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Belgio, Irlanda, Francia, Spagna e non solo: chi arruola stranieri nelle Forze Armate europee

Negli eserciti europei cresce la tendenza a reclutare soldati stranieri con modelli diversificati: dal Belgio che apre ai cittadini UE, all'Irlanda legata alla residenza, dalla Spagna che seleziona specifiche nazionalità alla storica Legione Straniera francese. L'Italia mantiene ancora l'obbligo di cittadinanza, ma il dibattito su possibili aperture diventa sempre più rilevante strategicamente.

Belgio, Irlanda, Francia, Spagna e non solo: chi arruola stranieri nelle Forze Armate europee
Belgio, Irlanda, Francia, Spagna e non solo: chi arruola stranieri nelle Forze Armate europee - Immagine generata con AI
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Belgio, Irlanda, Francia, Spagna e non solo: chi arruola stranieri nelle Forze Armate europee

Belgio, Irlanda, Francia, Spagna e non solo: chi arruola stranieri nelle Forze Armate europee - Immagine generata con AI
Condoralex Condoralex 17 agosto 2026 18 min di lettura 50 Scarica PDF

Negli eserciti europei cresce la tendenza a reclutare soldati stranieri con modelli diversificati: dal Belgio che apre ai cittadini UE, all'Irlanda legata alla residenza, dalla Spagna che seleziona specifiche nazionalità alla storica Legione Straniera francese. L'Italia mantiene ancora l'obbligo di cittadinanza, ma il dibattito su possibili aperture diventa sempre più rilevante strategicamente.

Per secoli l'uniforme militare è stata strettamente legata alla cittadinanza. In gran parte d'Europa lo è ancora, ma il principio non è più universale. Alcune Forze Armate hanno iniziato ad allargare il bacino di reclutamento a cittadini di altri Paesi, adottando modelli molto diversi tra loro: apertura ai cittadini dell'Unione Europea, accesso riservato a determinate nazionalità, requisiti di residenza oppure corpi specificamente concepiti per personale straniero.

La Legione Straniera francese resta naturalmente l'esempio più famoso, ma non è più l'unico. All'interno dell'Unione Europea esistono oggi modelli molto diversi: il Belgio apre ampiamente ai cittadini dello Spazio Economico Europeo, l'Irlanda richiede anche un legame di residenza, la Danimarca consente agli stranieri che abbiano un rapporto concreto con il Paese di chiedere l'accesso al servizio militare iniziale, la Spagna seleziona determinate nazionalità e la Lettonia ha previsto persino un canale per cittadini stranieri in caso di mobilitazione. Altri Paesi, come Italia, Paesi Bassi e Austria, continuano invece a legare molto più rigidamente lo status militare alla cittadinanza nazionale.

La questione è interessante anche guardando all'Italia. Le Forze Armate italiane continuano oggi a richiedere la cittadinanza italiana nei normali concorsi per il personale militare. Allo stesso tempo il modello di personale è in evoluzione e il Parlamento ha lavorato sull'ampliamento degli organici e sulla creazione di una Riserva ausiliaria dello Stato fino a 10.000 volontari. In questo contesto una domanda, oggi puramente politica e strategica, diventa inevitabile: in futuro l'Italia manterrà un sistema completamente nazionale oppure potrebbe prendere in considerazione alcune delle soluzioni già adottate da altri Paesi europei?

Prima di arrivare all'Italia, vale quindi la pena capire che cosa stanno già facendo gli altri.

Belgio: il modello più aperto ai cittadini europei

È probabilmente il caso più interessante per comprendere fino a che punto un esercito nazionale possa aprirsi agli altri cittadini europei.

La Difesa belga stabilisce espressamente che per candidarsi come militare occorre essere:

cittadini belgi oppure cittadini di uno Stato membro dello Spazio Economico Europeo o della Confederazione Svizzera.

Un italiano, essendo cittadino dell'Unione Europea e quindi dello Spazio Economico Europeo, rientra dunque pienamente tra le nazionalità ammesse.

Non stiamo parlando di una speciale "legione straniera" o di un reparto separato.

L'accesso riguarda le Forze Armate belghe vere e proprie.

La pagina ufficiale della Difesa indica possibilità di candidatura nelle categorie di:

  • soldato o marinaio;

  • sottufficiale;

  • ufficiale.

Per soldati e marinai non è necessariamente richiesto un diploma; per i sottufficiali e gli ufficiali i requisiti scolastici cambiano invece a seconda della funzione. La Difesa precisa inoltre che per circa il 99% delle proprie posizioni militari non viene richiesta una precedente esperienza professionale.

Esiste però una limitazione importante: alcune specifiche posizioni sono riservate ai cittadini belgi, circostanza che viene indicata nei singoli bandi.

L'apertura agli europei riguarda anche la riserva militare belga. La pagina dedicata ai reservisti utilizza infatti lo stesso requisito di nazionalità: belgi, cittadini dello Spazio Economico Europeo oppure svizzeri.

Questo significa che, almeno dal punto di vista della nazionalità, un italiano può concorrere persino per diventare riservista delle Forze Armate belghe.

Particolarmente interessante è inoltre la presenza tra le possibilità formative belghe di specialità militari propriamente operative, dall'infanteria ai para-commandos, oltre a genio, droni, comunicazioni e numerose specializzazioni tecniche.

Naturalmente l'ammissione finale dipende poi dal superamento delle selezioni, dall'idoneità medica e fisica, dai requisiti linguistici e dalle condizioni previste dalla singola posizione.

Irlanda: apertura europea, ma legata alla residenza

Un'altra possibilità concreta arriva dalle Irish Defence Forces.

Le regole ufficiali irlandesi indicano tra le persone che possono arruolarsi:

  • cittadini irlandesi;

  • cittadini degli Stati appartenenti allo Spazio Economico Europeo;

  • rifugiati riconosciuti;

  • persone titolari di determinate forme di protezione internazionale.

Anche in questo caso, dunque, un cittadino italiano soddisfa il requisito di nazionalità.

C'è però una condizione fondamentale: il candidato deve essere “ordinarily resident in Ireland”, cioè normalmente residente in Irlanda. Non basta quindi vivere in Italia e presentarsi semplicemente a un centro di reclutamento irlandese.

Per il General Service Enlistment l'età indicata attualmente dalle Defence Forces è compresa tra 18 anni e meno di 39 anni alla data stabilita dalla relativa procedura di selezione.

Le possibilità riguardano l'intero sistema delle Defence Forces:

Army, Naval Service e Air Corps.

Anche qui non esiste quindi una formazione separata destinata agli stranieri. Una volta ammesso, il cittadino europeo entra nelle normali Forze Armate irlandesi.

La formazione iniziale dei nuovi arruolati dura attualmente 12 settimane, seguita dalla preparazione professionale relativa alla specialità e alla componente scelta.

Il modello irlandese è quindi radicalmente differente da quello della Legione Straniera: non si entra in un corpo costituito appositamente per gli stranieri, ma nelle Defence Forces del Paese alle stesse condizioni generali previste dal sistema di reclutamento.

Danimarca: stranieri ammessi al servizio militare, ma serve un vero legame con il Paese

Anche la Danimarca rappresenta un caso interessante, sebbene diverso da Belgio e Irlanda.

La Difesa danese prevede infatti che un cittadino straniero possa chiedere di partecipare alla værnepligt, il sistema di servizio militare e formazione iniziale danese. Non si tratta però di un'apertura indiscriminata a chiunque viva all'estero.

Tra le condizioni indicate dalla Difesa figurano un valido titolo di soggiorno e lavoro in Danimarca, un legame documentato con il Paese e l'aver richiesto o prevedere di richiedere la cittadinanza danese. È inoltre necessario possedere una conoscenza sufficiente della lingua.

Se le condizioni vengono soddisfatte, il candidato straniero può essere trattato, nella procedura di valutazione per il servizio, alle stesse condizioni previste per i cittadini danesi.

Per un italiano significa quindi che non basta il passaporto UE, ma un cittadino italiano stabilmente residente e integrato in Danimarca può, in determinate condizioni, ottenere l'autorizzazione a svolgere il servizio militare danese.

È un modello importante perché introduce un principio diverso: non la cittadinanza come requisito assoluto, ma il legame concreto e stabile con lo Stato.

Lussemburgo: cittadini UE sì, ma con condizioni più rigide

Il caso del Lussemburgo è più complesso.

La nuova organizzazione dell'Armée luxembourgeoise prevede alcune possibilità di accesso per cittadini dell'Unione Europea.

Un esempio particolarmente interessante riguarda la carriera da ufficiale attraverso il cosiddetto reclutement indirect.

Secondo la pagina ufficiale dell'Esercito lussemburghese, il candidato può essere cittadino lussemburghese oppure cittadino di uno Stato membro dell'Unione Europea, purché abbia la propria residenza abituale nel Granducato e vi abbia soggiornato legalmente per almeno 36 mesi, con l'ultimo anno immediatamente precedente alla candidatura trascorso senza interruzioni nel Paese.

Un cittadino italiano residente da almeno tre anni in Lussemburgo può quindi, in presenza degli altri requisiti, accedere a questa particolare procedura.

La formazione è tutt'altro che simbolica: per questa via gli aspiranti ufficiali seguono quattro anni di formazione universitaria e militare presso l'École Royale Militaire di Bruxelles, seguiti dalle specializzazioni.

Più particolare è la situazione dei soldati volontari.

La pagina ufficiale attualmente richiede la cittadinanza lussemburghese oppure quella di uno Stato UE con il quale il Lussemburgo abbia concluso l'accordo previsto dalla normativa, oltre ad almeno 36 mesi di soggiorno regolare nel Granducato, dei quali l'ultimo anno continuativo. Sono inoltre richieste conoscenze linguistiche nelle lingue amministrative del Paese.

Proprio questo requisito dell'accordo bilaterale rende necessario verificare la posizione della singola nazionalità prima di considerare automaticamente accessibile il percorso da soldato volontario.

La situazione potrebbe peraltro cambiare.

Nel dicembre 2025 il governo lussemburghese ha annunciato una riforma del reclutamento che prevede, tra le altre cose, di consentire in futuro l'arruolamento come soldati volontari anche a cittadini UE non residenti nel Granducato. La stessa comunicazione governativa precisa però che queste modifiche necessitano di interventi legislativi e non possono quindi essere considerate automaticamente già operative.

Spagna: stranieri sì, ma soltanto di determinate nazionalità

La Spagna costituisce un esempio perfetto di quanto sia importante distinguere tra “esercito aperto agli stranieri” ed “esercito aperto ai cittadini europei”.

Le Fuerzas Armadas spagnole arruolano effettivamente cittadini stranieri.

La convocazione 2026 per Tropa y Marinería prevede addirittura che l'organico possa comprendere fino a 7.110 militari non cittadini spagnoli.

Questo però non significa che possa candidarsi qualsiasi straniero.

Il Ministero della Difesa spagnolo ammette cittadini di:

Argentina, Bolivia, Costa Rica, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Guinea Equatoriale, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Uruguay e Venezuela.

L'Italia non compare nell'elenco.

Di conseguenza un cittadino esclusivamente italiano non può sfruttare il canale previsto dalla Spagna per il reclutamento degli stranieri.

Regno Unito: il legame storico con Irlanda e Commonwealth

Situazione simile nel Regno Unito.

Il British Army permette l'accesso ad alcune categorie di cittadini stranieri, ma il sistema non è fondato sulla cittadinanza europea.

Possono accedere, secondo le attuali regole, britannici, irlandesi e determinate categorie di cittadini del Commonwealth. Per la Army Reserve esistono inoltre specifici requisiti relativi alla residenza o allo status di immigrazione.

Un cittadino italiano non acquisisce quindi alcun diritto di arruolamento semplicemente perché italiano o cittadino UE.

La situazione cambia naturalmente per chi possieda anche una seconda cittadinanza ammessa, ad esempio quella irlandese.

È una distinzione particolarmente importante anche quando si parla di reparti come 21 SAS e 23 SAS, appartenenti alla UK Special Forces Reserve: l'apertura a candidati senza precedente servizio militare non elimina infatti i requisiti di nazionalità previsti dal British Army.

Paesi Bassi: cittadinanza olandese richiesta anche per la riserva

I Paesi Bassi, al contrario, mantengono una linea nettamente nazionale.

La Difesa olandese indica tra i requisiti generali per l'impiego militare il possesso della cittadinanza olandese. Lo stesso principio vale per il personale della riserva: le pagine ufficiali dedicate ai reservisti dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica richiedono espressamente la nazionalità olandese.

È ammessa la doppia cittadinanza, ma una delle due deve essere quella dei Paesi Bassi.

Di conseguenza, un cittadino esclusivamente italiano non può oggi candidarsi come militare o riservista olandese soltanto in virtù della cittadinanza europea o della residenza nel Paese.

Lettonia: stranieri ammessi in caso di mobilitazione

La Lettonia offre un esempio ancora diverso e particolarmente interessante nel nuovo contesto strategico europeo.

Nell'ottobre 2024 il Parlamento lettone ha approvato modifiche alla legislazione sul servizio militare che consentono, in caso di mobilitazione, anche a cittadini stranieri di prestare volontariamente servizio nelle Forze Armate lettoni.

La possibilità riguarda cittadini dell'Unione Europea, dell'EFTA e della NATO, oltre a cittadini di Australia, Brasile, Nuova Zelanda e Ucraina, purché soddisfino gli altri requisiti previsti.

Questo significa che, in una situazione di mobilitazione prevista dalla legge lettone, anche un cittadino italiano potrebbe volontariamente entrare nelle Forze Armate della Lettonia.

Non si tratta quindi di un'apertura permanente del normale reclutamento, ma di uno strumento pensato per aumentare rapidamente il bacino di personale disponibile in una situazione di emergenza nazionale.

Per il dibattito italiano è forse uno dei modelli più interessanti: dimostra che tra il sistema completamente chiuso agli stranieri e l'apertura permanente esiste anche una terza strada, quella dell'accesso straordinario legato alla mobilitazione.

Germania: cittadinanza tedesca come regola, ma esistono eccezioni

Anche la Germania mantiene come regola generale un criterio decisamente nazionale.

La Bundeswehr indica normalmente tra i requisiti per diventare militare il possesso della cittadinanza tedesca. Essere cittadini italiani, francesi, belgi o di qualsiasi altro Paese dell'Unione non è quindi, nella generalità delle carriere, sufficiente per indossare l'uniforme tedesca.

Esiste però almeno una significativa eccezione ufficialmente dichiarata: il portale di reclutamento della Bundeswehr specifica che nel Militärmusikdienst, il servizio musicale militare, è possibile essere assunti anche senza cittadinanza tedesca, qualora siano soddisfatti gli altri requisiti.

È un'eccezione molto circoscritta, ma significativa perché dimostra come anche un sistema fortemente legato alla cittadinanza possa prevedere aperture per professionalità specifiche.

Francia: il modello separato della Legione Straniera

La Francia rimane naturalmente il caso più conosciuto grazie alla Légion étrangère, creata proprio attorno al principio dell'arruolamento di cittadini stranieri.

Ma si tratta di un modello completamente diverso rispetto a Belgio e Irlanda.

Nel caso belga o irlandese, infatti, l'italiano può essere ammesso direttamente nelle normali strutture militari nazionali grazie alle regole di reclutamento previste per cittadini UE o SEE.

Ed è proprio questa differenza a mostrare come in Europa non esista un solo modello di apertura agli stranieri. C'è chi crea un corpo specifico, chi ammette determinate nazionalità e chi considera la cittadinanza europea o la residenza un requisito sufficiente per concorrere insieme ai cittadini nazionali.

Sette modelli diversi per lo stesso problema

Mettendo insieme questi casi emerge un quadro molto più interessante della semplice domanda «quale esercito arruola stranieri?».

Il Belgio utilizza un modello sostanzialmente europeo, aprendo molte posizioni ai cittadini dello Spazio Economico Europeo e della Svizzera. L'Irlanda segue una logica simile, ma aggiunge il requisito della normale residenza nel Paese. La Danimarca permette allo straniero stabilmente legato al Paese di chiedere l'accesso al servizio militare iniziale. Il Lussemburgo consente alcune forme di accesso ai cittadini UE attraverso requisiti di residenza e condizioni specifiche. La Spagna sceglie invece un sistema selettivo basato sulla nazionalità, rivolto soprattutto a Paesi con forti legami storici e linguistici con Madrid. La Lettonia apre agli stranieri di Paesi alleati in caso di mobilitazione. La Francia, infine, dispone della soluzione più radicale e storicamente consolidata: un corpo militare specificamente strutturato per l'arruolamento internazionale.

Accanto a questi modelli esistono poi Paesi come i Paesi Bassi, dove la cittadinanza nazionale rimane necessaria anche per la riserva, e la Germania, che mantiene la cittadinanza tedesca come regola ma contempla aperture estremamente circoscritte per specifiche professionalità.

Non si tratta quindi necessariamente di sostituire i cittadini nazionali con personale straniero. Nei diversi Paesi l'apertura serve ad allargare il bacino di reclutamento, reperire personale e professionalità e, in alcuni casi, trasformare persone già residenti e integrate nel Paese in una risorsa anche per la Difesa.

E l'Italia? Oggi il requisito resta la cittadinanza italiana

Il sistema italiano è attualmente molto più vicino a quello olandese o alla regola generale tedesca che a quello belga. I normali bandi di reclutamento militare continuano a indicare tra i requisiti il possesso della cittadinanza italiana. È così, per esempio, nelle procedure 2026 per i volontari delle Forze Armate.

Questo significa che oggi un cittadino francese, spagnolo, rumeno o polacco che viva stabilmente in Italia, ma non abbia acquisito la cittadinanza italiana, non può semplicemente presentare domanda per diventare VFI nell'Esercito, nella Marina o nell'Aeronautica sulla sola base della cittadinanza UE o della residenza.

Ma il modello delle Forze Armate italiane è già oggetto di trasformazione per altre ragioni. La revisione del modello militare ha previsto, tra gli strumenti da sviluppare, una Riserva ausiliaria dello Stato non superiore a 10.000 unità di personale volontario, mentre il dibattito sulla consistenza degli organici, sulla capacità di mobilitazione e sul reperimento di competenze specialistiche è tornato centrale nel nuovo scenario strategico europeo.

L'apertura agli stranieri non è oggi la politica di reclutamento delle Forze Armate italiane, né va presentata come una riforma già decisa. Ma gli esempi europei permettono di ragionare su opzioni che, in futuro, potrebbero entrare nel dibattito.

Una prima ipotesi sarebbe il modello belga: ammettere ai concorsi militari cittadini dell'Unione Europea, eventualmente escludendo incarichi particolarmente sensibili o legati alla sicurezza nazionale.

Una seconda possibilità potrebbe ricordare il modello irlandese, limitando l'accesso agli stranieri che risiedano stabilmente in Italia da un determinato periodo e abbiano quindi già un legame concreto con il Paese.

Un terzo modello potrebbe richiamare la Danimarca, collegando l'accesso non alla semplice cittadinanza europea ma alla residenza, all'integrazione e a un legame stabile con il Paese.

Un quarto modello sarebbe quello spagnolo, con l'individuazione di determinate cittadinanze ammesse sulla base di rapporti storici, strategici o bilaterali.

Esisterebbe infine il modello lettone: mantenere chiuso il reclutamento ordinario, ma prevedere per legge la possibilità di accogliere volontari stranieri provenienti da Paesi alleati in caso di mobilitazione o di grave emergenza nazionale.

Infine, si potrebbe immaginare un'apertura estremamente selettiva soltanto per professionalità di difficile reperimento: cyber, informatica, medicina, ingegneria, lingue, manutenzione di sistemi complessi e altre competenze tecnologiche. Sarebbe una logica diversa dal semplice aumento numerico degli effettivi e più vicina al principio che già ispira, per altri aspetti, strumenti italiani come la Riserva Selezionata, utilizzata per reperire dal mondo civile professionalità non pienamente disponibili all'interno della Forza Armata.

Qualunque eventuale scelta richiederebbe naturalmente modifiche normative, verifiche di sicurezza e una decisione politica su un tema particolarmente sensibile: fino a che punto il servizio militare deve rimanere legato alla cittadinanza?

Un italiano può invece servire legalmente in un esercito straniero?

Sì, in linea generale un cittadino italiano può prestare servizio nelle Forze Armate di uno Stato straniero: nell'ordinamento italiano non esiste un divieto generale che renda automaticamente illecito il semplice arruolamento in un esercito estero.

La norma centrale è l'articolo 12 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sulla cittadinanza. Il comma 1 non stabilisce che chi entra in un esercito straniero perda automaticamente la cittadinanza italiana. La perdita interviene se il cittadino, mentre presta servizio militare per uno Stato estero oppure ricopre un impiego pubblico presso uno Stato o un ente pubblico estero o un organismo internazionale cui l'Italia non partecipi, non ottempera, entro il termine fissato, all'intimazione del Governo italiano di abbandonare quel servizio o quell'impiego.

In altre parole: arruolarsi volontariamente nelle Forze Armate belghe o irlandesi, per esempio, non determina di per sé la perdita della cittadinanza italiana. Perché operi la conseguenza prevista dal comma 1 è necessario che il Governo italiano intimi formalmente all'interessato di lasciare il servizio e che questi continui a prestarlo nonostante l'ordine. Il Ministero degli Affari Esteri riassume infatti la fattispecie come quella del cittadino che si arruola volontariamente nell'esercito di uno Stato straniero e prosegue il servizio nonostante un espresso divieto del Governo italiano.

Diverso è il caso disciplinato dal comma 2 dell'articolo 12. Se l'Italia si trova formalmente in stato di guerra con uno Stato estero, il cittadino italiano che abbia accettato o non abbia abbandonato un impiego pubblico presso quello Stato, oppure vi abbia prestato servizio militare o ne abbia volontariamente acquistato la cittadinanza, perde la cittadinanza italiana al momento della cessazione dello stato di guerra. Si tratta quindi di una fattispecie eccezionale legata a uno stato di guerra dell'Italia, non semplicemente alla partecipazione individuale a un conflitto all'estero.

Va inoltre distinta questa situazione dall'eventuale arruolamento o reclutamento per partecipare a conflitti armati al di fuori delle normali Forze Armate di uno Stato: in quei casi possono entrare in gioco altre norme penali italiane e internazionali, a seconda delle modalità concrete, del soggetto per cui si combatte e del conflitto interessato.

Per il caso trattato in questo articolo, cioè un italiano che presenti regolare domanda di arruolamento nelle Forze Armate ufficiali di Belgio, Irlanda o di un altro Stato che ne consenta legalmente l'accesso, la conclusione è quindi più semplice: la cittadinanza italiana, di regola, non viene persa e l'arruolamento non è vietato in quanto tale, salvo le specifiche ipotesi previste dalla legge italiana.

Il futuro del reclutamento militare potrebbe essere meno nazionale?

Per ora l'Europa procede in ordine sparso. Non esiste un "esercito europeo del lavoro" né una regola UE che imponga agli Stati di aprire le proprie Forze Armate ai cittadini degli altri Paesi membri. Ogni governo conserva la propria impostazione e considera diversamente il rapporto tra cittadinanza, fedeltà allo Stato e servizio in armi.

Ma il confronto è significativo. Il Belgio dimostra che è possibile integrare cittadini europei direttamente nelle Forze Armate regolari. L'Irlanda mostra che la residenza può diventare il vero legame richiesto con lo Stato. La Danimarca lega l'apertura all'integrazione concreta nel Paese. La Spagna circoscrive l'accesso a determinate nazionalità. La Lettonia ha scelto di consentire l'apporto di cittadini di Paesi alleati in caso di mobilitazione. La Francia continua a utilizzare un corpo specificamente internazionale. Paesi Bassi e Italia, per ora, mantengono invece un'impostazione molto più legata alla cittadinanza nazionale, mentre la Germania prevede almeno alcune eccezioni specialistiche.

Per l'Italia non significa necessariamente che la strada da seguire debba essere quella dell'arruolamento degli stranieri. Significa però che, mentre il Paese ripensa organici, riserve, capacità di mobilitazione e competenze necessarie alle guerre del XXI secolo, anche il bacino da cui vengono reclutati i militari potrebbe prima o poi diventare parte della discussione.

La domanda, quindi, non è soltanto se oggi un italiano possa arruolarsi in Belgio o in Irlanda. È più ampia: tra dieci o vent'anni, per servire nelle Forze Armate di un Paese europeo sarà ancora indispensabile possederne il passaporto?

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