Caso Hannoun e la Guerra ibrida
Genova, 9 arresti e milioni sequestrati. È da qui che parte una delle inchieste italiane più delicate degli ultimi mesi sul finanziamento del terrorismo: secondo la Procura, un circuito di raccolta fondi “umanitaria” avrebbe alimentato Hamas attraverso triangolazioni finanziarie, associazioni-schermo e canali esteri. Al centro dell’operazione c’è Mohammad Hannoun, arrestato insieme ad altre otto persone.
L’operazione e l’accusa: beneficenza come copertura
Il quadro accusatorio, in sintesi, sostiene che circa 7 milioni di euro raccolti negli ultimi due anni con finalità dichiarate di sostegno alla popolazione palestinese sarebbero stati dirottati verso entità collegate a Hamas, sfruttando passaggi bancari complessi e organizzazioni con sede all’estero per “spezzare” la tracciabilità dei flussi. Le forze dell’ordine hanno inoltre sequestrato beni per oltre 8 milioni di euro, inclusa liquidità rinvenuta durante perquisizioni e controlli.
Secondo quanto riportato da fonti investigative e stampa, l’ordinanza cautelare è stata eseguita da Digos e Guardia di Finanza su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova. L’impianto dell’accusa parla di una struttura stabile che, dietro attività associative e iniziative di solidarietà, avrebbe sostenuto economicamente un’organizzazione considerata terroristica dall’Unione Europea.

Chi è Mohammad Hannoun e perché il suo nome ricorre da anni
Hannoun è indicato dagli inquirenti come snodo e promotore della raccolta fondi contestata. La vicenda, però, non nasce dal nulla: gli Stati Uniti lo hanno sanzionato già in passato. In comunicazioni del Dipartimento del Tesoro, Hannoun viene descritto come soggetto basato in Italia e legato a una presunta rete di fundraising per Hamas, attraverso un ente presentato come benefico.
Nota importante: tutte le contestazioni penali in Italia sono accuse nella fase delle indagini e valgono la presunzione d’innocenza e il contraddittorio processuale.
Un’inchiesta europea (e non solo): banche, segnalazioni e cooperazione
Un elemento che emerge con forza è la dimensione transnazionale dell’indagine. Ricostruzioni giornalistiche riferiscono che l’inchiesta avrebbe preso slancio anche grazie a segnalazioni di transazioni sospette e a un coordinamento con autorità di altri Paesi europei, oltre a contributi informativi esterni citati come rilevanti nella ricostruzione dei flussi.

Perché tutto questo rientra nella “guerra ibrida”
Di norma associamo la guerra a carri armati, missili e trincee. Ma le dottrine di sicurezza occidentali definiscono “minacce ibride” quelle azioni che combinano strumenti militari e non militari, spesso in modo coperto, per destabilizzare società e istituzioni. In questo senso, un presunto sistema di raccolta fondi mascherata può diventare un tassello tipico della dimensione “ibrida”:
- Sostiene capacità operative (se i flussi arrivano davvero a un gruppo armato o a sue articolazioni).
- Sfrutta infrastrutture legali (associazioni, conti, donazioni) riducendo il rischio percepito.
- Si mimetizza nel tessuto sociale, rendendo l’individuazione più complessa e potenzialmente divisiva.
- Genera polarizzazione interna: ogni intervento repressivo può essere letto come tutela della sicurezza o come attacco politico, alimentando fratture.
Il punto più delicato: sicurezza nazionale vs. spazio civico
La reazione politica e sociale, come spesso accade, è diventata parte della storia. Da un lato, le istituzioni hanno rivendicato l’importanza dell’operazione come contrasto al terrorismo; dall’altro, gruppi pro-Palestina hanno parlato di criminalizzazione della solidarietà.
È significativo che, in comunicazioni riportate dalla stampa, gli stessi inquirenti abbiano evidenziato un doppio binario: perseguire il finanziamento del terrorismo non cancella le sofferenze civili a Gaza né il bisogno di tutela dei civili, ma allo stesso tempo tali sofferenze non giustificano atti terroristici. È una frase che fotografa bene la trappola della guerra ibrida: far collidere, nello stesso spazio pubblico, temi umanitari e sicurezza.
Cosa insegna il “caso Hannoun”
Al di là dell’esito giudiziario, tre lezioni sono già chiare:
- Il denaro è un fronte: il contrasto passa da controlli antiriciclaggio, segnalazioni e cooperazione giudiziaria internazionale tanto quanto da intelligence e polizia.
- Le reti contano più dei singoli: quando esistono strutture associative e canali esteri, l’azione è efficace solo se “segue i flussi”, non solo le persone.
- Servono anticorpi democratici: trasparenza delle ONG, controlli proporzionati, tutela dell’aiuto umanitario legittimo e comunicazione pubblica rigorosa. Altrimenti il rischio è regalare agli avversari (statali o non statali) l’obiettivo tipico delle minacce ibride: dividere dall’interno.
Born Alessandro Generotti, C.le Maj. Parachutist on leave. Military Parachutist Patent no. 192806. 186th RGT Par. Folgore/5th BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Founder and administrator of the website BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger and computer scientist by profession.

Source: https://www.reuters.com/













