Figli, guerra e consenso: Francia, Regno Unito e Italia davanti all’idea di Sacrificio
C’è una frase che, più di altre, ha attraversato le Maniche senza perdere forza: perdere i nostri figli. In Francia come nel Regno Unito, le parole pronunciate dai rispettivi capi di Stato Maggiore hanno aperto una crepa profonda nel discorso pubblico europeo. Non perché annuncino una guerra imminente, ma perché riportano al centro dell’immaginario collettivo qualcosa che per decenni era rimasto ai margini: l’idea che la difesa nazionale possa tornare a chiedere un prezzo umano diretto alle famiglie.
Il generale francese Fabien Mandon e il britannico Sir Richard Knighton parlano da contesti diversi, ma dentro una stessa cornice strategica: il ritorno della Russia come potenza percepita non solo ostile, ma potenzialmente esistenziale per l’Europa. Entrambi evocano la necessità di prepararsi, entrambi usano un linguaggio che esce dai confini tecnici della dottrina militare e irrompe nella sfera emotiva e civile. Ed è proprio qui che il confronto diventa rivelatore.
Francia: la frattura tra comando militare e società civile
In Francia, l’intervento di Mandon ha avuto l’effetto di uno shock. Il riferimento alla possibilità di “perdere i propri figli” non è stato presentato come una chiamata diretta alle armi, ma come un invito alla presa di coscienza di ciò che una guerra ad alta intensità comporterebbe. Il generale ha parlato a sindaci, cioè al livello più prossimo ai cittadini, rompendo una consuetudine: quella che vuole la comunicazione sul rischio bellico filtrata quasi esclusivamente dal potere politico.

La reazione è stata immediata e trasversale. Sinistra radicale, comunisti ed estrema destra hanno contestato la legittimità stessa di un capo militare nel porre il tema del sacrificio umano. Il governo è intervenuto in fretta per rassicurare, chiarendo che non si parlava di mobilitazione generale né di invio di giovani francesi a morire in Ucraina. Ma il danno simbolico era fatto: per la prima volta da anni, la guerra è entrata nel lessico della quotidianità, non come evento lontano, ma come possibilità che tocca i figli.
La Francia appare così divisa tra due impulsi. Da un lato, un apparato statale che investe sempre di più nella difesa e nella deterrenza; dall’altro, una società che rifiuta l’idea stessa di prepararsi psicologicamente a perdite umane, come se nominarle fosse già un passo verso l’inevitabile.
Regno Unito: la mobilitazione esplicita di tutta la società
Nel caso britannico, le parole di Sir Richard Knighton sono state ancora più dirette. Non solo ha affermato che le famiglie devono essere pronte a mandare i propri figli in guerra contro la Russia, ma ha esplicitamente chiamato in causa scuole, genitori e industria. Qui il messaggio non è soltanto psicologico: è organizzativo, culturale, quasi pedagogico.
Knighton parla di un conflitto non probabile ma possibile, e proprio per questo ritiene necessario preparare la società nel suo insieme. Il concetto chiave è quello di resilienza nazionale: più soldati, più riservisti, più cadetti, più lavoratori nell’industria bellica. Il sacrificio non è evocato come tragedia da temere, ma come valore da riscoprire, parte di un patto implicito tra cittadini e Stato.
Questa postura è coerente con la tradizione strategica britannica, storicamente più incline a integrare civili e militari nella narrazione della sicurezza nazionale. Non a caso, le dichiarazioni di Knighton si inseriscono senza fratture evidenti nel quadro politico delineato dal governo Starmer e nella retorica della Nato, che invita esplicitamente a una “mentalità da tempo di guerra”.

Due stili, una stessa inquietudine europea
Messe a confronto, le due vicende mostrano differenze di stile più che di sostanza. In Francia, il problema è chi parla e such as; nel Regno Unito, cosa si chiede alla società. Ma in entrambi i casi emerge una stessa difficoltà: preparare le opinioni pubbliche a scenari estremi senza perdere consenso democratico.
Il riferimento ai figli è il punto di massima tensione. È una leva potentissima, perché tocca la dimensione più intima della cittadinanza. Usarla significa ammettere che la guerra non è più solo questione di budget, tecnologia o deterrenza nucleare, ma di corpi, di biografie interrotte, di famiglie coinvolte. Ed è proprio questa ammissione che molte società europee non sembrano pronte ad accettare.
Il nodo irrisolto: dire la verità senza normalizzare la guerra
Francia e Regno Unito si trovano davanti allo stesso dilemma: come dire la verità sui rischi strategici senza scivolare in una normalizzazione della guerra? Tacere potrebbe illudere e disarmare psicologicamente; parlare troppo apertamente rischia di spaventare, dividere, o alimentare accuse di militarismo.
Le parole di Mandon e Knighton indicano che una parte degli apparati militari europei ritiene finito il tempo dell’ambiguità. Ma mostrano anche quanto il patto tra difesa e società sia fragile. In gioco non c’è solo la preparazione a un eventuale conflitto, bensì la capacità delle democrazie europee di affrontare l’idea del sacrificio senza perdere se stesse.
In questo senso, il vero terreno di scontro non è (ancora) militare. È culturale, politico e morale. Ed è lì che si decide se l’Europa saprà difendersi senza rinnegare la promessa, fatta alle generazioni cresciute dopo il 1945, che la guerra fosse ormai un capitolo chiuso della storia.

L’Italia come specchio della frattura europea
Questa percezione, però, non si traduce in una propensione a combattere. dove la distanza tra percezione del rischio e disponibilità al sacrificio appare quasi abissale. Secondo recenti rilevazioni, gli italiani stimano a 31 su 100 la probabilità che il Paese venga coinvolto in un conflitto entro i prossimi cinque anni: un valore tutt’altro che trascurabile, che segnala una crescente consapevolezza della vulnerabilità strategica.
Questa percezione, però, non si traduce in una propensione a combattere. Tra i cittadini in età potenzialmente mobilitabile (18–45 anni), solo il 16% si dichiara disposto a imbracciare le armi. Una quota ben più ampia si colloca agli antipodi del discorso dei vertici militari francesi e britannici: il 39% si definisce pacifista e pronto a protestare, il 19% diserterebbe, mentre oltre un quarto preferirebbe delegare la difesa a soldati professionisti o persino a mercenari stranieri. È una fotografia che racconta un Paese poco incline all’idea di sacrificio diretto, nonostante l’aumento consistente della spesa per la difesa negli ultimi dieci anni.
Il dato italiano illumina un nodo cruciale del confronto europeo: la maggioranza dei cittadini non si percepisce come “popolo di guerrieri” e ritiene che senza l’aiuto degli alleati il Paese sarebbe travolto. Allo stesso tempo, cresce la diffidenza verso l’alleato storico americano e prende forma un paradosso: più aumenta la sensazione di insicurezza, meno cresce il consenso per il riarmo tradizionale. Solo una minoranza vede nella deterrenza armata la chiave della pace, e appena un italiano su dieci considera accettabile l’ipotesi di dotarsi di un’arma nucleare.
Sul piano delle alleanze, l’Italia oscilla. La Nato resta un riferimento per circa metà della popolazione, ma emerge con forza l’idea di una difesa europea integrata, sostenuta da una maggioranza relativa. E tuttavia, sopra ogni opzione strategica, si impone una preferenza trasversale: la neutralità. Che si tratti dell’Ucraina, del Medio Oriente o persino di ipotetici conflitti che coinvolgano gli Stati Uniti, la scelta prevalente degli italiani è restare fuori, evitare schieramenti netti, ridurre al minimo il costo umano e politico della guerra.
Inserito accanto alle parole di Mandon e Knighton, il caso italiano rende evidente la profondità della frattura europea. Mentre alcuni vertici militari parlano apertamente di figli, sacrificio e mobilitazione nazionale, ampie porzioni delle società civili – soprattutto nell’Europa meridionale – reagiscono rifugiandosi nell’idea di delega, alleanza o neutralità. È questo scarto, più ancora delle minacce esterne, a rappresentare oggi la vera vulnerabilità del continente.
Born Alessandro Generotti, C.le Maj. Parachutist on leave. Military Parachutist Patent no. 192806. 186th RGT Par. Folgore/5th BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
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