US Marine Corps: elementi chiavi per l’innovazione dell’Esercito Italiano
C’è un passaggio, nell’articolo “How the US Marine Corps Reinvented Itself in 2025” (Military.com, Darius Radzius, 30 dicembre 2025), che suona come una frase definitiva: i Marines si stanno equipaggiando per le battaglie che erediteranno, non per quelle che ricordano. Non è retorica. È il modo in cui una forza armata accetta di vivere in un mondo dove la guerra torna ad essere alta intensità, multi-dominio, accelerata dai dati, e dove l’errore più costoso non è “non avere l’ultimo sistema”, ma continuare ad allenarsi per un’idea di conflitto che non esiste più.
Il 2025, nella narrazione dell’articolo, è l’anno in cui il Marine Corps prova a dimostrare che la modernizzazione non è una presentazione in PowerPoint. È una disciplina quotidiana. È una fatica organizzativa. È un cambio di abitudini. E soprattutto è una scelta di metodo: Force Design non come riforma “una tantum”, ma come campagna continua di apprendimento e adattamento.
Modernizzare è un verbo al presente
La parola “reinvented” è ingombrante: sembra promettere rivoluzioni, tagli netti, identità riscritte. Eppure ciò che emerge è più sottile e, per questo, più serio. Reinventarsi, per i Marines, significa mettere mano a tre cose che normalmente cambiano con lentezza: formazioni, tecnologie, training. Non “a slogan”, ma “a livello squadra e batteria”, cioè là dove la guerra diventa manutenzione, turni, procedure, disciplina.
È una differenza cruciale: quando la modernizzazione resta al livello delle slide, la vita operativa continua a comportarsi come prima. Quando invece le domande arrivano fino ai reparti — “cosa cambia domani nel mio addestramento?”, “cosa cambia nella mia manutenzione?”, “cosa cambia in come mi schiero?” — la modernizzazione diventa reale. Ed è lì che si misura la leadership: nel rendere leggibile e praticabile il cambiamento.

La guerra dei dati: quando l’informazione diventa potenza di combattimento
Il cuore concettuale del racconto è Project Dynamis: l’idea che la superiorità non dipenda solo da “più piattaforme”, ma da un vantaggio nella decisione. Accorciare i tempi tra l’identificazione e l’ingaggio, unire sensori diversi, fondere dati, far lavorare umano e macchina insieme: tutto questo viene presentato come un modo per spezzare le rigidità delle vecchie “kill chain” e inseguire la “decision dominance”.
Qui c’è una presa di coscienza: nel conflitto moderno, spesso non vince chi vede per primo, ma chi capisce per primo cosa sta vedendo e agisce prima che l’informazione scada. E se il tempo è la nuova moneta, allora dati, modelli, capacità di fusione e procedure diventano una forma di armamento. “Data-driven decision-making” non è un vezzo tecnologico: è un modo per provare a sopravvivere in un ambiente in cui l’ambiguità è costante e le finestre di opportunità durano minuti.
La domanda che un capo militare dovrebbe portarsi dietro è scomoda e concreta: se i dati sono una risorsa da combattimento, chi li governa operativamente? Non l’IT, non l’amministrazione: la catena di comando. E se non esiste una cultura diffusa della qualità del dato e dell’uso degli strumenti decisionali, il sistema più avanzato finisce per essere una radio costosa.
Addestrarsi al peggio come nuova normalità
L’articolo insiste su un punto che, a leggerlo bene, è più “rivoluzionario” di qualsiasi drone: l’addestramento 2025 spinge a superare gli standard tradizionali per includere ciò che prima era eccezione. Logistica contestata, rifornimento senza porti o aeroporti garantiti, manovra senza GPS certo, comunicazioni sotto jamming, esercitazioni in cui il supporto aereo non è assicurato.
E poi un dettaglio simbolico: l’enfasi sul saper identificare bersagli con metodi analogici quando le reti digitali collassano. È il paradosso dell’innovazione seria: non significa dipendere dalla tecnologia, ma diventare resilienti anche quando la tecnologia viene negata. Si può essere moderni e, allo stesso tempo, addestrati alla perdita.

C’è una lezione culturale: la prontezza non è più “quanto bene eseguo in condizioni ideali”, ma “quanto riesco a fare quando il contesto mi tradisce”. È un cambio di mentalità. E richiede coraggio, perché addestrarsi al peggio espone limiti, mette in luce debolezze, aumenta frizione. Ma è proprio questa frizione che accelera l’apprendimento.
Droni e osservazione pervasiva: la battaglia dell’invisibilità
Se c’è un nemico costante nel 2025 dei Marines, è l’idea che non esistano più “zone d’ombra”. Droni sopra la testa, sensori ovunque, la possibilità di essere tracciati in tempo reale. In questo scenario, cambiano i fondamentali: riposizionamento rapido, deception, camuffamento, rapidità più che massa.
Qui entra un concetto che vale più di mille acronimi: la gestione dell’impronta elettromagnetica. Non basta “avere comunicazioni”; bisogna saperle usare senza diventare un faro. Non basta “emettere”; bisogna saper tacere. Non basta “connettersi”; bisogna saper operare quando connettersi è un rischio.
La riflessione è semplice e spietata: se l’avversario può vederti sempre, la tua sopravvivenza dipende dal modo in cui gestisci ciò che lasci in aria — segnali, emissioni, abitudini. La tecnologia, qui, non serve a farsi notare: serve a non farsi colpire.
Interoperabilità: non presenza, ma senso
Questo sposta l’interoperabilità dall’ambito “diplomatico” a quello “operativo”: non è un’etichetta, è una capacità. E produce un effetto spesso sottovalutato: crea una generazione di sottufficiali e giovani leader che non scopre il teatro “il giorno uno” di una crisi, perché ci ha già lavorato, lo ha già misurato, lo ha già interiorizzato.
C’è anche un altro filo: l’integrazione con partner e alleati non viene raccontata come “presenza per presenza’s sake”, ma come rotazioni collegate a profili missione. Radar costieri calibrati con unità locali, esercizi di force protection, rehearsals di cyber-recovery, capacità mediche expeditionary: un mosaico di attività che costruisce competenze, non cartoline.

Il lato ruvido della reinvenzione: rischi, incidenti, infrastrutture
L’articolo non evita le ombre. Parla di incidenti addestrativi e delle conseguenti revisioni di sicurezza. Parla delle difficoltà nel migliorare alloggi e infrastrutture, tra ritardi, ispezioni e limiti di budget. In altre parole: modernizzare i sistemi senza modernizzare ciò che li sostiene può creare un collo di bottiglia.
È una lezione che vale universalmente: la trasformazione non vive solo negli armamenti, vive anche nei capannoni, nelle officine, negli spazi sicuri per reti classificate, nei depositi adeguati per sistemi autonomi. La “guerra dei dati” pretende infrastrutture. La “forza distribuita” pretende logistica. La “prontezza” pretende condizioni di vita che trattengano competenze rare.
2026 come stress test: la realtà non perdona
Infine, l’orizzonte che si apre è quello del 2026: budget sotto scrutinio, wargame come audit operativo, after-action report che diranno se la teoria regge. La domanda non sarà “abbiamo comprato?”, ma “riusciamo a trasferire carburante, munizioni e dati abbastanza in fretta, in modo abbastanza sicuro, quando qualcuno cerca attivamente di impedirlo?”. È lì che una “campagna di apprendimento” dimostra di essere più di una formula.
Se una Forza Armata osserva questo percorso, la tentazione è prendere nota delle piattaforme, dei programmi, delle sigle. Ma l’idea più importante, in controluce, è un’altra: la modernizzazione è un metodo di governo della complessità.
Forse questa è la riflessione più utile: nel 2025 dei Marines, la reinvenzione non appare come una corsa alla novità, ma come la costruzione di un’organizzazione che accetta di cambiare sempre, perché il contesto cambia sempre. E in un’epoca in cui la guerra è anche velocità di apprendimento, la vera superiorità non è avere un sistema in più: è riuscire a trasformare rapidamente ciò che si è — senza perdere ciò che si è.
Born Alessandro Generotti, C.le Maj. Parachutist on leave. Military Parachutist Patent no. 192806. 186th RGT Par. Folgore/5th BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Founder and administrator of the website BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger and computer scientist by profession.














