Aviotruppe

Il cavalleresco gesto dell’onore delle armi: si può perdere la battaglia, ma non il rispetto del nemico

L’onore delle armi, antico gesto cavalleresco con cui il vincitore rende omaggio al valore del nemico sconfitto. Dalla Folgore a El Alamein ai combattenti dell’Amba Alagi e di Culqualber, pagine di storia militare italiana che testimoniano come il coraggio, la dignità e il sacrificio possano conquistare il rispetto dell’avversario, anche quando la battaglia è perduta.

Amba Alagi, Etiopia, 19 maggio 1941. Le truppe britanniche presentano le armi in segno di rispetto ai militari italiani che sfilano dopo la capitolazione del presidio comandato dal Duca Amedeo d’Aosta. Un gesto cavalleresco che riconobbe il valore e la tenace resistenza dei difensori italiani.
Amba Alagi, Etiopia, 19 maggio 1941. Le truppe britanniche presentano le armi in segno di rispetto ai militari italiani che sfilano dopo la capitolazione del presidio comandato dal Duca Amedeo d’Aosta. Un gesto cavalleresco che riconobbe il valore e la tenace resistenza dei difensori italiani.
Amba Alagi, Etiopia, 19 maggio 1941. Le truppe britanniche presentano le armi in segno di rispetto ai militari italiani che sfilano dopo la capitolazione del presidio comandato dal Duca Amedeo d’Aosta. Un gesto cavalleresco che riconobbe il valore e la tenace resistenza dei difensori italiani.
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Il cavalleresco gesto dell’onore delle armi: si può perdere la battaglia, ma non il rispetto del nemico
Amba Alagi, Etiopia, 19 maggio 1941. Le truppe britanniche presentano le armi in segno di rispetto ai militari italiani che sfilano dopo la capitolazione del presidio comandato dal Duca Amedeo d’Aosta. Un gesto cavalleresco che riconobbe il valore e la tenace resistenza dei difensori italiani.
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L’onore delle armi, antico gesto cavalleresco con cui il vincitore rende omaggio al valore del nemico sconfitto. Dalla Folgore a El Alamein ai combattenti dell’Amba Alagi e di Culqualber, pagine di storia militare italiana che testimoniano come il coraggio, la dignità e il sacrificio possano conquistare il rispetto dell’avversario, anche quando la battaglia è perduta.

Esiste un riconoscimento militare che non viene conferito dal proprio Paese, non comporta medaglie né decorazioni e, proprio per questo, assume un significato straordinario: l'onore delle armi. È il tributo che un esercito vittorioso rende a un avversario sconfitto, riconoscendone il coraggio, la tenacia e la dignità dimostrati sul campo di battaglia. Un gesto che affonda le proprie radici nelle antiche tradizioni militari e cavalleresche, quando il rispetto per il valore dell'avversario poteva sopravvivere persino alla ferocia della guerra.

Nella storia militare, l'onore delle armi rappresenta uno dei più alti riconoscimenti morali che un combattente possa ricevere dal proprio nemico. Non cancella la sconfitta, non modifica l'esito di una battaglia, ma attribuisce a chi ha combattuto un riconoscimento che supera gli schieramenti e le appartenenze nazionali.

Le sue origini possono essere ricondotte alle consuetudini militari dell'antichità, successivamente sviluppate attraverso le tradizioni cavalleresche medievali e le regole di capitolazione degli eserciti europei. In determinate circostanze, alle truppe sconfitte veniva consentito di sfilare davanti ai vincitori conservando le proprie armi, le bandiere o altri simboli dell'identità militare, mentre il nemico rendeva loro gli onori.

Il significato era inequivocabile: avete perduto la battaglia, ma non il nostro rispetto.

Nel corso della Seconda guerra mondiale, questo principio trovò espressione anche in alcuni episodi che videro protagonisti reparti italiani. Tra questi, la resistenza della 185ª Divisione Paracadutisti "Folgore" nella seconda battaglia di El Alamein costituisce una delle pagine più conosciute e ricordate della storia militare nazionale.

El Alamein, quando il nemico rese omaggio alla Folgore

Quando, il 23 ottobre 1942, ebbe inizio la seconda battaglia di El Alamein, i reparti della Folgore opposero una resistenza durissima agli attacchi avversari, riuscendo a mantenere le proprie posizioni nonostante la superiorità numerica e materiale del nemico.

La mattina del 6 novembre, i resti dei reparti della Folgore erano ormai allo stremo.

La Divisione non fu travolta sulle posizioni inizialmente assegnate. Il nemico aveva trovato una resistenza inaspettata e ttemendamente tenace.

Il destino dei Paracadutisti italiani si compì durante il successivo ripiegamento, quando i reparti superstiti, ormai privi di adeguati rifornimenti, mezzi di trasporto, acqua e munizioni, continuarono a marciare e combattere nel deserto.

I ragazzi della Folgore avevano combattuto per quasi due settimane, affrontato il ripiegamento nel deserto e consumato gran parte delle risorse rimaste.

Il Paracadutista Carlo Murelli, 21 anni originario di Monza, sparò con la propria Breda l'ultimo caricatore da venti colpi.

Un dettaglio che restituisce la dimensione individuale di una battaglia ricordata soprattutto attraverso i grandi numeri, i reparti e i comandanti.

Dietro la storia della Folgore c'erano ragazzi poco più che ventenni, molti dei quali partiti dall'Italia soltanto pochi mesi prima.

Quando anche le ultime possibilità di combattere vennero meno, il Colonnello Luigi Camosso, comandante del nucleo superstite, ordinò di rendere inutilizzabili le armi e di schierare gli uomini.

Il 6 novembre 1942, alle ore 14:35, uno degli ultimi nuclei organizzati della Folgore, raccolto attorno al 187° Reggimento Paracadutisti, cessò la resistenza.

Secondo la ricostruzione del Colonnello Paolo Caccia Dominioni, erano rimasti inquadrati 32 ufficiali e 272 uomini di truppa, appena 304 militari di una formazione che aveva contato migliaia di uomini.

I Paracadutisti, ormai privi di munizioni, acqua e rifornimenti, furono costretti quindi a cessare la resistenza. Anche nel momento della resa, mantennero l'ordine, la disciplina e la dignità militare che avevano contraddistinto il loro comportamento durante la battaglia: i soldati britannici resero loro l'onore delle armi.

Murelli ricordò poi come, durante la cattura, un militare britannico avesse raccolto il pugnale che un ufficiale italiano aveva gettato nella sabbia, restituendoglielo in segno di rispetto.

Un gesto semplice, ma dal significato profondo: il riconoscimento della dignità militare dell'avversario, anche nel momento della sconfitta.

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El Alamein, Egitto, luglio 1942. Militari italiani fatti prigionieri dalle truppe della 24ª Brigata di Fanteria australiana durante i combattimenti nel deserto egiziano. © Australian War Memorial.

Amba Alagi e Culqualber, il rispetto conquistato dai soldati italiani

La Folgore non rappresenta l'unico esempio di valore militare italiano riconosciuto dagli avversari durante il secondo conflitto mondiale.

Un precedente particolarmente significativo risale al maggio 1941, durante l'assedio dell'Amba Alagi, in Africa Orientale, dove il Duca Amedeo d'Aosta comandava le forze italiane ormai accerchiate dalle truppe britanniche e del Commonwealth.

Dopo una lunga resistenza, con le risorse esaurite e nell'impossibilità di proseguire efficacemente la difesa, il presidio italiano fu costretto a capitolare.

Il 19 maggio 1941, migliaia di militari italiani lasciarono le posizioni e sfilarono davanti ai reparti avversari, che presentarono le armi in segno di rispetto. Agli ufficiali fu consentito, secondo le condizioni della capitolazione, di conservare la pistola.

Un riconoscimento che rendeva omaggio al comportamento dei difensori, pur nella definitiva sconfitta militare.

Altrettanto significativa fu la resistenza di Culqualber, in Etiopia, dove nel novembre 1941 i Carabinieri del 1° Gruppo Mobilitato, insieme ad altri reparti italiani e coloniali, opposero una tenace difesa alle forze nemiche.

I britannici, riconoscendo il valore degli avversari, avanzarono una proposta di capitolazione onorevole. Gli italiani la rifiutarono, scegliendo di proseguire il combattimento.

Il 21 novembre, al termine di una battaglia sanguinosa, il caposaldo cadde.

A testimonianza del sacrificio dei Carabinieri, la Bandiera dell'Arma ricevette la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Proprio il 21 novembre sarebbe stato successivamente scelto come ricorrenza della Virgo Fidelis, Patrona dell'Arma.

Tre vicende differenti, accomunate da un elemento: la capacità dei combattenti di suscitare rispetto anche tra coloro che erano stati chiamati ad affrontarli sul campo di battaglia.

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Rappresentazione della battaglia di Cualqualber - Dipinto storico - Copyright Ministero della Difesa

L'onore che sopravvive alla sconfitta

L'onore delle armi conserva ancora oggi un insegnamento che va oltre la dimensione strettamente militare.

La vittoria non attribuisce automaticamente superiorità morale al vincitore, così come la sconfitta non cancella il coraggio e la dignità dello sconfitto.

Nella guerra, dove due eserciti si affrontano con l'obiettivo di prevalere l'uno sull'altro, riconoscere il valore dell'avversario rappresenta un gesto di rispetto che supera, almeno per un momento, la contrapposizione delle armi.

È ciò che rende questo antico riconoscimento cavalleresco così significativo.

La Folgore combatté a El Alamein e fu sconfitta, come l'esercito al quale apparteneva. Ma il valore dimostrato dai suoi Paracadutisti sopravvisse alla battaglia e divenne parte integrante della storia della Specialità.

Perché ci sono battaglie che si perdono sul campo, ma nelle quali il coraggio dei combattenti conquista qualcosa che la vittoria stessa non può garantire: il rispetto del nemico.

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Condoralex

Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor. Fondatore e amministratore dei siti web BRIGATAFOLGORE.NET e DIFESANEWS.COM. Blogger e informatico di professione, esperto di cybersecurity, specialista in data analysis, process management e intelligenza artificiale. Socio Ordinario A.N.P.D'I. Sezione di Siena.

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