Il campo di battaglia sta cambiando a una velocità probabilmente mai sperimentata prima e l’Esercito italiano deve cambiare insieme ad esso.
È questo il messaggio che emerge dall’intervento del Generale Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ospite della puntata “Bunker” di Codice – La vita è digitale, trasmessa su Rai 1 il 28 agosto 2026 e condotta da Barbara Carfagna.
Una puntata dedicata alle nuove forme della difesa, dalle minacce ibride ai droni, dalla cybersicurezza alla guerra cognitiva, nella quale Masiello ha delineato con particolare chiarezza la trasformazione in corso nella Forza Armata.
Il punto di partenza è il ritorno della guerra convenzionale nel continente europeo.
«Siamo usciti da 80 anni praticamente di pace permanente», ha ricordato Masiello, sottolineando come dal febbraio 2022 l'Europa sia stata costretta a confrontarsi nuovamente con un fenomeno che sembrava appartenere a un'altra epoca.
Ma la guerra osservata oggi dall'Esercito non è più soltanto quella dei carri armati, delle artiglierie e delle trincee.
Tre guerre combattute contemporaneamente
Secondo Masiello, il conflitto contemporaneo può essere letto come la sovrapposizione di tre guerre differenti.
La prima è quella convenzionale: carri armati, artiglierie, fortificazioni e trincee.
La seconda è quella tecnologica, combattuta attraverso missili, sistemi cyber e droni.
La terza è la guerra cognitiva, nella quale l'obiettivo diventa anche influenzare percezioni, opinione pubblica e processi decisionali.
L'Ucraina, in particolare, rappresenta per le forze terrestri un enorme laboratorio dal quale osservare l'evoluzione della guerra e ricavarne rapidamente lezioni operative.
Ed è proprio da queste lezioni che nasce una parte importante della trasformazione dell'Esercito italiano.
Addestramento, tecnologia e valori
Masiello ha ricordato le tre direttrici indicate fin dal momento del suo insediamento alla guida dell'Esercito.
La prima è l'addestramento, recuperando quella che il Capo di SME definisce la preparazione all'«ipotesi peggiore»: tornare cioè ad addestrarsi anche per uno scenario di guerra ad alta intensità.
La seconda è la tecnologia.
La terza sono i valori, definiti da Masiello l'«architrave» che permette all'Esercito di continuare a essere un'istituzione e non semplicemente un'organizzazione professionale.
A tenere insieme i tre elementi c'è però una trasformazione forse ancora più difficile: quella culturale.
«Le idee non hanno gradi»
Uno dei passaggi più interessanti dell'intervista riguarda proprio il funzionamento interno di una struttura inevitabilmente gerarchica.
Masiello ritiene indispensabile riuscire a intercettare le idee provenienti dai militari più giovani, spesso i primi a comprendere tecnologie e cambiamenti che evolvono con estrema rapidità.
Da qui uno slogan che il Generale ha ricordato durante l'intervista:
«Le idee non hanno gradi».
Significa creare all'interno dell'organizzazione militare meccanismi capaci di far risalire un'idea valida indipendentemente dal grado di chi l'ha proposta.
Lo stesso vale per quella che Masiello definisce la «filosofia dell'errore»: imparare ad accettare che durante l'addestramento sbagliare possa rappresentare un passaggio necessario per crescere, correggersi e trovare soluzioni diverse.
Obiettivo finale: abituare comandanti e soldati a pensare fuori dagli schemi.
Non casualmente l'Esercito ha voluto introdurre anche ufficiali con formazione filosofica e un percorso di Scienze strategiche nel quale la preparazione viene suddivisa tra materie militari, discipline STEM e studi umanistici e filosofici.
Il campo di battaglia è diventato «trasparente»
Poi Masiello entra nel cuore della rivoluzione tecnologica.
Il campo di battaglia moderno, spiega, è diventato «estremamente trasparente».
Sensori, satelliti, sistemi elettronici e soprattutto droni rendono sempre più difficile nascondere uomini e mezzi e riducono drasticamente la possibilità di ottenere la sorpresa che per secoli ha rappresentato uno dei principi fondamentali dell'arte militare.
Ed è proprio in questo scenario che prende forma quella che il Capo di SME definisce la «dronizzazione dell'Esercito».
«Il drone farà parte del soldato»
Masiello indica tre direttrici.
La prima riguarda l'acquisizione.
Il ciclo tecnologico dei droni è ormai talmente rapido che le normali procedure rischiano di consegnare ai reparti sistemi già superati.
Se tra la richiesta e l'arrivo di un drone trascorrono un anno e mezzo o due anni, osserva Masiello, quella tecnologia può essere già diventata obsoleta.
Da qui la necessità di accorciare drasticamente i tempi.
La seconda direttrice è culturale: i comandanti devono imparare a inserire sistematicamente gli unmanned systems nei propri schemi di manovra.
Ma Masiello va anche oltre.
Il soldato deve arrivare a considerare il drone come una parte normale del proprio equipaggiamento, qualcosa da avere «nello zaino» e da utilizzare al pari degli altri strumenti individuali.
La terza direttrice è forse quella più interessante: la capacità di realizzare droni direttamente all'interno della Forza Armata, utilizzando stampa 3D e componentistica acquisita autonomamente.
È un'impostazione che potrebbe modificare profondamente anche il tradizionale rapporto tra industria, acquisizione e utilizzatore finale.
Guerra elettronica: pochi minuti per sopravvivere
Ma il drone è soltanto una parte del problema.
Secondo Masiello è cambiato lo stesso significato della superiorità aerea.
Non basta più controllare il cielo attraverso gli aeromobili tradizionali. Il dominio deve comprendere contemporaneamente spazio aereo, spazio, sensori e soprattutto spettro elettromagnetico.
La guerra elettronica torna così al centro della sopravvivenza sul campo di battaglia.
Masiello porta un esempio estremamente concreto tratto dal fronte russo-ucraino: nella fascia di contatto, un segnale elettromagnetico o un uomo che viene individuato può avere soltanto pochi minuti prima dell'arrivo di un drone.
«Non dura più di 4-5 minuti», spiega il Generale.
Una frase che da sola rende evidente quanto siano cambiate dispersione, occultamento, mobilità, comunicazioni e tempi decisionali.
Intelligenza artificiale nel comando e nella logistica
Altro capitolo fondamentale è l'intelligenza artificiale.
L'Esercito sta già lavorando alla sua applicazione nei sistemi di comando e controllo e nei processi decisionali, con l'obiettivo di ridurre il carico cognitivo sui comandanti.
Applicazioni sono allo studio e già in uso anche nella logistica, soprattutto nelle capacità predittive.
Ma Masiello pone immediatamente due limiti.
Il primo è evitare quella che definisce «atrofia cognitiva»: un comandante non deve arrivare al punto di considerare automaticamente corretta qualsiasi soluzione proposta da un sistema di intelligenza artificiale.
Il secondo limite è ancora più netto.
«Non delegheremo mai a un algoritmo una decisione sulla vita e sulla morte»
Per il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito la responsabilità finale dovrà rimanere umana.
La tecnologia potrà raccogliere dati, elaborarli, suggerire soluzioni e accelerare enormemente il processo decisionale.
Ma quando si arriverà a decidere sulla vita o sulla morte di una persona, la decisione non potrà essere delegata alla macchina.
«Sarà sempre un uomo che deciderà sulla vita e la morte», ha affermato Masiello.
È probabilmente uno dei passaggi politicamente ed eticamente più importanti dell'intera intervista.
Mission Command: dire cosa fare, non come farlo
La tecnologia impone anche una diversa velocità delle decisioni.
E questo significa inevitabilmente attribuire maggiore autonomia ai livelli inferiori della catena di comando.
Masiello richiama esplicitamente il principio del Mission Command: al subordinato viene indicato l'obiettivo da raggiungere, lasciandogli però autonomia sul modo migliore per conseguirlo.
«Diciamo cosa. Non diciamo mai come», sintetizza il Generale.
Un cambiamento culturale rilevante per un'organizzazione tradizionalmente gerarchica, nel quale l'iniziativa individuale diventa essenziale quando sul campo non esiste più il tempo necessario per attendere continuamente ordini dettagliati dai livelli superiori.
Sovranità tecnologica: non dipendere dagli altri quando servirà davvero
C'è infine la questione della sovranità tecnologica.
Per Masiello significa essenzialmente evitare che l'Esercito dipenda completamente da soggetti esterni che, nel momento di maggiore necessità, potrebbero non essere in grado o non voler fornire assistenza, aggiornamenti, componenti o tecnologie.
Ma la sovranità tecnologica non può essere costruita dalle Forze Armate da sole.
Servono industria, università, centri di ricerca e startup.
Masiello ha richiamato anche la piattaforma digitale promossa dal Ministro della Difesa proprio per favorire il dialogo tra questi diversi soggetti e permettere alla Difesa di accedere più rapidamente alle competenze presenti nel Paese.
Lo scenario futuro: sensori davanti, robot dietro, uomini infine
Il passaggio probabilmente più futuristico arriva nella parte finale dell'intervista.
Masiello affronta il rischio di una possibile «asimmetria etica» tra eserciti occidentali e avversari che potrebbero adottare criteri molto differenti nell'utilizzo dell'intelligenza artificiale e delle armi autonome.
Una risposta possibile è immaginare un campo di battaglia progressivamente stratificato.
Una prima fascia occupata principalmente dai sensori, incaricati di individuare e raccogliere informazioni.
Una seconda nella quale potrebbero confrontarsi direttamente sistemi robotici.
Soltanto successivamente entrerebbero in azione gli esseri umani.
Masiello sintetizza così una delle ipotesi sulle quali stanno ragionando anche altri eserciti: «Probabilmente i robot dovranno scontrarsi fra di loro».
Non significa che il soldato scomparirà dal campo di battaglia.
Significa probabilmente l'opposto: proteggerlo spostando progressivamente davanti a lui sensori, droni e sistemi autonomi destinati a individuare la minaccia e, quando possibile, affrontarla prima che siano gli uomini a entrare direttamente nella zona più pericolosa.
L'Esercito che emerge dalle parole di Masiello
Dalle dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore emerge quindi un modello di Esercito profondamente diverso da quello immaginato soltanto pochi anni fa.
Un Esercito ancora fondato su fanteria, artiglieria, mezzi corazzati e capacità convenzionali, che la guerra in Ucraina ha dimostrato essere tutt'altro che superate.
Ma contemporaneamente una Forza Armata nella quale ogni livello dovrà convivere con droni, guerra elettronica, intelligenza artificiale, cyber, sensori e sistemi robotici.
E nella quale il vantaggio decisivo potrebbe non appartenere semplicemente a chi possiede l'arma più potente, ma a chi riesce a osservare, comprendere, decidere e adattarsi più rapidamente dell'avversario.
È probabilmente questo il messaggio centrale dell'intervento di Carmine Masiello a Codice: la rivoluzione tecnologica dell'Esercito non può essere soltanto una corsa ad acquistare nuovi sistemi.
Deve essere prima di tutto una rivoluzione dell'addestramento, della cultura e del modo di pensare la guerra.
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