Coraggio contro Acciaio: 18-19 dicembre 1941, la Xª Flottiglia MAS entra nella Leggenda
Nella storia delle operazioni speciali navali, poche azioni hanno avuto la forza simbolica e l’impatto operativo dell’incursione condotta nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941 nel porto di Alessandria d’Egitto. Fu un’operazione di audacia estrema, pianificata nei dettagli e portata a termine da un numero ridottissimo di uomini della 10th MAS Flotilla, impiegando i Siluri a Lenta Corsa (SLC), mezzi d’assalto subacquei che la lingua dei reparti aveva battezzato con un soprannome ormai entrato nella memoria collettiva: “maiali”.
10th MAS Flotilla: the terror of the Mediterranean
Alla fine del 1941 il Mediterraneo non era un “mare secondario”. Era una rete di rotte di rifornimento e di basi che tenevano in vita eserciti e campagne, soprattutto in Nord Africa. In quel quadro, Alessandria costituiva uno dei cardini della presenza britannica nel Mediterraneo orientale: un porto fortificato, sorvegliato, centro nevralgico per unità pesanti e per l’interdizione dei convogli. Colpirlo voleva dire tentare di ridurre la libertà d’azione della Royal Navy e alleggerire la pressione su un sistema logistico già fragile.
La prima azione di successo della Xª Flottiglia MAS si svolse il 25 marzo 1941 nella baia di Suda, a Creta. In quell’occasione sei barchini esplosivi MTM (Motoscafi Turismo Modificati) attaccarono le unità navali britanniche ancorate in rada, infliggendo danni gravissimi. Tra i bersagli colpiti figurava l’incrociatore HMS York, centrato in pieno e costretto a incagliarsi: ridotto a relitto, venne successivamente usato solo come batteria galleggiante.

L’arma dell’asimmetria: i Siluri a Lenta Corsa
Lo SLC era una risposta “povera” e geniale al problema della superiorità navale avversaria: non sfidare le grandi navi in battaglia, ma aggirarle con l’infiltrazione. Due operatori, in immersione, guidavano un mezzo lento e difficile, portando una carica esplosiva da fissare sotto la chiglia del bersaglio. La riuscita dipendeva meno dalla potenza pura e più da fattori umani: orientamento, calma, resistenza fisica, capacità di improvvisare dopo un guasto, e soprattutto disciplina nel rimanere invisibili.

La missione: entrare dove sembrava impossibile
L’operazione venne impostata come una penetrazione clandestina: costi minimi, rischi massimi, bersagli di altissimo valore. Il sommergibile Scirè portò gli incursori in prossimità dell’obiettivo, poi la responsabilità passò agli uomini e ai loro mezzi. Le difese di un porto militare non sono solo reti o sbarramenti: sono correnti, riflessi, rumori, pattuglie, procedure, casualità. È un ambiente dove l’errore non concede repliche.
I team erano tre, ciascuno con un compito preciso:
- Luigi Durand de la Penne and Emilio Bianchi puntavano alla corazzata HMS Queen Elizabeth (SLC n. 221).
- Vincenzo Martellotta e Mario Marino avevano come obiettivo la grande nave appoggio/cisterna Sagona e unità adiacenti (SLC n. 222).
- Antonio Marceglia e Spartaco Schergat erano diretti sulla corazzata HMS Valiant (SLC n. 223).

Sotto la chiglia: tecnica, nervi e imprevisti
Nella fase finale l’azione diventava quasi chirurgica: individuare il punto corretto, fissare la carica, armare i timer, allontanarsi. E farlo senza luce, con visibilità limitata, spesso con apparecchiature che non perdonavano guasti.
Il gruppo Durand de la Penne–Bianchi dovette affrontare seri problemi tecnici al mezzo e finì per operare in condizioni ancora più difficili del previsto. Nonostante ciò, riuscì a completare l’obiettivo, ma i due vennero catturati prima di potersi sottrarre alle ricerche.
Proprio qui nasce uno dei passaggi più noti della vicenda: poco prima dell’esplosione, Durand de la Penne avvertì un ufficiale britannico del pericolo imminente, senza rivelare la posizione esatta della carica. È un dettaglio che ha alimentato letture diverse, ma che viene spesso interpretato come un gesto di responsabilità verso vite umane, dentro la durezza della guerra.
Gli altri team, pur con difficoltà e arresti, completarono la posa delle cariche. La missione, nella sostanza, riuscì.

I bersagli colpiti e l’impatto operativo (e non solo) del raid
Alle prime ore del 19 dicembre 1941 le cariche esplosive piazzate dagli incursori della Xª MAS colpirono i bersagli designati nel porto di Alessandria, producendo un effetto operativo immediato e pesantissimo sulla presenza navale britannica nel Mediterraneo orientale.
La HMS Queen Elizabeth venne attaccata dalla coppia Antonio Marceglia – Spartaco Schergat, che riuscì a portare l’SLC sotto lo scafo e a collocare la carica in posizione utile: l’esplosione aprì la nave dal basso, provocando gravi deformazioni e allagamenti nei compartimenti interni, con danni tali da renderla inermi e indisponibile per un periodo prolungato.
La HMS Valiant fu invece il bersaglio dell’SLC condotto da Luigi Durand de la Penne – Emilio Bianchi. Anche qui l’esplosione, pur maturata in condizioni difficili e a ridosso dello scafo, ebbe effetti devastanti: la corazzata riportò danni seri alla carena e agli apparati, venendo messa fuori combattimento e sottratta alle esigenze operative nel momento più delicato della guerra.
Nello stesso quadro d’azione, la nave cisterna Sagona venne colpita dall’SLC di Vincenzo Martellotta – Mario Marino. L’esplosione fu particolarmente distruttiva, concentrata nella zona poppiera, con danni strutturali gravissimi che trasformarono la cisterna in un relitto inutilizzabile. Proprio quell’urto si ripercosse sulle unità vicine: il cacciatorpediniere HMS Jervis, affiancato alla Sagona durante il rifornimento, venne danneggiato per effetto diretto della deflagrazione, costretto a fermarsi per riparazioni.
In termini operativi, il risultato fu netto: in una sola notte la Royal Navy si vide sottrarre due navi capitali e subì ulteriori perdite e limitazioni logistiche, in un teatro dove anche pochi giorni di indisponibilità potevano spostare equilibri, tempi e scelte strategiche.
Non fu un colpo “risolutivo” dell’intera guerra nel Mediterraneo: la strategia dipendeva anche da aerei, radar, intelligence, capacità industriale e logistica. Ma fu un colpo che dimostrò una verità destinata a diventare regola: anche i porti più difesi sono vulnerabili se l’avversario sa pensare in modo asimmetrico.

Perché diventò leggenda
L’impresa di Alessandria è rimasta nella memoria per più ragioni:
- Sproporzione tra mezzi e risultato: pochi uomini, pochi mezzi, bersagli enormi.
- Altissima probabilità di cattura: le operazioni speciali navali di quell’epoca spesso prevedevano che rientrare fosse più un auspicio che un piano.
- Competenza tecnica e addestramento: immersione, navigazione subacquea, gestione esplosivi, improvvisazione.
- Dimensione etica e umana: la paura riconosciuta, la disciplina, e quel confine sottile tra colpire il nemico e limitare il sacrificio inutile.
Eredità: un capitolo fondativo delle operazioni speciali navali
Alessandria non è soltanto un episodio di cronaca bellica: è un tassello che ha contribuito a definire la cultura delle forze speciali navali moderne. Ha anticipato concetti oggi centrali: attacco mirato, sorpresa, infiltrazione, economia delle forze, e valore della preparazione individuale. Nel dopoguerra, molte marine del mondo avrebbero investito proprio in quella direzione, perfezionando dottrine e contromisure.
Ecco perché quell’azione è diventata “leggenda”: non per retorica facile, ma perché racconta come, in guerra, la tecnologia da sola non basta e come l’esito possa dipendere da pochissimi uomini capaci di entrare, silenziosamente, nel punto più protetto del dispositivo avversario.
Born Alessandro Generotti, C.le Maj. Parachutist on leave. Military Parachutist Patent no. 192806. 186th RGT Par. Folgore/5th BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Founder and administrator of the website BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger and computer scientist by profession.














