detenuti gli ostaggi, penetrare rapidamente nel villaggio, neutralizzare la minaccia immediata e recuperare i prigionieri.
Gli operatori vennero inseriti dagli elicotteri direttamente sull’obiettivo, mentre gli elementi da ricognizione già presenti nella giungla fornivano informazioni e supporto.
Era il classico compito nel quale una forza relativamente piccola può produrre un effetto strategico enorme: entrare nel punto più delicato del dispositivo nemico e risolvere una missione che non può essere affidata semplicemente alla superiorità numerica.
Ma proprio mentre le Forze Speciali attaccavano Gberi Bana, dall’altra parte del corso d’acqua stava iniziando un combattimento molto diverso.
I paracadutisti: impedire al nemico di reagire
Elementi del 1st Battalion, The Parachute Regiment – 1 PARA furono impiegati contro Magbeni, l’altro principale insediamento dei West Side Boys.
Il loro compito era fondamentale: impedire alle forze presenti nell’area di convergere contro il gruppo impegnato nella liberazione degli ostaggi.
I paracadutisti furono trasportati in elicottero e dovettero inizialmente muovere attraverso una zona paludosa.
Nelle prime fasi dello scontro un colpo di mortaio provocò diversi feriti, colpendo anche elementi della catena di comando. L’azione continuò comunque e Magbeni venne conquistata dopo un durissimo combattimento.
Furono inoltre liberati prigionieri civili e recuperati i veicoli sottratti alla pattuglia britannica.
Questo passaggio è centrale.
Il SAS poteva concentrarsi sugli ostaggi perché i paracadutisti stavano impedendo al resto della minaccia di concentrarsi sul SAS.
Non era un ruolo secondario.
Era un’altra missione dentro la missione stessa.
E richiedeva capacità differenti: più uomini, maggiore capacità di combattimento prolungato, controllo del terreno e autonomia tattica anche quando la situazione iniziale non procedeva esattamente secondo il piano.
E sopra di loro volavano altri soldati
Barras non fu soltanto un’operazione terrestre.
Chinook e Lynx garantirono inserzione, mobilità, evacuazione e supporto di fuoco. Anche un Mi-24 Hind sierraleonese contribuì all’azione.
Gli elicotteri permisero alle diverse componenti di muoversi rapidamente in un ambiente estremamente difficile e contribuirono a neutralizzare le posizioni avversarie.
Anche questo aspetto è significativo.
L’operatore che entra nella posizione nemica per recuperare un ostaggio rappresenta inevitabilmente l’immagine più spettacolare dell’operazione.
Ma dietro quell’uomo esiste una struttura molto più grande: equipaggi di volo, intelligence, comunicazioni, supporto sanitario, comando, logistica e fanteria.
Togliendone uno, cambia l’intera equazione.
Forze Speciali, aviotruppe, forze convenzionali
Barras permette quindi di leggere una logica che rimane estremamente attuale.
Le Forze Speciali possono operare con pochi uomini, grande autonomia e capacità di infiltrarsi o colpire obiettivi estremamente sensibili.
Le aviotruppe possono essere proiettate rapidamente, combattere con piú autonomia, conquistare o isolare uno spazio e fornire massa e potenza di combattimento intorno all’azione delle FS.
Le forze convenzionali, infine, dispongono della consistenza necessaria per controllare territori, proteggere infrastrutture, alimentare logisticamente un’operazione e soprattutto trasformare un successo tattico ottenuto da pochi uomini in un risultato che possa essere mantenuto nel tempo.
Non si tratta necessariamente di una sequenza rigida del tipo:
FS → aviotruppe → forze convenzionali.
È piuttosto la rappresentazione della profondità di uno strumento militare completo.
Ogni livello possiede capacità differenti.
E ogni livello diventa realmente efficace quando viene integrato con gli altri.
Barras e la nascita di un nuovo rapporto tra SAS e paracadutisti
L’esperienza maturata in operazioni come Barras contribuì anche all’evoluzione dell’organizzazione militare britannica.
Nel 2006 venne costituito lo Special Forces Support Group – SFSG, destinato a fornire supporto diretto alle Forze Speciali britanniche.
Il 1 PARA ne divenne la principale componente terrestre.
Il concetto era chiaro: affiancare alle piccole unità delle Forze Speciali una forza capace di garantire maggiore massa, isolamento dell’area operativa, potenza di fuoco e capacità di sostenere combattimenti più estesi.
In un certo senso, Barras aveva già mostrato sul terreno quanto fosse importante creare un ponte tra Forze Speciali e fanteria paracadutista ad alta prontezza.
Non esiste “il soldato migliore”
Ed è forse questa la lezione più importante.
Nel dibattito pubblico si tende spesso a trasformare i reparti militari in una graduatoria:
Forze Speciali contro paracadutisti.
Reparti d’élite contro fanteria convenzionale.
Ma la guerra funziona diversamente.
Un incursore non sostituisce un battaglione. Un battaglione non sostituisce una squadra di incursori.
E un paracadutista non sostituisce un pilota, un artificiere, un trasmettitore o un logistico.
Cambiano selezione, addestramento, equipaggiamento, autonomia e soprattutto missione.
L’efficacia nasce proprio dalla possibilità di mettere queste capacità una accanto all’altra.
Barras lo dimostrò in maniera quasi perfetta.
Le Forze Speciali individuarono e colpirono il cuore del problema.
I paracadutisti impedirono al nemico di concentrare le proprie forze contro l’azione principale.
L’aviazione garantì mobilità, supporto ed evacuazione.
Il resto dello strumento militare britannico rese possibile pianificare, sostenere e concludere l’intervento.
Il risultato fu la liberazione degli ostaggi britannici e di numerosi civili detenuti dai West Side Boys.
La vittoria ebbe comunque un prezzo: un militare britannico rimase ucciso e altri furono feriti.
Operation Barras rimane quindi qualcosa di più di un celebre raid del SAS.
È un esempio di integrazione delle forze: uomini con specializzazioni, compiti e livelli di autonomia differenti che concorrono allo stesso obiettivo.
Perché in combattimento non esiste necessariamente il soldato “migliore”.
Esiste il soldato giusto, con la preparazione giusta, nel posto giusto e nel momento giusto. E soprattutto esiste una forza capace di far combattere insieme tutti i suoi elementi.
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