Forze Speciali

SAS, il reparto senza volto: vent'anni di guerra in Afghanistan, pochissime fotografie ufficiali e caduti senza nome

Migliaia di immagini raccontano l'intervento britannico in Afghanistan, ma del 22º SAS restano solo tre fotografie ufficialmente attribuite. Il celebre reparto resta quasi invisibile anche a conflitto finito. La stessa riservatezza avvolge i caduti ricordati ufficialmente senza indicarne l’appartenenza al reparto: il riflesso della rigidissima politica britannica di protezione delle Forze Speciali

Militari del SAS durante un elisbarco, Afghanistan, 2006 (© Crown). È una delle tre fotografie pubblicate dal National Army Museum britannico che, risultano attribuite esplicitamente allo Special Air Service in Afghanistan.
Militari del SAS durante un elisbarco, Afghanistan, 2006 (© Crown). È una delle tre fotografie pubblicate dal National Army Museum britannico che, risultano attribuite esplicitamente allo Special Air Service in Afghanistan.
Militari del SAS durante un elisbarco, Afghanistan, 2006 (© Crown). È una delle tre fotografie pubblicate dal National Army Museum britannico che, risultano attribuite esplicitamente allo Special Air Service in Afghanistan.
Forze Speciali
SAS, il reparto senza volto: vent'anni di guerra in Afghanistan, pochissime fotografie ufficiali e caduti senza nome
Militari del SAS durante un elisbarco, Afghanistan, 2006 (© Crown). È una delle tre fotografie pubblicate dal National Army Museum britannico che, risultano attribuite esplicitamente allo Special Air Service in Afghanistan.
Condoralex Condoralex 27 settembre 2026 10 min di lettura 0 Scarica PDF

Migliaia di immagini raccontano l'intervento britannico in Afghanistan, ma del 22º SAS restano solo tre fotografie ufficialmente attribuite. Il celebre reparto resta quasi invisibile anche a conflitto finito. La stessa riservatezza avvolge i caduti ricordati ufficialmente senza indicarne l’appartenenza al reparto: il riflesso della rigidissima politica britannica di protezione delle Forze Speciali

Per quasi vent’anni l’Afghanistan è stato uno dei principali teatri operativi delle Forze Armate britanniche e uno dei conflitti più documentati dell’epoca contemporanea. Migliaia di fotografie hanno raccontato pattuglie, basi, elicotteri, convogli e combattimenti. Eppure, quando si restringe la ricerca al Special Air Service, il quadro cambia drasticamente.

Le immagini che possono essere attribuite con certezza al SAS britannico sono rarissime. Dopo una ricerca approfondita tra archivi ufficiali, raccolte fotografiche e fonti giornalistiche, siamo riusciti a individuare soltanto tre fotografie operative dell’Afghanistan attribuite direttamente al SAS da una fonte istituzionale affidabile, il National Army Museum britannico.

La stessa riservatezza riguarda i caduti. Per il 22º SAS non emerge dalle fonti pubblicamente accessibili un elenco ufficiale dei militari morti in Afghanistan identificati come appartenenti al reparto. Anche nei casi attribuiti al SAS da fonti giornalistiche, il Ministry of Defence ha mantenuto una formulazione più generica, indicando il reggimento d’origine senza confermare l’appartenenza al 22º SAS.

È questo uno degli aspetti più evidenti della cultura di segretezza che circonda il reparto: dopo vent’anni di guerra, non solo è eccezionale poter affermare con certezza “questi uomini appartengono al SAS”, ma resta difficile perfino ricostruire pubblicamente quali caduti abbiano realmente servito nel 22º Reggimento.

Le rare fotografie attribuite ufficialmente al SAS

Una delle fonti più importanti è il National Army Museum britannico di Lodra, che nelle sue pagine dedicate alle Special Forces pubblica alcune immagini dell’Afghanistan identificate espressamente come SAS.

Una prima immagine mostra due operatori SAS impegnati in combattimento:

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Two SAS men engaging the enemy, Afghanistan, c2006 (© Crown)

Un’altra mostra un team impegnato a richiedere supporto di fuoco:

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An SAS team calling in fire support, Afghanistan, c2007 (© Crown)

Il National Army Museum specifica inoltre che quest’ultima scena è relativa a un’azione lungo la frontiera afghano-pakistana.

Una terza fotografia indicata operatori del SAS durante un elisbarco in Afghanistan nel 2006:

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SAS troops deploying by helicopter, Afghanistan, c2006 (© Crown)

Tre fotografie che mostrano quanto sia ristretto il numero di immagini pubblicamente disponibili nelle quali una fonte istituzionale utilizza esplicitamente la sigla SAS.

Quando “Special Forces” non significa necessariamente SAS

Il problema principale nasce quando si passa dagli archivi istituzionali al web.

Abbiamo svolto anche noi una ricerca approfondita, confrontando archivi ufficiali, raccolte fotografiche, articoli di stampa e immagini diffuse online. Il risultato è significativo: tra le numerose fotografie associate al SAS in Afghanistan, le sole immagini che siamo riusciti a individuare con un’attribuzione istituzionale esplicita al Special Air Service britannico sono le tre pubblicate dal National Army Museum.

Cercando “SAS Afghanistan” compaiono infatti centinaia di fotografie, ma una verifica più accurata porta spesso a conclusioni molto diverse.

Alcune mostrano il Special Boat Service, altre il SASR australiano, altre ancora Royal Marines oppure personale indicato semplicemente come UK Special Forces.

E “UK Special Forces” non significa automaticamente SAS.

Il sistema britannico comprende infatti, oltre al Special Air Service, anche il Special Boat Service, Special Reconnaissance Regiment e 18 (UKSF) Signals Regiment. Il National Army Museum stesso distingue chiaramente queste componenti.

Per questo motivo una fotografia accompagnata soltanto dalla dicitura “British Special Forces” non può essere utilizzata come prova dell’appartenenza degli uomini ritratti al SAS.

Nel corso della nostra ricerca, applicando un criterio rigoroso, immagine pubblicamente accessibile, scattata in Afghanistan e attribuita esplicitamente al SAS da una fonte istituzionale affidabile, siamo riusciti a verificare soltanto tre fotografie: “Two SAS men engaging the enemy, Afghanistan, c2006”, “An SAS team calling in fire support, Afghanistan, c2007” e “SAS troops deploying by helicopter, Afghanistan, c2006”, tutte conservate e pubblicate dal National Army Museum.

Questo non significa che siano le uniche fotografie esistenti del SAS in Afghanistan, ma sono, allo stato della nostra ricerca, le uniche che abbiamo potuto attribuire con certezza e su base istituzionale al reparto.

Qala-i-Janghi: le immagini che per anni furono chiamate SAS

Uno degli esempi più interessanti riguarda la battaglia della fortezza di Qala-i-Janghi, nel novembre 2001.

Durante la rivolta dei prigionieri talebani furono ripresi alcuni operatori britannici delle forze speciali impegnati nei combattimenti. Le immagini fecero rapidamente il giro dei media internazionali.

All’epoca diversi giornali britannici parlarono di SAS. Channel 4 trasmise anche filmati nei quali alcuni operatori risultavano riconoscibili, provocando la dura reazione del Ministry of Defence. Un funzionario criticò la scelta di non oscurarne i volti, spiegando che il ministero era «estremamente contrariato» dalla decisione dell’emittente.

Le ricostruzioni successive hanno però identificato quegli operatori come appartenenti al Special Boat Service.

È un particolare importante perché mostra quanto sia difficile attribuire correttamente le fotografie delle UK Special Forces anche quando vengono riprese durante operazioni reali.

Una delle sequenze più conosciute di tutta la fase iniziale della guerra in Afghanistan, presentata dalla stampa del 2001 come SAS, non costituisce quindi una fotografia del SAS.

L’episodio di Qala-i-Janghi dimostra comunque quanto la tutela dell’identità degli operatori fosse considerata importante già all’inizio della guerra.

La diffusione di immagini nelle quali alcuni militari britannici delle forze speciali risultavano riconoscibili provocò l’intervento del Ministry of Defence. Negli anni successivi l’attenzione sulla pubblicazione di fotografie e informazioni riguardanti le UK Special Forces è rimasta estremamente elevata.

Non è possibile affermare che proprio quei filmati abbiano provocato un cambiamento della politica britannica: la riservatezza esisteva già da molto tempo.

Ma l’episodio mostra chiaramente quanto fosse sensibile, già nel 2001, la diffusione di immagini capaci di rendere riconoscibili operatori delle Special Forces. La dura reazione del Ministry of Defence alla mancata oscurazione dei volti conferma quanto la tutela dell’identità del personale fosse considerata una priorità.

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Operatori dello Special Boat Service (SBS) britannico sulla torre della fortezza di Qala-i-Janghi, Afghanistan, novembre 2001, durante la rivolta dei prigionieri talebani. Fotogramma tratto dal video realizzato durante i combattimenti.

Una segretezza prevista dalle regole britanniche

La riservatezza delle UK Special Forces non è soltanto una tradizione del reparto.

Il governo britannico afferma espressamente che la sicurezza del personale UKSF, dei suoi equipaggiamenti, delle tattiche, delle tecniche e delle procedure deve essere protetta e che esistono rigide regole sulla pubblicazione delle informazioni relative alle Special Forces.

La protezione riguarda quindi molto più del volto di un operatore.

Una fotografia può mostrare una particolare configurazione dell’arma, un sistema radio, equipaggiamenti speciali, modalità di infiltrazione, veicoli, sensori o procedure operative.

Dettagli apparentemente insignificanti possono fornire informazioni importanti a chi studia le capacità del reparto.

La stessa dottrina dell’Esercito britannico sottolinea che le Special Forces mantengono elevati livelli di segretezza riguardo a operazioni, capacità, informazioni e personale.

Esiste poi un ulteriore elemento che permette di comprendere quanto questa protezione sia radicata nel sistema britannico.

Il Freedom of Information Act 2000 prevede un trattamento particolare per le informazioni che riguardano le Special Forces. La normativa consente di escludere dalla normale divulgazione informazioni direttamente o indirettamente fornite dalle forze speciali o a esse relative.

Anche lo schema di pubblicazione del Ministry of Defence distingue esplicitamente le Forze Armate convenzionali dalle Special Forces.

Non si tratta quindi semplicemente di una consuetudine informale del SAS: la protezione delle informazioni è inserita nel sistema istituzionale britannico.

Anche i caduti del 22º SAS restano senza nome

La stessa riservatezza riguarda le perdite. Le fonti aperte non consentono di ricostruire un elenco ufficiale dei caduti del 22º SAS in Afghanistan identificati pubblicamente come appartenenti al reparto.

Questo non significa che il reggimento non abbia subito perdite. Secondo dati riportati dalla stampa britannica, entro il 2010 le UK Special Forces avevano già registrato diversi caduti e numerosi feriti gravi nel teatro afghano. Nomi, reparti e appartenenze operative furono però in larga parte protetti.

È significativo anche il modo in cui queste perdite venivano comunicate. Quando nel maggio 2008 morì un militare delle forze speciali a Musa Qala, il Ministry of Defence annunciò inizialmente soltanto la morte di “a soldier”, senza indicarne il reggimento. The Guardian osservò esplicitamente che proprio l’assenza dell’unità di appartenenza lasciava intendere il coinvolgimento delle Special Forces.

Il caso emblematico è quello del Corporal Lloyd Newell, ucciso in Helmand il 16 giugno 2011. Fonti giornalistiche lo hanno attribuito al 22º SAS, ma il comunicato ufficiale del Ministry of Defence lo identifica esclusivamente come appartenente al Parachute Regiment, senza alcun riferimento al SAS. È un esempio concreto di come l’appartenenza alle Special Forces possa rimanere esclusa dalla comunicazione ufficiale anche quando il nome del caduto viene reso pubblico.

Il quadro cambia invece per la SAS Reserve (riservisti). Nel 2008 The Guardian identificò apertamente Sean Reeve, Richard Larkin e Paul Stout come militari del 23º SAS, morti in Helmand insieme alla caporale Sarah Bryant dell’Intelligence Corps. Lo stesso articolo indicava Major Sebastian Morley come comandante del D Squadron, 23º SAS.

Il contrasto è evidente: per il 23º SAS Reserve esistono casi in cui nomi e appartenenza al reparto sono stati resi pubblici, mentre per il 22º SAS regolare la traccia ufficiale resta molto più opaca.

È un ulteriore indicatore del livello di riservatezza che circonda il reparto: non solo sono rarissime le fotografie ufficialmente attribuite al 22º SAS, ma persino le sue perdite operative risultano difficili da ricostruire attraverso fonti aperte.

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Il comunicato ufficiale del governo britannico sulla morte del Corporal Lloyd Newell, ucciso in Afghanistan il 16 giugno 2011. Il Ministry of Defence lo identifica esclusivamente come appartenente al Parachute Regiment, senza alcun riferimento al SAS.

La guerra è finita, la protezione degli operatori no

La riservatezza continua anche molti anni dopo le operazioni.

Nel 2025, durante l’Independent Inquiry relating to Afghanistan, il governo britannico ha ricordato ai media il divieto di pubblicare informazioni capaci di identificare sette testimoni delle Special Forces. Le loro identità sono state sostituite da codici e i riferimenti al passato di servizio e alle unità di appartenenza sono stati oscurati o sintetizzati proprio per impedirne l’identificazione

Le identità sono state sostituite da codici e anche informazioni relative al loro passato e alle unità di appartenenza sono state oscurate quando avrebbero potuto consentirne l’identificazione.

A distanza di oltre dieci anni dagli eventi oggetto dell’inchiesta, quindi, la protezione dell’identità del personale UKSF continua ad avere un peso determinante.

Ed è proprio il confronto con il resto delle Forze Armate britanniche a rendere il fenomeno evidente.

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Il reparto senza volto. E senza nomi.

Non sarebbe corretto affermare che esistono soltanto tre fotografie del SAS in Afghanistan.

Negli archivi militari potrebbero trovarsi molte altre immagini mai pubblicate. Potrebbero esistere fotografie private, materiale classificato o scatti nei quali gli uomini del reparto compaiono senza essere identificati come tali.

Ma se imponiamo tre condizioni, immagine pubblicamente accessibile, scattata in Afghanistan e attribuita esplicitamente al SAS da una fonte istituzionale affidabile, il numero diventa sorprendentemente piccolo.

Lo stesso vale per i nomi. Anche quando emergono caduti attribuiti al 22º SAS, la comunicazione ufficiale non indica l’appartenenza al reparto. Fotografie rare, identità protette, unità di provenienza spesso utilizzate al posto della reale collocazione operativa: tutto concorre a mantenere il SAS fuori dall’esposizione pubblica.

Ed è forse questa la dimostrazione più efficace della cultura di riservatezza che circonda il reparto.

Dopo vent’anni di guerra in Afghanistan, in un conflitto documentato da fotografi militari, televisioni, giornalisti e migliaia di soldati, il Special Air Service continua a essere molto più conosciuto per ciò che ha fatto che per i volti, e perfino per i nomi, degli uomini che lo hanno fatto.

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