Un’operazione russa condotta nella primavera del 2026 nelle acque dell’Artico sarebbe stata fermata da Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia.
Il fatto era stato reso pubblico già ad aprile dal Ministero della Difesa britannico, ma una nuova ricostruzione Reuters del 10 settembre 2026 rivela elementi finora non noti: il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, la localizzazione dell’operazione vicino alle Svalbard e il presunto impiego di una tecnologia destinata a neutralizzare cavi sottomarini strategici senza lasciare tracce evidenti di sabotaggio.
Il caso era emerso già ad aprile
Il 9 aprile 2026 il Ministero della Difesa britannico aveva annunciato di aver individuato un sommergibile d’attacco russo nel High North e di averlo seguito continuativamente con mezzi navali e aerei.
Secondo Londra, il sommergibile avrebbe avuto una funzione diversiva, mentre altre unità russe legate al GUGI, la Direzione principale per la ricerca in acque profonde, operavano in prossimità di infrastrutture sottomarine critiche.
Il Regno Unito aveva inoltre confermato di aver lavorato insieme ad alleati, citando esplicitamente la Norvegia, per individuare e monitorare le unità russe.
Dopo essere state individuate e seguite apertamente dalle forze occidentali, le unità GUGI e il sommergibile russo si erano ritirati senza riuscire a completare l’operazione in segreto.
Reuters: coinvolti anche gli Stati Uniti
La novità arriva ora oggi da Reuters.
Secondo due funzionari occidentali citati dall’agenzia, l’operazione si sarebbe svolta nelle acque vicine alle Svalbard e avrebbe coinvolto direttamente anche gli Stati Uniti, oltre a Regno Unito e Norvegia.
Le forze alleate avrebbero individuato, seguito e affrontato in mare le unità russe, impedendo loro di completare l’esercitazione.
Ma il dettaglio più delicato riguarda ciò che i mezzi russi stavano facendo.
Secondo Reuters, il GUGI avrebbe utilizzato sommergibili per operazioni in acque profonde per simulare il dispiegamento di una tecnologia capace di rendere inutilizzabili cavi sottomarini critici senza lasciare evidenti tracce riconducibili a un sabotaggio.
Nessun cavo sarebbe stato danneggiato.
Il valore strategico dei cavi delle Svalbard
Nell’area passano due cavi in fibra ottica lunghi circa 1.400 chilometri, che collegano l’arcipelago delle Svalbard alla Norvegia continentale.
I cavi raggiungono profondità fino a circa 2.700 metri e trasportano grandi quantità di dati, compresi quelli provenienti dalla stazione satellitare SvalSat, una delle più importanti al mondo.
La loro interruzione avrebbe quindi conseguenze non solo sulle telecomunicazioni, ma anche sulle capacità strategiche e satellitari occidentali.
«Non potete operare nell’ombra»
Già ad aprile il segretario alla Difesa britannico John Healey aveva lanciato un messaggio diretto a Mosca, affermando che Londra stava monitorando le attività russe in prossimità delle infrastrutture sottomarine e che qualsiasi tentativo di danneggiarle avrebbe avuto “gravi conseguenze”.
Nello stesso periodo, il ministro della Difesa norvegese Tore Sandvik aveva ribadito il concetto, spiegando che l’operazione congiunta serviva a far capire alla Russia che non avrebbe potuto agire clandestinamente e che qualsiasi tentativo di colpire infrastrutture critiche sarebbe stato individuato e avrebbe comportato conseguenze.
Il GUGI e la guerra nei fondali
Il GUGI è una delle strutture più riservate dell’apparato militare russo.
Secondo lo stesso Ministero della Difesa britannico, il programma è stato sviluppato per operare con navi specializzate e sommergibili capaci di mappare le infrastrutture sottomarine in tempo di pace e danneggiarle o distruggerle in caso di conflitto.
Il caso delle Svalbard assume quindi un significato particolarmente delicato perché mostra come il confronto tra Russia e NATO si stia estendendo anche ai fondali marini e alle infrastrutture digitali che collegano Europa e Nord America.
Il timore di un possibile test della NATO
Reuters riferisce inoltre che alcuni analisti dell’intelligence americana sarebbero sempre più preoccupati dalla possibilità che Mosca possa tentare, in futuro, di mettere alla prova l’Articolo 5 della NATO attraverso operazioni volutamente ambigue.
Un attacco a infrastrutture sottomarine sarebbe particolarmente difficile da gestire: potrebbe produrre danni strategici enormi senza presentarsi immediatamente come un attacco militare convenzionale chiaramente attribuibile.
È proprio questa zona grigia tra sabotaggio, guerra ibrida e conflitto aperto che rende i cavi sottomarini uno degli obiettivi più sensibili del confronto tra Russia e Occidente.
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