“CODARDO”. “VIGLIACCO”. “CODA DI PAGLIA”.
Sono parole pesanti. Parole che hanno un significato preciso e che, prima di essere scagliate contro qualcuno, imporrebbero almeno di conoscerne la storia.
E oggi queste parole non possono essere lette fuori dal clima che si è creato attorno a Gianfranco Paglia. Nelle ultime ore il Tenente Colonnello, Medaglia d’Oro al Valor Militare e consigliere del Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha infatti presentato una formale denuncia dopo aver ricevuto sui social esplicite minacce di morte, accompagnate da insulti e da un riferimento all’uso di un’arma da fuoco.
Secondo quanto reso noto dallo stesso Paglia, le minacce sarebbero arrivate dopo le sue recenti dichiarazioni su Roberto Vannacci. Il Ministro Crosetto ha espresso pubblicamente la propria solidarietà, definendo quanto accaduto un limite che non dovrebbe mai essere oltrepassato: il dissenso è legittimo, la minaccia no.
Gianfranco Paglia può essere criticato. Si possono contestare le sue idee, le sue dichiarazioni, le sue posizioni e ciò che sostiene oggi. È il normale confronto tra opinioni diverse e nessuno dovrebbe essere sottratto alla critica.
Ma c'è una linea che, a mio avviso, non dovrebbe essere superata: quella che porta a trasformare il dissenso in delegittimazione personale, insulto e, nel peggiore dei casi, intimidazione. Mettere in discussione il coraggio personale di un uomo ignorando completamente ciò che quell'uomo ha fatto significa già oltrepassare il terreno del confronto. Quando poi alle offese si aggiungono minacce di morte, non siamo più davanti a una polemica politica o social, ma a qualcosa di completamente diverso.
E proprio per questo vale la pena ricordare chi è l'uomo al quale oggi qualcuno dà del “codardo” o del “vigliacco”.
Mogadiscio, 2 luglio 1993
Per capire perché certi termini risultino particolarmente fuori luogo quando vengono rivolti a Gianfranco Paglia bisogna tornare al 2 luglio 1993, a Mogadiscio.
Quel giorno i militari italiani impegnati in Somalia si trovarono coinvolti in quella che sarebbe passata alla storia come la Battaglia del Pastificio, o Checkpoint Pasta.
Paglia era lì.
Non dietro una tastiera. Non a distanza di sicurezza. Era sul terreno, insieme agli uomini con i quali stava operando, nel pieno di uno degli scontri più duri affrontati dai militari italiani dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Quello che accadde durante quelle ore appartiene alla storia e, soprattutto, alla memoria di chi quella battaglia l’ha vissuta direttamente.
Non voglio essere io a raccontarvi chi fosse Gianfranco Paglia quel giorno, nonostante fossi anch’io presente a Mogadiscio quel giorno come incursore del 9º Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”.
Nel video che accompagna questo articolo ho scelto invece di affidarmi alle parole del Generale Paolo Riccò, che il 2 luglio 1993 era Capitano e Comandante della XV Compagnia “Diavoli Neri”. Ne leggo alcuni passaggi tratti dal libro “I Diavoli Neri. La vera storia della battaglia di Mogadiscio”, nel quale Riccò ricostruisce quei momenti vissuti sul terreno.
È la testimonianza diretta di chi quella battaglia l’ha vissuta in prima persona, a stretto contatto con Gianfranco Paglia, e che aiuta a comprendere quale significato assumano parole come coraggio, paura, sacrificio e senso del dovere quando vengono misurate sul campo.
Criticare le idee è legittimo. Cancellare la storia è un'altra cosa
Nessuna decorazione e nessun episodio del passato rendono una persona immune dalle critiche.
Il punto non è questo.
Il punto è distinguere la critica politica o personale dall'insulto rivolto alla storia e al comportamento di un uomo.
Si può essere profondamente in disaccordo con Gianfranco Paglia oggi e, contemporaneamente, riconoscere ciò che fece come ufficiale dell'Esercito italiano a Mogadiscio.
Le due cose non sono incompatibili.
Anzi, dovrebbe essere proprio questa la differenza tra il confronto e la delegittimazione personale.
Quanto accaduto in queste ore dimostra quanto facilmente quella differenza possa essere cancellata. Si parte dall’insulto, dalla caricatura dell’avversario, dall’etichetta lanciata sui social. E si può arrivare a messaggi che evocano apertamente la morte e l’uso di un’arma.
Non significa attribuire automaticamente a chiunque critichi Paglia la responsabilità delle minacce ricevute: sarebbe scorretto. Significa però ricordare che le parole contribuiscono a costruire il clima nel quale il confronto avviene e che ciascuno dovrebbe assumersi la responsabilità del linguaggio che sceglie di utilizzare.
Perché utilizzare termini come “codardo” o “vigliacco” significa formulare un giudizio molto preciso sul coraggio di una persona.
E quando quella persona è stata protagonista di una battaglia come quella del 2 luglio 1993, prima di pronunciare certe parole sarebbe forse opportuno conoscere i fatti.
Le minacce ricevute da Gianfranco Paglia sono state denunciate alle autorità competenti e saranno queste a stabilire eventuali responsabilità. Sul piano umano e civile, però, una cosa dovrebbe essere semplice: si può contestare tutto, anche duramente, ma minacciare di morte qualcuno non è libertà di espressione.
Io non vi chiedo di condividere le sue idee.
Non vi chiedo nemmeno di cambiare opinione su ciò che Gianfranco Paglia dice oggi.
Vi chiedo soltanto di ascoltare.
Di ascoltare soprattutto chi quel giorno era accanto a lui.
Poi, come sempre, giudicate voi.
Danilo Amelotti
1º Maresciallo incursore in congedo
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