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Mossad: storia del servizio segreto israeliano - Parte 1: gli inizi e le grandi operazioni del Novecento

Dalle origini dello Stato di Israele alla cattura di Adolf Eichmann, dall’Operazione Diamond alla lunga caccia agli uomini di Settembre Nero: in questo primo articolo ripercorriamo la storia del Mossad e le operazioni che ne hanno costruito la leggenda, tra intelligence, infiltrazioni, successi spettacolari, errori e una crescente capacità di agire oltre i confini israeliani.

Mossad: storia del servizio segreto israeliano - Parte 1: gli inizi e le grandi operazioni del Novecento
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Mossad: storia del servizio segreto israeliano - Parte 1: gli inizi e le grandi operazioni del Novecento

Mossad: storia del servizio segreto israeliano - Parte 1: gli inizi e le grandi operazioni del Novecento
Condoralex Condoralex 18 settembre 2026 44 min di lettura 32 Scarica PDF
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Dalle origini dello Stato di Israele alla cattura di Adolf Eichmann, dall’Operazione Diamond alla lunga caccia agli uomini di Settembre Nero: in questo primo articolo ripercorriamo la storia del Mossad e le operazioni che ne hanno costruito la leggenda, tra intelligence, infiltrazioni, successi spettacolari, errori e una crescente capacità di agire oltre i confini israeliani.

Pochi servizi d’intelligence hanno costruito nell’immaginario collettivo una reputazione paragonabile a quella del Mossad, il servizio segreto israeliano incaricato principalmente dell’intelligence all’estero e delle operazioni clandestine.

Definirlo «il servizio segreto più letale del mondo» non significa stabilire una classifica oggettiva, impossibile da formulare, ma descrivere la fama che il Mossad si è costruito in oltre settant’anni di attività: infiltrazioni, reclutamento di agenti, sabotaggi, catture clandestine e operazioni mirate condotte spesso molto lontano dai confini di Israele.

Il suo nome completo è HaMossad leModi'in uleTafkidim Meyuhadim, traducibile come Istituto per l’Intelligence e le Operazioni Speciali.

Ma per comprenderne la storia bisogna tornare indietro, ancora prima della nascita dello Stato di Israele.

Le origini dell’intelligence israeliana

Durante il Mandato britannico in Palestina, dal 1920 al 1948, la comunità ebraica organizzata, lo Yishuv, aveva già sviluppato proprie strutture politiche, militari e informative. All’interno della Haganah, fondata nel 1920 e divenuta la principale organizzazione paramilitare ebraica, operava dal 1940 una struttura d’intelligence conosciuta come Shai, abbreviazione di Sherut Yediot, il “Servizio informazioni”.

Lo Shai svolgeva un compito estremamente delicato.

Raccoglieva informazioni sulle autorità britanniche, sulle organizzazioni arabe, sui movimenti armati presenti nel territorio e più in generale su tutto ciò che poteva rappresentare una minaccia per la comunità ebraica.

Non si trattava soltanto di spionaggio in senso stretto.

Il servizio cercava di costruire una rete di fonti, osservatori e contatti capaci di fornire indicazioni su spostamenti di uomini, preparativi militari, rapporti politici e possibili attacchi.

Già in questa fase emerse una caratteristica destinata a rimanere centrale anche dopo il 1948: per una comunità numericamente inferiore e circondata da potenziali avversari, l’informazione doveva compensare la mancanza di profondità strategica e di superiorità numerica.

Negli anni immediatamente precedenti alla nascita di Israele, il lavoro informativo divenne ancora più importante.

La tensione tra la comunità ebraica, le autorità britanniche e la popolazione araba era in costante aumento, mentre diventava sempre più probabile che la fine del Mandato avrebbe prodotto uno scontro militare su vasta scala.

La decisione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947 di approvare il piano di partizione della Palestina accelerò ulteriormente questa dinamica.

Le violenze tra comunità arabe ed ebraiche aumentarono rapidamente e l’Haganah si trovò a prepararsi non più soltanto a difendere singoli insediamenti, ma a sostenere un conflitto che avrebbe potuto decidere la sopravvivenza stessa del futuro Stato.

In questo contesto, le informazioni su forze avversarie, vie di comunicazione, centri abitati, armamenti e possibili direttrici d’attacco acquisirono un valore immediatamente operativo.

Quando David Ben-Gurion proclamò lo Stato di Israele il 14 maggio 1948, la struttura informativa ereditata dallo Yishuv venne sottoposta a una profonda trasformazione.

Il giorno successivo, gli eserciti di diversi Paesi arabi entrarono nel conflitto.

Il nuovo Stato si trovò quindi, fin dalle sue prime ore di vita, impegnato in una guerra esistenziale.

Israele non disponeva ancora di istituzioni consolidate, confini stabilizzati o strutture militari pienamente organizzate.

In quelle condizioni conoscere in anticipo intenzioni politiche, movimenti delle truppe, armamenti e capacità degli avversari diventava una necessità strategica.

L’apparato dello Shai venne progressivamente smantellato e le sue funzioni redistribuite tra nuove strutture dello Stato.

Una parte delle competenze passò all’intelligence militare, un’altra alla sicurezza interna, mentre le attività rivolte all’estero iniziarono a essere organizzate separatamente.

Fu l’inizio di quella suddivisione che, negli anni successivi, avrebbe portato alla formazione dei tre grandi pilastri dell’intelligence israeliana: Aman per l’intelligence militare, lo Shin Bet per la sicurezza interna e il Mossad per l’intelligence estera.

La costruzione di un servizio destinato a operare fuori dai confini nazionali fu fortemente voluta dal primo ministro David Ben-Gurion.

Per Israele, infatti, non era sufficiente conoscere ciò che accadeva immediatamente alle proprie frontiere.

Era necessario costruire reti informative all’estero, comprendere i rapporti tra i Paesi arabi, seguire i loro programmi militari, individuare possibili fonti e stabilire rapporti riservati anche con governi e servizi stranieri.

Nel 1949 venne così costituita una struttura centrale incaricata di coordinare le attività di intelligence e i rapporti con i servizi stranieri, nucleo dell’organizzazione che sarebbe poi diventata il Mossad moderno.

Alla guida venne posto Reuven Shiloah, diplomatico e uomo d’intelligence molto vicino a Ben-Gurion.

Shiloah aveva già maturato una profonda esperienza nei rapporti clandestini e diplomatici del movimento sionista e contribuì a sviluppare una delle caratteristiche fondamentali del nuovo servizio: la capacità di combinare intelligence, diplomazia segreta e relazioni internazionali riservate.

Nei primi anni, una delle priorità fu proprio la costruzione di legami con servizi d’intelligence occidentali e con Paesi che, pur non mantenendo necessariamente rapporti pubblici con Israele, potevano condividere interessi strategici comuni.

La posizione geografica del nuovo Stato attribuiva infatti a Israele un potenziale valore crescente nel quadro della nascente Guerra fredda.

Il Medio Oriente stava diventando uno dei principali terreni di competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e le informazioni raccolte nella regione potevano avere interesse ben oltre i confini israeliani.

Nel 1952, Reuven Shiloah lasciò la guida del servizio e gli succedette Isser Harel.

Con Harel iniziò una fase diversa.

Il Mossad assunse progressivamente una struttura più definita e un’impostazione fortemente operativa.

Harel, che aveva già ricoperto ruoli di primo piano nella sicurezza interna israeliana, riteneva che l’intelligence non dovesse limitarsi alla raccolta passiva di informazioni.

Il servizio doveva essere capace di individuare minacce, penetrarle e, quando necessario, contribuire direttamente alla loro neutralizzazione.

Fu durante gli anni Cinquanta che iniziarono quindi a svilupparsi quelle reti di agenti, fonti, contatti diplomatici e strutture clandestine che avrebbero permesso a Israele di operare molto oltre il proprio territorio.

Per un Paese giovane, piccolo e circondato da Stati con popolazioni e territori molto più vasti, l’intelligence venne considerata fin dall’inizio una componente essenziale della sicurezza nazionale.

Israele non poteva permettersi di scoprire una minaccia soltanto quando questa fosse già arrivata ai propri confini.

Doveva cercare di individuarla prima.

Nacque così una filosofia destinata a caratterizzare l’intelligence israeliana per decenni: raccogliere informazioni non soltanto per conoscere il nemico, ma per fornire al governo il tempo e gli strumenti necessari per intervenire prima che una minaccia diventasse incontrollabile.

Quella impostazione avrebbe rapidamente portato il Mossad fuori dai confini israeliani, trasformandolo da giovane servizio di uno Stato appena nato in uno degli strumenti più importanti della strategia di sicurezza nazionale di Israele.

1960: Adolf Eichmann viene trovato in Argentina

Una delle operazioni più celebri nella storia dell’intelligence mondiale ebbe come obiettivo Adolf Eichmann, ufficiale delle SS e uno dei principali responsabili dell’organizzazione logistica delle deportazioni degli ebrei europei verso ghetti, campi di concentramento e centri di sterminio durante la Shoah.

Dopo la sconfitta della Germania nazista, Eichmann riuscì inizialmente a sottrarsi alla cattura. Dopo essere passato attraverso diversi rifugi in Europa, riuscì infine a raggiungere il Sud America grazie alle reti clandestine utilizzate da numerosi ex nazisti per lasciare il continente.

Si stabilì in Argentina, Paese che nel dopoguerra aveva accolto diversi cittadini tedeschi e nel quale Eichmann riuscì per anni a condurre una vita relativamente anonima.

Utilizzava il falso nome di Ricardo Klement e viveva con la propria famiglia nella zona di Buenos Aires.

La sua individuazione non fu immediata. Le prime informazioni sulla presenza di Eichmann in Argentina emersero attraverso una complessa rete di segnalazioni e verifiche, che richiese agli israeliani di stabilire se l’uomo indicato come Ricardo Klement fosse realmente l’ex ufficiale delle SS ricercato.

Gli agenti dovettero osservarne le abitudini, ricostruirne i movimenti e confrontare gli elementi raccolti con le informazioni disponibili sul passato di Eichmann.

Quando la sua identità venne ritenuta sufficientemente certa, Israele decise di intervenire clandestinamente.

L’operazione venne condotta sotto la responsabilità di Isser Harel, allora alla guida del Mossad, che seguì personalmente la fase decisiva della missione.

L’11 maggio 1960, mentre Eichmann stava rientrando verso la propria abitazione nei dintorni di Buenos Aires, una squadra israeliana lo intercettò lungo il percorso.

Gli agenti lo bloccarono rapidamente, lo caricarono su un veicolo e lo trasferirono in una casa sicura, dove venne trattenuto segretamente mentre veniva organizzato il suo trasferimento fuori dal Paese.

Per diversi giorni Eichmann rimase sotto il controllo della squadra israeliana.

Il problema principale non era più soltanto averlo catturato, ma riuscire a farlo uscire dall’Argentina senza attirare l’attenzione delle autorità locali.

L’occasione arrivò in coincidenza con una visita ufficiale israeliana nel Paese. Eichmann venne quindi preparato per essere trasportato clandestinamente a bordo di un aereo israeliano diretto in patria.

Il prigioniero lasciò così l’Argentina senza che il governo di Buenos Aires fosse stato preventivamente informato dell’operazione.

Il suo arrivo in Israele ebbe un enorme impatto internazionale.

Il primo ministro David Ben-Gurion annunciò pubblicamente che Adolf Eichmann era stato catturato e si trovava sotto custodia israeliana.

Il processo, celebrato a Gerusalemme nel 1961, divenne uno degli eventi giudiziari più seguiti del dopoguerra. Decine di sopravvissuti alla Shoah furono chiamati a testimoniare, contribuendo a portare davanti all’opinione pubblica internazionale non soltanto le responsabilità individuali di Eichmann, ma anche la dimensione sistematica dello sterminio degli ebrei europei.

Eichmann venne riconosciuto colpevole, condannato a morte e giustiziato nel 1962.

Per Israele l’operazione rappresentò un successo di enorme valore simbolico, politico e operativo: uno dei principali organizzatori della macchina delle deportazioni naziste era stato individuato a migliaia di chilometri di distanza, catturato e portato davanti a un tribunale israeliano.

Ma il successo ebbe anche un costo diplomatico.

L’Argentina denunciò formalmente la violazione della propria sovranità territoriale, sostenendo che l’azione israeliana fosse stata condotta illegalmente sul proprio territorio senza alcuna autorizzazione. La vicenda arrivò anche alle Nazioni Unite e provocò una seria tensione nei rapporti tra i due Paesi.

Il caso Eichmann mostrò quindi molto presto una delle caratteristiche che avrebbe accompagnato numerose operazioni clandestine israeliane nei decenni successivi: la capacità di agire oltre i confini nazionali poteva produrre risultati straordinari sul piano operativo, ma allo stesso tempo generare conseguenze diplomatiche e politiche estremamente pesanti.

Fu anche una dimostrazione di un principio destinato a diventare centrale nella cultura dell’intelligence israeliana: la distanza geografica e il trascorrere degli anni non garantivano necessariamente l’impunità a chi veniva considerato responsabile di crimini contro il popolo ebraico.

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Adolf Eichmann, all’interno della cabina di vetro e sorvegliato dalle guardie, durante il processo celebrato a Gerusalemme nel 1961 per i crimini commessi durante la Seconda guerra mondiale. - Israel Government Press Office / Wikimedia Commons – Public Domain

Operazione Damocles: gli scienziati tedeschi e i missili di Nasser

All’inizio degli anni Sessanta Israele individuò una nuova minaccia proveniente dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser.

Il Cairo aveva avviato un programma per sviluppare missili superficie-superficie e aveva reclutato numerosi scienziati e tecnici tedeschi, alcuni dei quali avevano maturato esperienza nel settore aeronautico e missilistico durante o immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale.

Per Israele la prospettiva era estremamente preoccupante.

L’Egitto rappresentava allora uno dei principali avversari militari dello Stato e la possibilità che potesse disporre di missili capaci di raggiungere il territorio israeliano venne considerata una minaccia strategica.

Il Mossad iniziò quindi a cercare informazioni sul programma.

Le attività comprendevano la raccolta di documenti, il controllo delle società europee utilizzate per acquistare componenti e il tentativo di identificare gli uomini coinvolti nel progetto.

Secondo successive ricostruzioni, gli israeliani riuscirono anche a penetrare alcune delle reti logistiche utilizzate dagli egiziani in Europa, arrivando a ottenere documentazione riservata che permise di comprendere meglio dimensioni e organizzazione del programma.

La vicenda assunse però rapidamente una dimensione molto più aggressiva.

Tra il 1962 e il 1963 alcuni degli scienziati e dei tecnici tedeschi legati al programma egiziano furono sottoposti a pressioni e intimidazioni. Vennero inoltre spediti pacchi e lettere esplosive, mentre altri uomini coinvolti nel progetto furono avvicinati o minacciati affinché interrompessero la collaborazione con il Cairo.

L’insieme di queste attività sarebbe diventato noto come Operazione Damocles.

L’obiettivo israeliano era sostanzialmente quello di rendere sempre più difficile per l’Egitto mantenere il personale e le competenze necessarie allo sviluppo dei propri missili.

Ma l’operazione provocò anche forti controversie all’interno dello stesso apparato politico israeliano.

Il confronto sul modo in cui affrontare gli scienziati tedeschi e sui rapporti con la Germania Ovest contribuì infatti alle tensioni tra Isser Harel e il governo di David Ben-Gurion.

Nel 1963 Harel lasciò la direzione del Mossad, chiudendo una delle fasi più importanti della storia iniziale del servizio.

Il caso degli scienziati tedeschi dimostrò però quanto fosse già cambiato il concetto israeliano di intelligence.

Non si trattava più soltanto di scoprire quali armi possedesse un avversario.

L’obiettivo diventava individuare in anticipo i programmi che avrebbero potuto produrre quelle armi e, quando ritenuto necessario, cercare di impedirne o rallentarne lo sviluppo.

Era una logica di controproliferazione preventiva che sarebbe riemersa molte volte nella storia successiva dell’intelligence israeliana.

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Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser durante una visita al cantiere della diga di Assuan. Negli stessi anni l’Egitto stava sviluppando anche un proprio programma missilistico, seguito con crescente preoccupazione dall’intelligence israeliana e all’origine dell’Operazione Damocles. – Bibliotheca Alexandrina / Wikimedia Commons – Public Domain

1968: il mistero dell’uranio scomparso nel Mediterraneo

Due anni dopo l’arrivo del MiG-21 iracheno, un’altra operazione clandestina mostrò quanto l’intelligence israeliana fosse ormai in grado di muoversi anche all’interno delle reti commerciali e industriali europee.

La vicenda sarebbe diventata conosciuta come Operazione Plumbat.

Nel 1968, circa 200 tonnellate di ossido di uranio concentrato, il cosiddetto yellowcake, vennero acquistate in Europa e caricate ad Anversa a bordo del mercantile Scheersberg A.

Formalmente il materiale doveva raggiungere l’Italia.

Durante il viaggio, però, il carico scomparve.

Quando la nave riapparve, l’uranio non si trovava più a bordo.

Solo successivamente emerse una complessa rete di società, intermediari e passaggi commerciali utilizzati per nascondere la reale destinazione del materiale.

Ricostruzioni giornalistiche, studi successivi e documenti statunitensi hanno collegato l’operazione all’intelligence israeliana e in particolare a una struttura che coinvolgeva uomini del Mossad e del LAKAM, l’organizzazione israeliana incaricata dell’intelligence scientifica. Documenti pubblicati dal National Security Archive attribuiscono a Rafi Eitan, allora alto funzionario operativo israeliano, un ruolo nell’organizzazione dell’operazione che portò alla deviazione delle 200 tonnellate di yellowcake.

Il materiale sarebbe stato trasferito clandestinamente durante la navigazione nel Mediterraneo attraverso una complessa operazione marittima.

Anche il nome Plumbat derivava dalla copertura utilizzata nella documentazione relativa al carico, richiamando il latino plumbum, piombo.

L’obiettivo era legato alle necessità del programma nucleare israeliano e al reattore di Dimona.

Proprio per la natura estremamente sensibile del dossier nucleare israeliano, gran parte della vicenda rimase per anni circondata dal segreto e ancora oggi alcuni dettagli vengono ricostruiti principalmente attraverso documentazione straniera e successive indagini storiche.

Il caso è tuttavia significativo per comprendere l’evoluzione dell’intelligence israeliana.

Non c’erano uomini da catturare, basi da assaltare o aerei da far disertare.

L’obiettivo era una materia prima strategica, movimentata attraverso compagnie commerciali, navi, contratti internazionali e società di copertura.

La capacità operativa consisteva quindi nel manipolare una catena logistica apparentemente normale fino a far arrivare il materiale dove realmente serviva.

Se l’Operazione Diamond aveva permesso a Israele di mettere le mani su una delle tecnologie militari più preziose dell’Unione Sovietica, Plumbat mostrava un altro volto dell’intelligence: la capacità di intervenire clandestinamente sulle reti industriali e commerciali internazionali per acquisire risorse considerate strategiche.

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Fusti contenenti yellowcake, concentrato di uranio. Nel 1968 circa 200 tonnellate di questo materiale scomparvero durante il viaggio della nave Scheersberg A da Anversa verso il Mediterraneo, in quella che sarebbe diventata nota come Operazione Plumbat. – Foto: Dean Calma / IAEA Imagebank / Wikimedia Commons – CC BY-SA 2.0

Un MiG-21 arriva in Israele

Negli anni Sessanta il Mossad iniziò a rivolgere una parte crescente delle proprie attività alla raccolta di informazioni sulle capacità militari dei Paesi arabi confinanti con Israele.

In un Medio Oriente sempre più segnato dalla contrapposizione tra Israele e i Paesi sostenuti dall’Unione Sovietica, conoscere in anticipo armamenti, dottrine e capacità operative dell’avversario diventava una priorità strategica.

Uno degli obiettivi più ambiti era il MiG-21, uno dei caccia sovietici più moderni e diffusi dell’epoca.

Il velivolo era entrato in servizio presso diverse aeronautiche arabe, tra cui quelle di Egitto, Siria e Iraq, e rappresentava una delle principali minacce che i piloti israeliani avrebbero potuto incontrare in caso di guerra.

Israele disponeva di informazioni tecniche e rapporti di intelligence sul caccia sovietico, ma studiare direttamente un esemplare operativo avrebbe avuto un valore completamente diverso.

Conoscere davvero un velivolo significava poter verificarne accelerazione, velocità, manovrabilità, autonomia, prestazioni a diverse quote, visibilità dalla cabina, sistemi di bordo e soprattutto punti di forza e vulnerabilità.

L’obiettivo israeliano divenne quindi estremamente ambizioso: ottenere un MiG-21 intatto.

Diversi tentativi di convincere piloti arabi a disertare non portarono inizialmente al risultato sperato. La svolta arrivò con il pilota dell’Aeronautica irachena Munir Redfa, ufficiale esperto che accettò di lasciare il proprio Paese e consegnare il suo aereo agli israeliani.

L’operazione, divenuta nota come Operazione Diamond, richiese una lunga preparazione.

Non si trattava soltanto di convincere un pilota a disertare. Era necessario pianificare la rotta, assicurarsi che il MiG avesse carburante sufficiente, evitare che venisse intercettato dalla difesa aerea irachena o da quella dei Paesi attraversati e coordinare l’arrivo del velivolo nello spazio aereo israeliano senza rischiare che fosse scambiato per un aereo ostile.

Il 16 agosto 1966, Redfa decollò dall’Iraq a bordo del proprio MiG-21 e puntò verso Israele.

Una volta avvicinatosi allo spazio aereo israeliano, venne intercettato e scortato da caccia dell’Aeronautica israeliana fino all’atterraggio.

Per Israele fu un successo di enorme importanza.

Per la prima volta gli specialisti israeliani poterono analizzare direttamente uno dei principali caccia sovietici impiegati dalle aeronautiche arabe.

Il MiG-21 venne sottoposto a una serie di prove approfondite. Piloti collaudatori israeliani lo portarono in volo per comprenderne le caratteristiche reali, studiandone comportamento, prestazioni e limiti.

Quelle informazioni consentirono di sviluppare tattiche più efficaci per affrontarlo in combattimento.

Non si trattava quindi soltanto di un successo tecnico, ma di un vantaggio operativo immediatamente trasferibile ai reparti dell’Aeronautica israeliana.

Pochi mesi più tardi, durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, i piloti israeliani si sarebbero trovati ad affrontare proprio velivoli di quel tipo nelle aeronautiche dei Paesi arabi.

L’importanza dell’aereo catturato andò però oltre i confini israeliani.

Anche gli Stati Uniti erano estremamente interessati a conoscere le reali capacità del MiG-21, che rappresentava una delle principali piattaforme da combattimento sovietiche e veniva impiegato anche in altri teatri della Guerra Fredda.

Il velivolo e le informazioni ricavate dai test israeliani divennero quindi preziosi anche per Washington, contribuendo allo studio delle tattiche più efficaci contro i caccia di produzione sovietica.

L’Operazione Diamond dimostrò perfettamente una delle logiche fondamentali dell’intelligence militare israeliana: non limitarsi a raccogliere informazioni dall’esterno, ma cercare, quando possibile, di mettere direttamente le mani sui sistemi dell’avversario.

Un singolo aereo, ottenuto attraverso una complessa operazione clandestina, poteva fornire informazioni che sarebbero state difficilissime da acquisire durante un combattimento reale.

Il MiG-21 di Munir Redfa divenne così molto più di un semplice velivolo catturato.

Rappresentò un autentico tesoro d’intelligence, capace di trasformare un’operazione clandestina in un vantaggio concreto per i piloti israeliani e, indirettamente, anche per gli alleati occidentali.

L’episodio sintetizzava perfettamente la logica che avrebbe caratterizzato molte operazioni israeliane: ottenere clandestinamente ciò che sul campo di battaglia sarebbe costato molto di più in uomini, mezzi e rischi.

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Il MiG-21 iracheno giunto in Israele nell’agosto 1966 durante l’Operazione Diamond, una delle più celebri operazioni del Mossad. Il pilota Munir Redfa disertò dall’Iraq consentendo a Israele di studiare uno dei più avanzati caccia sovietici dell’epoca. - Copyright Oren Rozen / Wikimedia Commons – CC BY-SA

Monaco 1972

Il momento che più di ogni altro contribuì a costruire la fama internazionale del Mossad arrivò nel settembre del 1972.

Le Olimpiadi di Monaco dovevano rappresentare per la Germania Ovest l’immagine di un Paese moderno, democratico e lontano dall’eredità del nazismo. Il villaggio olimpico era stato pensato proprio per trasmettere un clima aperto e informale, con misure di sicurezza volutamente meno oppressive rispetto a quelle che ci si sarebbe potuti attendere da un evento di quella portata.

Fu in quel contesto che, nella notte tra il 4 e il 5 settembre 1972, un gruppo di uomini appartenenti all’organizzazione palestinese Settembre Nero riuscì a penetrare all’interno del villaggio olimpico.

Il loro obiettivo era la delegazione israeliana.

Gli attentatori raggiunsero gli appartamenti occupati dagli atleti e dagli allenatori israeliani e fecero irruzione all’interno.

Due membri della squadra israeliana, Moshe Weinberg e Yossef Romano, vennero uccisi nelle prime fasi dell’attacco.

Altri nove membri della delegazione furono presi in ostaggio.

Gli uomini di Settembre Nero avanzarono richieste precise, tra cui la liberazione di detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane.

Da quel momento iniziò una lunga e drammatica trattativa, seguita in diretta dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo.

Israele mantenne una linea rigida, rifiutando di negoziare la liberazione dei prigionieri in cambio degli ostaggi.

Nel frattempo, le autorità della Germania Ovest cercavano di trovare una soluzione alla crisi.

Vennero elaborate diverse ipotesi di intervento, ma la gestione dell’operazione si rivelò estremamente complessa.

All’epoca la Germania occidentale non disponeva ancora di una struttura antiterrorismo specializzata paragonabile alle unità che sarebbero nate negli anni successivi proprio come conseguenza di Monaco.

Alla fine venne organizzato un piano per trasferire attentatori e ostaggi dal villaggio olimpico all’aeroporto militare di Fürstenfeldbruck, con la prospettiva dichiarata di fornire loro un aereo.

In realtà, le autorità tedesche intendevano utilizzare il trasferimento per tentare un’operazione di liberazione.

Il piano fallì.

Una volta arrivati all’aeroporto, la situazione degenerò rapidamente in uno scontro a fuoco.

Il tentativo delle forze tedesche di neutralizzare gli attentatori era stato preparato con informazioni incomplete e senza una conoscenza precisa neppure del numero effettivo dei terroristi.

Dopo ore di tensione, la crisi si concluse nel modo peggiore.

Morirono tutti i nove ostaggi israeliani, cinque degli attentatori e un poliziotto tedesco.

In totale, gli israeliani uccisi nell’attacco furono undici.

Per Israele fu uno shock nazionale.

Le immagini di Monaco furono trasmesse in tutto il mondo e l’attacco assunse immediatamente un enorme significato simbolico.

Non si trattava soltanto dell’uccisione di atleti israeliani durante il più importante evento sportivo internazionale.

Per il governo e per una parte consistente dell’opinione pubblica israeliana, Monaco rappresentò la dimostrazione che cittadini israeliani ed ebrei potevano essere colpiti anche lontano dal Medio Oriente, nel cuore dell’Europa e davanti alle televisioni di tutto il mondo.

L’attacco ebbe inoltre conseguenze profonde sul modo in cui Israele avrebbe affrontato negli anni successivi il terrorismo internazionale.

Il governo guidato da Golda Meir autorizzò una campagna clandestina contro uomini ritenuti coinvolti nell’organizzazione, nella pianificazione o nel sostegno dell’attentato di Monaco.

L’obiettivo non era soltanto quello di colpire i responsabili diretti, ma anche di indebolire le strutture operative e logistiche utilizzate dalle organizzazioni palestinesi all’estero.

Cominciò così una lunga serie di operazioni condotte in diversi Paesi europei e mediorientali.

Sorveglianza, intelligence, infiltrazione, identificazione degli obiettivi e azioni clandestine divennero parte di una campagna destinata a protrarsi per anni.

Quella campagna sarebbe diventata conosciuta soprattutto con il nome di Operazione Ira di Dio.

Il Mossad assunse un ruolo centrale nella ricerca degli uomini che Israele riteneva collegati alla rete di Settembre Nero.

Ma la campagna avrebbe mostrato anche tutti i rischi di questo genere di operazioni.

Agire clandestinamente in territorio straniero significava operare senza il margine di errore concesso a una normale operazione militare.

Un'identificazione sbagliata, un agente scoperto o un'azione fallita potevano trasformarsi rapidamente in una crisi diplomatica internazionale.

Ed è proprio quello che sarebbe accaduto poco meno di un anno dopo Monaco, in una piccola città norvegese destinata a diventare uno degli episodi più controversi della storia del Mossad: Lillehammer.

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La cerimonia commemorativa allo Stadio Olimpico di Monaco il 6 settembre 1972, il giorno successivo all’attacco di Settembre Nero contro la delegazione israeliana. Alla tribuna sono visibili Walter Scheel e il presidente federale Gustav Heinemann. - Foto: Bundesarchiv, B 145 Bild-F037753-0006 / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0 DE

La caccia agli uomini di Settembre Nero

Negli anni successivi all’attentato di Monaco, Israele avviò una lunga campagna clandestina contro uomini ritenuti coinvolti nella pianificazione, nel sostegno logistico o nelle strutture operative legate a Settembre Nero e ad altre organizzazioni palestinesi.

Diversi esponenti vennero individuati in Europa e in Medio Oriente e divennero obiettivo di operazioni attribuite all’intelligence israeliana.

La difficoltà principale non consisteva soltanto nel localizzare gli uomini ricercati, ma nel farlo in Paesi stranieri, spesso senza poter contare sull’appoggio ufficiale delle autorità locali.

Per questo il lavoro preparatorio diventava fondamentale.

Gli agenti dovevano ricostruire abitudini, spostamenti, contatti personali, luoghi frequentati e sistemi di sicurezza degli obiettivi.

Seguivano settimane o mesi di osservazione, verifica delle informazioni e preparazione operativa.

La sorveglianza rappresentava spesso la fase più lunga.

Un uomo poteva essere seguito per giorni soltanto per capire dove abitasse realmente, quali mezzi utilizzasse, con chi si incontrasse e in quali momenti fosse più vulnerabile.

Ogni dettaglio poteva diventare importante.

Un ristorante frequentato abitualmente, una cabina telefonica, un percorso percorso ogni mattina, un appuntamento ricorrente o un cambio improvviso di routine potevano confermare o smentire un’intera ricostruzione investigativa.

Per consentire agli agenti di operare senza attirare l’attenzione venivano utilizzati documenti falsi, identità di copertura, appartamenti temporanei, veicoli noleggiati e case sicure.

Le squadre potevano essere composte da uomini e donne con compiti differenti: chi effettuava la sorveglianza, chi manteneva i collegamenti, chi organizzava la logistica e chi interveniva nella fase conclusiva.

L’obiettivo era ridurre al minimo qualsiasi elemento che potesse collegare l’operazione direttamente allo Stato di Israele.

Le missioni richiedevano quindi una combinazione di intelligence, pianificazione e pazienza.

In alcuni casi gli obiettivi vennero seguiti attraverso più Paesi prima che si presentasse una situazione considerata favorevole.

In altri, le informazioni raccolte portarono all’abbandono dell’operazione o alla necessità di ricominciare da capo.

La campagna assunse progressivamente una dimensione internazionale.

Gli uomini ricercati potevano trovarsi a Roma, Parigi, Atene, Beirut o in altre città europee e mediorientali, costringendo l’intelligence israeliana a costruire reti di supporto capaci di operare molto lontano dal proprio territorio.

Proprio questa capacità contribuì a creare la reputazione che avrebbe accompagnato il Mossad per decenni.

Nell’immaginario internazionale prese forma l’idea di un servizio capace di seguire un obiettivo per mesi o anni, ricostruirne la rete di relazioni e raggiungerlo praticamente ovunque si trovasse.

Una reputazione alimentata anche dal carattere segreto delle operazioni.

Per lungo tempo molti dettagli rimasero sconosciuti, mentre ricostruzioni giornalistiche, testimonianze e successive pubblicazioni contribuirono a trasformare alcune missioni in episodi quasi leggendari.

La realtà, tuttavia, era molto più complessa.

Operare clandestinamente in territorio straniero significava assumere rischi enormi.

Gli agenti potevano essere scoperti, arrestati oppure identificati dai servizi di sicurezza locali.

Un passaporto falso poteva essere controllato, un pedinamento poteva essere notato e una singola informazione errata poteva compromettere mesi di preparazione.

Soprattutto, l’intera operazione dipendeva dalla corretta identificazione dell’obiettivo.

In un’attività condotta spesso attraverso fonti indirette, fotografie, testimonianze e sorveglianza a distanza, anche un servizio estremamente preparato poteva commettere errori.

La campagna successiva a Monaco contribuì quindi a consolidare la fama del Mossad, ma mostrò contemporaneamente il limite fondamentale di qualsiasi organizzazione d’intelligence: la qualità di un’operazione dipende dalla qualità delle informazioni su cui viene costruita.

E proprio durante la caccia agli uomini ritenuti collegati a Settembre Nero arrivò uno degli errori più gravi della storia del servizio israeliano.

Nel luglio del 1973, nella cittadina norvegese di Lillehammer, una squadra israeliana identificò come proprio obiettivo un uomo che in realtà non aveva nulla a che vedere con l’organizzazione palestinese.

Quello che avrebbe dovuto essere un altro capitolo della campagna iniziata dopo Monaco si trasformò in un caso internazionale e in una pesante battuta d’arresto per il Mossad.

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Zvi Zamir, direttore del Mossad dal 1968 al 1974, fotografato nel 1970. Durante il suo mandato il servizio israeliano affrontò le conseguenze dell’attacco di Monaco e la successiva campagna clandestina contro esponenti ritenuti legati a Settembre Nero. - Copyright IDF Spokesperson’s Unit / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Lillehammer: l’errore che costò carissimo

Il 21 luglio 1973, nella tranquilla cittadina norvegese di Lillehammer, una squadra israeliana era convinta di aver finalmente individuato uno degli uomini più ricercati della rete palestinese: Ali Hassan Salameh, considerato da Israele una figura di primo piano di Settembre Nero.

Salameh era da tempo nel mirino dei servizi israeliani.

La sua figura era circondata da una reputazione importante all’interno delle organizzazioni palestinesi e gli israeliani ritenevano che avesse avuto un ruolo nelle attività operative e nel sostegno alla rete responsabile dell’attentato di Monaco.

Quando una squadra di agenti individuò in Norvegia un uomo che sembrava corrispondere alla descrizione di Salameh, iniziò immediatamente un’attività di sorveglianza.

L’uomo venne seguito nei suoi spostamenti, osservato a distanza e progressivamente identificato dagli agenti come il ricercato.

Ma qualcosa, nella catena di verifica, non funzionò.

L’identificazione era sbagliata.

La sera del 21 luglio, l’uomo venne raggiunto nei pressi della propria abitazione e ucciso.

Solo dopo l’azione emerse la verità.

La vittima non era Ali Hassan Salameh.

Era Ahmed Bouchiki, un cameriere marocchino che viveva a Lillehammer e non aveva alcun rapporto con Settembre Nero né con organizzazioni terroristiche palestinesi.

Bouchiki aveva una vita completamente diversa da quella dell’uomo che gli israeliani stavano cercando.

L’errore fu devastante.

Non si trattava soltanto del fallimento di un’operazione clandestina, ma dell’uccisione di una persona estranea all’obiettivo ricercato.

Inoltre, l’azione non passò inosservata.

La polizia norvegese avviò immediatamente le indagini e riuscì a ricostruire rapidamente una parte consistente della rete coinvolta nell’operazione.

Alcuni membri della squadra furono arrestati.

Le indagini permisero alle autorità norvegesi di acquisire informazioni sulle identità utilizzate dagli agenti, sui documenti di copertura, sui contatti, sugli spostamenti e sulle modalità operative della squadra.

Per un servizio clandestino fu un danno enorme.

Un’operazione fallita aveva non soltanto provocato la morte di un innocente, ma aveva anche esposto metodi, strutture e collegamenti che normalmente avrebbero dovuto rimanere nell’ombra.

Il caso assunse rapidamente una dimensione internazionale.

La Norvegia protestò duramente e la vicenda provocò un forte imbarazzo diplomatico per Israele.

Per il Mossad, Lillehammer divenne uno dei casi più citati quando si parla dei limiti e dei rischi delle operazioni clandestine condotte in territorio straniero.

Il punto centrale non fu soltanto l’errore finale.

Il fallimento riguardò l’intero processo che aveva portato all’identificazione dell’obiettivo.

Informazioni incomplete, conferme insufficienti e una valutazione errata avevano trasformato un’operazione pianificata per colpire un dirigente palestinese nell’uccisione di un uomo innocente.

Fu uno dei colpi più duri alla reputazione del servizio israeliano.

Dimostrava che anche un apparato considerato estremamente efficace poteva fallire quando la pressione operativa, la fretta o la qualità insufficiente dell’intelligence portavano a prendere per certa un’identificazione che certa non era.

E soprattutto mostrava quanto alto fosse il prezzo di un errore in questo tipo di operazioni.

Un errore non significava soltanto perdere un obiettivo.

Poteva significare uccidere la persona sbagliata, esporre agenti, compromettere reti clandestine e provocare una crisi diplomatica.

Ali Hassan Salameh, il vero obiettivo della squadra, continuò invece a vivere ancora per diversi anni.

Gli israeliani continuarono a cercarlo.

Nel 1979, a Beirut, Salameh morì nell’esplosione di un’autobomba in un’operazione generalmente attribuita all’intelligence israeliana.

La lunga caccia si concluse quindi anni dopo, ma Lillehammer rimase nella storia del Mossad come un monito permanente.

Nessun servizio d’intelligence, per quanto esperto e aggressivo, è immune dall’errore.

E nel mondo delle operazioni clandestine, un singolo errore di identificazione può costare molto più del fallimento della missione stessa.

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Lillehammer nel 1967, pochi anni prima dell’operazione israeliana del luglio 1973. Nella tranquilla cittadina norvegese il Mossad uccise per errore Ahmed Bouchiki, scambiandolo per Ali Hassan Salameh. – Foto: Arnulf Husmo / Nasjonalbiblioteket / Wikimedia Commons – Public Domain

1973: l’Operazione Primavera di Gioventù

La campagna seguita al massacro delle Olimpiadi di Monaco non fu composta esclusivamente da operazioni condotte da piccoli gruppi clandestini.

In alcuni casi l’intelligence fornita dal Mossad venne combinata direttamente con la capacità operativa delle Forze di Difesa Israeliane e delle unità speciali.

Uno degli esempi più spettacolari arrivò nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1973.

L’operazione aveva come obiettivo diversi esponenti e infrastrutture dell’OLP in Libano e sarebbe diventata conosciuta con il nome di Operazione Primavera di Gioventù.

Il piano prevedeva di colpire contemporaneamente diversi obiettivi a Beirut e Sidone, sfruttando l’effetto sorpresa.

Vi presero parte uomini della Sayeret Matkal, reparti paracadutisti e commandos navali israeliani.

Le forze partirono da Israele via mare e raggiunsero le coste libanesi utilizzando imbarcazioni leggere.

Ma prima ancora che i militari arrivassero, il Mossad aveva svolto una parte essenziale del lavoro.

Agenti israeliani avevano preparato la logistica sul terreno, raccolto informazioni sugli obiettivi e organizzato veicoli che avrebbero permesso ai commandos di muoversi per Beirut senza attirare immediatamente l’attenzione.

Secondo la ricostruzione ufficiale israeliana, agenti del Mossad aspettavano i reparti sulla spiaggia con automobili noleggiate, pronte a trasferire i diversi gruppi verso gli obiettivi assegnati.

Tra i comandanti partecipò anche Ehud Barak, allora comandante della Sayeret Matkal.

Per muoversi nella città senza apparire immediatamente come una squadra militare, alcuni componenti del gruppo utilizzarono travestimenti civili; Barak entrò a Beirut travestito da donna.

I principali obiettivi comprendevano tre importanti dirigenti palestinesi: Mohammed Youssef al-Najjar, conosciuto come Abu Youssef, Kamal Adwan e Kamal Nasser.

Altri reparti colpirono strutture e installazioni legate alle organizzazioni palestinesi.

L’azione durò complessivamente poche ore.

I tre dirigenti furono uccisi e le forze israeliane recuperarono anche documentazione dagli obiettivi colpiti. Due militari israeliani morirono durante l’operazione.

Primavera di Gioventù rappresentò un esempio particolarmente efficace dell’integrazione tra intelligence clandestina e operazioni speciali.

Il Mossad non costituiva la forza d’assalto.

Il suo compito era creare le condizioni perché quella forza potesse arrivare nel cuore della capitale libanese, trovare gli obiettivi e muoversi in territorio ostile con informazioni e supporto già predisposti.

Era una formula destinata a diventare ricorrente nelle operazioni israeliane: l’intelligence individuava e preparava il bersaglio; le forze speciali intervenivano quando era necessaria una capacità militare superiore a quella di una squadra clandestina.

E tutto questo avveniva appena tre mesi prima dell’errore di Lillehammer.

Il contrasto è significativo.

Nell’aprile del 1973 una delle operazioni più complesse condotte contro le strutture palestinesi riuscì a portare commandos israeliani nel cuore di Beirut.

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Ehud Barak e Amnon Lipkin-Shahak nel 1973, durante le attività legate all’Operazione Primavera di Gioventù, il raid israeliano contro obiettivi dell’OLP a Beirut e Sidone nella notte tra il 9 e il 10 aprile. – IDF Spokesperson’s Unit / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0.

Oltre le operazioni clandestine

La notorietà delle operazioni contro terroristi, dirigenti di organizzazioni ostili e obiettivi considerati strategici ha spesso prodotto un’immagine parziale, e in alcuni casi distorta, del Mossad.

Nell’immaginario collettivo il servizio israeliano viene associato soprattutto alle missioni clandestine condotte all’estero, alle identità false, ai pedinamenti e alle operazioni ad alto rischio.

Ma questa rappresentazione descrive soltanto una parte del lavoro di un servizio d’intelligence.

L’attività quotidiana è molto più ampia, lenta e meno visibile.

Significa prima di tutto raccogliere informazioni.

Informazioni politiche, militari, economiche e tecnologiche che permettano al governo israeliano di comprendere ciò che sta avvenendo fuori dai propri confini e, soprattutto, ciò che potrebbe accadere in futuro.

Uno dei compiti fondamentali consiste nel reclutamento di fonti umane.

Un funzionario, un militare, un diplomatico, un tecnico, un imprenditore o una persona inserita in un’organizzazione considerata di interesse può diventare una fonte capace di fornire informazioni impossibili da ottenere attraverso altri strumenti.

Individuare queste persone, comprenderne le motivazioni, avvicinarle e costruire nel tempo un rapporto clandestino rappresenta uno degli aspetti più delicati del lavoro d’intelligence.

A questo si aggiunge la necessità di penetrare organizzazioni ostili.

Conoscere dall’interno una struttura politica, militare o terroristica significa poter comprendere non soltanto ciò che essa ha già fatto, ma anche quali siano le sue intenzioni, quali operazioni stia preparando, quali uomini ricoprano ruoli decisivi e quali vulnerabilità possano essere sfruttate.

Per operare all’estero servono inoltre infrastrutture clandestine.

Identità di copertura, documenti, abitazioni sicure, società di facciata, sistemi di comunicazione protetti e reti logistiche permettono agli agenti di muoversi senza essere immediatamente collegati allo Stato di Israele.

Gran parte di questo lavoro può richiedere mesi o anni senza produrre alcun risultato visibile all’esterno.

Un’altra componente riguarda la raccolta e l’analisi di documenti, comunicazioni e informazioni tecniche.

Un rapporto militare, un piano industriale, una documentazione su un nuovo sistema d’arma o una conversazione riservata possono avere un valore strategico superiore a quello di molte operazioni spettacolari.

L’obiettivo non è semplicemente accumulare dati.

Il vero compito dell’intelligence consiste nel trasformare quei dati in una risposta alle domande fondamentali di un governo: che cosa sta facendo l’avversario, che cosa può fare e soprattutto che cosa intende fare?

Da questo punto di vista, il Mossad rappresenta soltanto una parte di un apparato israeliano molto più articolato.

Accanto ad esso opera lo Shin Bet, conosciuto anche come Shabak, incaricato principalmente della sicurezza interna, del controspionaggio e del contrasto alle minacce terroristiche all’interno di Israele e nei territori in cui esercita le proprie competenze.

Esiste poi Aman, la direzione dell’intelligence militare delle Forze di Difesa Israeliane.

Il suo compito è raccogliere e analizzare informazioni relative alle capacità militari degli avversari, agli eserciti della regione, ai sistemi d’arma, alle forze schierate e alle possibili minacce contro Israele.

Il Mossad opera invece prevalentemente sul piano dell’intelligence estera.

La sua attività è quindi rivolta soprattutto fuori dai confini israeliani, attraverso raccolta informativa, relazioni clandestine, fonti umane e operazioni condotte in Paesi stranieri.

Le competenze dei diversi organismi possono naturalmente intrecciarsi.

Una minaccia terroristica può avere una componente interna e una rete all’estero; un programma militare straniero può interessare contemporaneamente l’intelligence militare e quella estera; un’organizzazione può essere osservata da più strutture con strumenti differenti.

Proprio questa suddivisione consente di comprendere meglio la natura del sistema israeliano.

Il Mossad non è un organismo isolato e non rappresenta da solo l’intera intelligence del Paese.

È uno degli strumenti attraverso i quali Israele cerca di ottenere un vantaggio informativo in un ambiente regionale che, fin dalla nascita dello Stato, è stato caratterizzato da guerre, terrorismo, rivalità geopolitiche e minacce militari.

Le operazioni clandestine più celebri sono quindi soltanto la parte visibile di un’attività molto più vasta.

Dietro una missione riuscita possono esserci anni di raccolta informativa, decine di fonti, analisi incrociate, verifiche, sorveglianza e lavoro diplomatico clandestino.

Ed è probabilmente proprio questo il vero nucleo del mestiere dell’intelligence: sapere qualcosa prima degli altri e comprenderne il significato prima che quell’informazione diventi evidente a tutti.

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Ricostruzione illustrativa di una sala operativa d’intelligence negli anni Settanta: analisti al lavoro su mappe, fotografie, comunicazioni e documenti, attività che rappresentavano il cuore della raccolta e dell’analisi informativa del Mossad. - Immagine creata con AI

Gli anni Ottanta e Novanta

Terminata la fase dominata dalla caccia agli uomini delle organizzazioni palestinesi e dal confronto tipico della Guerra fredda, il Mossad dovette adattarsi rapidamente a un Medio Oriente in trasformazione.

Le minacce non scomparvero, ma cambiarono natura.

Il terrorismo internazionale continuava a rappresentare una priorità, ma accanto ad esso assumevano sempre maggiore importanza la proliferazione di armi non convenzionali, lo sviluppo dei programmi missilistici, i rapporti tra gli Stati arabi, le reti di finanziamento clandestino e l’emergere di nuove organizzazioni armate capaci di operare oltre i confini nazionali.

Alla guida del servizio si alternarono direttori come Yitzhak Hofi, Nahum Admoni, Shabtai Shavit e Danny Yatom, ciascuno chiamato a gestire una fase diversa dell’evoluzione strategica israeliana.

Ma gli anni Ottanta mostrarono anche un volto differente del Mossad.

Le stesse strutture clandestine costruite per spiare, infiltrare organizzazioni ostili o raggiungere obiettivi all’estero potevano essere utilizzate anche per una missione completamente diversa: portare migliaia di persone fuori da un Paese senza rivelare l’esistenza dell’operazione.

Operazione Moses: una fuga clandestina verso Israele

Uno dei capitoli più particolari della storia del servizio riguardò la sorte degli ebrei etiopi, molti dei quali cercavano di lasciare l’Etiopia attraversando clandestinamente il confine con il Sudan.

Il viaggio era estremamente pericoloso.

Intere famiglie percorrevano a piedi enormi distanze fino ai campi profughi sudanesi, affrontando fame, malattie, violenze e condizioni ambientali durissime.

Secondo la Knesset, circa 4.000 membri della comunità etiope morirono durante il viaggio o nei campi profughi nel tentativo di raggiungere Israele.

Per il governo israeliano il problema era particolarmente complesso.

Il Sudan non intratteneva relazioni diplomatiche con Israele e organizzare apertamente il trasferimento di migliaia di persone sarebbe stato politicamente impossibile.

Fu quindi necessario costruire una rete clandestina.

Il Mossad iniziò a operare nella regione creando canali segreti per individuare, raggruppare e trasferire gli ebrei etiopi che erano riusciti ad arrivare in territorio sudanese.

Nel corso del tempo furono utilizzati diversi sistemi di evacuazione e le operazioni coinvolsero il Mossad, il governo israeliano, le Forze di Difesa Israeliane e altri organismi.

Uno degli aspetti più sorprendenti di questa attività fu la capacità di costruire coperture apparentemente normali dietro le quali nascondere le operazioni.

Gli agenti dovevano muoversi in un Paese ostile, mantenere contatti con persone disperse nei campi profughi, organizzare spostamenti e coordinare evacuazioni senza attirare l’attenzione delle autorità e delle organizzazioni presenti sul territorio.

L’operazione più vasta iniziò nel novembre 1984.

Sarebbe diventata conosciuta come Operazione Moses.

Attraverso un complesso sistema di accordi riservati e trasferimenti clandestini, migliaia di ebrei etiopi vennero fatti uscire dai campi profughi sudanesi e trasferiti verso Israele.

Le fonti israeliane indicano generalmente in circa 8.000 le persone evacuate attraverso l’operazione e le attività collegate.

La segretezza era fondamentale.

Una rivelazione pubblica avrebbe potuto mettere in seria difficoltà il governo sudanese e rendere politicamente impossibile continuare l’evacuazione.

Ed è proprio ciò che avvenne.

Quando l’esistenza dell’operazione divenne pubblica all’inizio del 1985, le pressioni politiche portarono all’interruzione anticipata dei trasferimenti.

Numerose persone rimasero in Africa e alcune famiglie furono separate.

Israele continuò tuttavia a organizzare negli anni successivi altre operazioni per trasferire la comunità etiope.

Il capitolo più spettacolare sarebbe arrivato nel maggio 1991, con l’Operazione Solomon, quando oltre 14.000 ebrei etiopi furono trasferiti in Israele in poco più di un giorno attraverso un enorme ponte aereo.

Operazione Moses mostrò quindi un volto del Mossad molto diverso da quello diventato celebre dopo Eichmann, Monaco o Lillehammer.

Le capacità di costruire identità clandestine, reti logistiche, contatti segreti e vie di infiltrazione potevano essere impiegate non per raggiungere un bersaglio, ma per organizzare una gigantesca operazione di evacuazione.

Fu una delle dimostrazioni più evidenti di quanto ampio potesse essere il campo d’azione dell’intelligence israeliana.

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Ebrei etiopi giunti in Israele nel 1984, durante la fase delle grandi operazioni di evacuazione che portarono migliaia di membri della comunità Beta Israel fuori dall’Etiopia e dal Sudan. L’Operazione Moses rappresentò uno dei capitoli più particolari della storia del Mossad. – Foto: Doron Bacher / Wikimedia Commons – CC BY 4.0

Libano, Hezbollah e una nuova minaccia

Mentre il Mossad conduceva operazioni come Moses, il quadro strategico regionale diventava sempre più complesso.

La guerra civile libanese, l’intervento israeliano in Libano e la crescente attività delle organizzazioni armate presenti nel Paese trasformarono il fronte settentrionale in uno dei principali terreni di confronto dell’intelligence israeliana.

Fu proprio in Libano che cominciò a emergere con sempre maggiore forza Hezbollah, organizzazione sciita sostenuta dall’Iran e destinata a diventare uno dei principali avversari di Israele.

Il Mossad dovette quindi confrontarsi con un nemico diverso rispetto alle organizzazioni palestinesi che avevano dominato gli anni precedenti.

Hezbollah disponeva di un forte radicamento territoriale, di una struttura progressivamente più organizzata, di appoggi esterni e di una crescente capacità di condurre operazioni militari e terroristiche.

Comprendere la struttura dell’organizzazione, i suoi collegamenti internazionali, le fonti di finanziamento e i rapporti con Teheran divenne progressivamente una delle priorità dell’intelligence israeliana.

Parallelamente, Israele continuava a osservare con attenzione gli sviluppi militari dei Paesi della regione.

La guerra tra Iran e Iraq, combattuta tra il 1980 e il 1988, modificò profondamente gli equilibri del Medio Oriente e impose ai servizi israeliani di comprendere non soltanto le capacità militari dei due Paesi, ma anche le conseguenze strategiche di un conflitto destinato a ridisegnare alleanze e rapporti di forza.

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Il Libano negli anni Ottanta, durante una fase segnata dalla guerra civile e dalla crescente frammentazione del Paese. In questo contesto emerse Hezbollah, sostenuto dall’Iran e destinato a diventare uno dei principali avversari di Israele. – Wikimedia Commons

Gli anni Novanta e la fine della Guerra fredda

Negli anni Novanta il quadro cambiò nuovamente.

La fine della Guerra fredda modificò le priorità globali dell’intelligence, mentre il processo di pace israelo-palestinese apriva contemporaneamente nuove possibilità politiche e nuove vulnerabilità.

Il Mossad continuava a raccogliere informazioni sui governi della regione, sulle organizzazioni armate e sulle reti terroristiche, ma sempre maggiore attenzione veniva dedicata ai programmi tecnologici e militari capaci di modificare l’equilibrio strategico del Medio Oriente.

L’intelligence diventava progressivamente più tecnica.

Non bastava più individuare uomini, organizzazioni e movimenti militari.

Bisognava seguire società industriali, fornitori internazionali, trasferimenti tecnologici, programmi scientifici, componenti dual-use, missili e infrastrutture strategiche.

In questo nuovo scenario un dossier cominciò lentamente a prevalere sugli altri.

L’Iran.

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Il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell’OLP Yasser Arafat si stringono la mano alla Casa Bianca il 13 settembre 1993, alla presenza del presidente statunitense Bill Clinton, durante la firma della Dichiarazione di principi degli Accordi di Oslo. Gli anni Novanta aprirono una nuova fase politica e strategica per Israele e per la sua intelligence. – Foto: Vince Musi / The White House / Wikimedia Commons – Public Domain.

L’Iran diventa la priorità

Dopo la rivoluzione islamica del 1979, i rapporti tra Teheran e Israele erano cambiati radicalmente.

Nel corso degli anni successivi l’Iran divenne sempre più importante nella valutazione strategica israeliana, sia per il sostegno fornito a organizzazioni ostili a Israele sia per lo sviluppo delle proprie capacità militari.

Particolare attenzione cominciò a concentrarsi sul programma nucleare iraniano e sullo sviluppo dei missili balistici.

Per Israele, la possibilità che l’Iran potesse acquisire le capacità necessarie per produrre un’arma nucleare rappresentava una questione strategica di primaria importanza.

Il problema non riguardava più soltanto conoscere le intenzioni dell’avversario.

Occorreva comprendere dove si trovassero le infrastrutture, quali tecnologie fossero disponibili, quali società e fornitori stranieri fossero coinvolti, quali scienziati partecipassero ai programmi e quanto rapidamente quelle capacità potessero evolvere.

Il lavoro d’intelligence diventava quindi sempre più complesso.

Accanto alle tradizionali attività di reclutamento delle fonti e di penetrazione delle organizzazioni avversarie assumevano crescente importanza l’acquisizione di documentazione scientifica, l’analisi delle reti industriali, il controllo dei trasferimenti tecnologici e la cooperazione con altri servizi occidentali.

Alla fine degli anni Novanta risultava ormai evidente che il centro di gravità delle preoccupazioni israeliane si stava progressivamente spostando verso est.

L’Iran non era l’unico obiettivo del Mossad, ma stava diventando il dossier destinato a condizionare una parte crescente delle sue attività nel nuovo secolo.

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Il sito nucleare iraniano di Natanz nel 2006, protetto da sistemi di difesa antiaerea. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, il programma nucleare e missilistico iraniano divenne progressivamente uno dei principali dossier dell’intelligence israeliana. – Foto: Hamed Saber / Wikimedia Commons – CC BY 2.0

Verso una nuova era dell’intelligence

Contemporaneamente stava cambiando anche il modo di fare intelligence.

Le operazioni clandestine tradizionali non sarebbero scomparse, ma avrebbero iniziato a integrarsi sempre più con nuove capacità tecnologiche.

Sorveglianza elettronica, comunicazioni satellitari, banche dati, intelligence tecnica e, successivamente, strumenti informatici sempre più sofisticati avrebbero ampliato enormemente le possibilità operative dei servizi.

Il Mossad si preparava così a entrare in una fase diversa della propria storia.

Una fase nella quale spionaggio tradizionale, operazioni clandestine, sabotaggio, cooperazione internazionale, tecnologia e cyber intelligence avrebbero progressivamente iniziato a fondersi.

E proprio mentre l’Iran diventava sempre più centrale nella strategia israeliana, sulla scena stava per arrivare un uomo destinato a imprimere al Mossad una delle trasformazioni più profonde della sua storia recente.

Un ufficiale cresciuto nelle operazioni, convinto sostenitore di un servizio più aggressivo e orientato all’azione, che avrebbe riportato al centro la capacità di operare clandestinamente molto lontano dai confini israeliani.

Il suo nome era Meir Dagan.

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Una riunione dei vertici militari israeliani durante la Guerra del Golfo del 1991. Tra i presenti anche Meir Dagan, che negli anni successivi sarebbe diventato direttore del Mossad, incarico ricoperto dal 2002 al 2011. - Copyright IDF Spokesperson’s Unit / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Continua ...

Parte 2 - Dagli anni 2000 alla guerra clandestina del XXI secolo - Disponibile il 25/09/2026

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