Non limitarsi a denunciare un problema, ma studiarlo, confrontare le possibili soluzioni e sottoporre una proposta concreta alla valutazione degli altri.
È il principio che ha guidato Danilo Amelotti, incursore in congedo del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e oggi consulente e formatore nel settore della sicurezza, nella realizzazione di uno studio dedicato alla tutela dei lavoratori inviati all’estero.
Al progetto ha collaborato anche l’ingegner Manzan, ufficiale paracadutista in congedo del 185° Reggimento Artiglieria Paracadutisti “Folgore”, fornendo il proprio contributo tecnico nella raccolta documentale e nella promozione istituzionale della proposta.
Il lavoro, pubblicato sulla piattaforma scientifica Zenodo, contiene una proposta di modifica del Decreto legislativo 81 del 2008, il Testo unico italiano in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
L’obiettivo è rafforzare la gestione dei rischi connessi alle attività lavorative internazionali, soprattutto quando il personale viene inviato in Paesi caratterizzati da instabilità politica, terrorismo, criminalità, conflitti armati, disordini civili, sequestri o gravi emergenze sanitarie e umanitarie.
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Un problema nato dall’esperienza sul campo
La riflessione di Amelotti parte dall’esperienza maturata prima nel mondo militare e successivamente nella formazione di diplomatici, giornalisti, funzionari, operatori umanitari, tecnici e personale aziendale destinato a operare in ambienti ostili.
Nel mondo militare, dopo ogni attività, operazione o addestramento, vengono analizzati gli eventi per individuare ciò che ha funzionato, gli errori commessi e le procedure da migliorare. È la logica dell’After Action Review: non cercare semplicemente un colpevole, ma comprendere il processo che ha prodotto un determinato risultato.
Un metodo che Amelotti ha trasferito alla propria attività civile.
Nel corso degli anni, confrontandosi con il settore privato, il consulente ha individuato una differenza significativa tra la preparazione riservata al personale diplomatico, istituzionale o umanitario e quella prevista per molti lavoratori inviati all’estero dalle aziende.
Numerose imprese possiedono procedure amministrative dettagliate per autorizzare trasferte, organizzare viaggi e gestire assicurazioni. Non sempre, tuttavia, la persona che viene inviata sul posto riceve una preparazione realmente proporzionata ai rischi presenti nella destinazione.
Non trasformare i lavoratori in soldati
Preparare un dipendente a operare in un’area complessa non significa trasformarlo in un militare o in uno specialista della sicurezza.
Un tecnico deve continuare a fare il tecnico, un dirigente il dirigente e un giornalista il giornalista. La formazione deve consentire a ciascuno di svolgere il proprio lavoro comprendendo però l’ambiente nel quale si trova, riconoscendo tempestivamente i pericoli e sapendo come comportarsi in caso di emergenza.
È questo il principio alla base dei corsi HEAT, Hostile Environment Awareness Training, sviluppati inizialmente per il personale governativo, diplomatico, giornalistico e umanitario destinato alle aree di crisi.
Questi programmi possono comprendere l’analisi delle minacce, la consapevolezza situazionale, la gestione dello stress, le comunicazioni di emergenza, il primo soccorso, il comportamento durante disordini o attentati e le procedure da adottare in caso di evacuazione, fermo, aggressione o sequestro.
Non si tratta quindi di addestramento al combattimento, ma di preparazione preventiva.
Il limite delle sole buone pratiche
Secondo la riflessione sviluppata da Amelotti, il principale problema non sarebbe necessariamente la mancanza di professionalità o di attenzione da parte delle imprese.
Molte aziende sono consapevoli del proprio dovere di protezione e adottano volontariamente procedure di Travel Risk Management. Ciò che manca, però, sarebbe un quadro sufficientemente organico e riconoscibile, capace di trasformare la preparazione del personale da semplice buona pratica a responsabilità concreta, verificabile e proporzionata ai rischi prevedibili.
Il D.Lgs. 81/2008 stabilisce già il principio generale della valutazione di tutti i rischi connessi al lavoro. Le attività internazionali, tuttavia, pongono problemi specifici e in continua evoluzione: crisi geopolitiche, terrorismo, criminalità, emergenze sanitarie, instabilità istituzionale, interruzioni dei trasporti e difficoltà di evacuazione.
La proposta mira quindi ad aprire un confronto sull’opportunità di rendere più esplicita e strutturata la gestione di queste situazioni, integrando maggiormente il Travel Risk Management nel sistema italiano della sicurezza sul lavoro.
Dalla ISO 31030 alla responsabilità aziendale
Tra i riferimenti presi in considerazione vi sono anche gli standard internazionali sul Travel Risk Management, in particolare la norma ISO 31030, che fornisce indicazioni per la gestione dei rischi legati ai viaggi di lavoro.
Il principio di fondo è quello del “Duty of Care”, il dovere dell’organizzazione di adottare misure ragionevoli per proteggere le persone che operano per suo conto.
Un sistema efficace non può limitarsi alla scelta dell’albergo o alla stipula di una polizza assicurativa. Deve comprendere l’analisi preventiva della destinazione, la valutazione delle minacce, l’informazione del lavoratore, la formazione, le comunicazioni, l’assistenza durante la missione e la pianificazione delle emergenze.
La preparazione deve inoltre essere proporzionata. Una trasferta in una capitale europea non presenta gli stessi rischi di una missione tecnica in un’area interessata da terrorismo, guerra o instabilità politica.
Una proposta aperta al confronto
Amelotti non presenta il proprio studio come una soluzione definitiva, ma come una base di discussione.
Il lavoro nasce dalla consultazione di normative, sentenze, standard tecnici e documenti nazionali e internazionali, oltre che dal confronto con giuristi, formatori, consulenti e professionisti della sicurezza.
In questo percorso si inserisce anche la collaborazione tecnica dell’ingegner Manzan, ufficiale in congedo del 185° Reggimento Artiglieria Paracadutisti “Folgore”, che ha contribuito alla raccolta e all’organizzazione della documentazione, oltre che alla promozione istituzionale della proposta presso gli interlocutori potenzialmente interessati.
L’idea centrale è che una proposta possa migliorare soltanto quando viene sottoposta alla verifica e alla critica di altri esperti.
Un approccio che richiama ancora una volta il metodo militare del debriefing: il valore dell’analisi non consiste nel dimostrare chi avesse ragione, ma nel fare in modo che l’attività successiva venga condotta meglio.
«Le idee cambiano il mondo solo quando accettano di essere messe in discussione», scrive Amelotti presentando il progetto.
La pubblicazione su Zenodo consente infatti a professionisti, studiosi, imprese e rappresentanti delle istituzioni di consultare liberamente il documento, valutarne le conclusioni e contribuire al dibattito.
Sicurezza internazionale e cultura della prevenzione
La crescente internazionalizzazione delle imprese rende il tema sempre più attuale.
Ogni giorno lavoratori italiani vengono inviati all’estero per seguire cantieri, installare impianti, effettuare manutenzioni, concludere accordi commerciali o coordinare progetti. Alcuni operano in Paesi relativamente sicuri, altri in contesti nei quali un improvviso cambiamento politico o militare può trasformare rapidamente una normale trasferta in una situazione di emergenza.
Preparare il personale prima della partenza significa ridurre l’improvvisazione, migliorare la capacità decisionale e aumentare le possibilità che tutti possano rientrare a casa in sicurezza.
La proposta di Amelotti, sviluppata anche grazie alla collaborazione tecnica dell’ingegner Manzan, porta quindi nel dibattito normativo una cultura maturata nell’esperienza operativa: osservare il problema, analizzarlo senza pregiudizi, costruire una possibile soluzione e permettere agli altri di verificarla e migliorarla.
Non un punto di arrivo, ma l’inizio di un confronto sulla tutela di chi lavora oltre i confini nazionali.
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