MI6: l’Integrità è la trasformazione che rende credibile un Organizzazione
Ci sono frasi che, dette in contesti diversi, finiscono per illuminarsi a vicenda. Da un lato il Gen. Carmine Masiello, parlando di un mondo tornato duro e instabile, avverte che “la pace è una parentesi fra due guerre” e che l’Esercito deve cambiare senza perdere la propria identità. Dall’altro, la capo dell’MI6 Blaise Metreweli – guidando un’organizzazione che per natura vive di riservatezza – sostiene che la trasparenza non è “dire tutto”, ma rendere chiari valori, scopo e responsabilità, perché accountability e fiducia sono la base della legittimità pubblica.
Il parallelo è potente: due istituzioni che rappresentano l’“hard power” in democrazia arrivano allo stesso punto. La trasformazione non regge se non è tenuta insieme da integrità. E l’integrità non è uno slogan etico: è il meccanismo che impedisce alla forza di diventare arbitrio, alla modernizzazione di diventare facciata, e al comando di scivolare nella rendita.
Tra pace e guerra: il tempo in cui viviamo non ammette finzioni
Metreweli descrive un Paese che opera “in uno spazio tra pace e guerra”, un’area grigia fatta di cyber, sabotaggio, disinformazione, tecnologie che accelerano il conflitto e consumano fiducia.
Masiello, dal canto suo, richiama tutti a una presa d’atto: non basta sperare nella stabilità; serve prepararsi mentalmente, organizzativamente, industrialmente. Perché ignorare la realtà – ritorno della guerra convenzionale, minacce ibride e multidominio – espone a rischi maggiori.
Qui nasce il primo legame con l’integrità: la lucidità. L’integrità, prima ancora di essere morale, è intellettuale: chiamare le cose col loro nome, senza anestetici retorici. Un’istituzione che si racconta un mondo più semplice di quello reale prepara la propria sconfitta.
Trasformarsi senza rinunciare all’identità: integrità come bussola
Masiello insiste su un punto: la trasformazione non è bellicismo, è prontezza; come i vigili del fuoco, ci si prepara prima dell’incendio. E il cambiamento vero non è solo nuovi mezzi: è cultura organizzativa, lotta alla burocrazia che erode addestramento, valorizzazione dei giovani, meritocrazia.
Metreweli, in un contesto opposto (l’intelligence), dice una cosa sorprendentemente simile: l’azione deve restare ancorata ai valori, e cita esplicitamente integrità e accountability come fondamento della fiducia.
Il punto comune è questo: l’identità non è nostalgia. È una griglia di coerenza. L’integrità è ciò che impedisce che “trasformazione” significhi semplicemente cambiare strumenti lasciando invariati i vizi: favoritismi, opacità, irresponsabilità, silenzi accomodanti.
Il “frozen middle”: quando il cambiamento si blocca per rendita
Masiello ha ricordato un fenomeno che esiste ovunque: il “frozen middle”, la fascia intermedia che rallenta l’innovazione per inerzia o per paura di perdere posizioni acquisite.
Ma qui l’integrità torna centrale: perché spesso il congelamento non è solo organizzativo; è etico.
- Se il sistema di avanzamento premia chi non disturba il manovratore, la prudenza diventa opportunismo.
- Se “non sbagliare mai” conta più di “fare bene”, nessuno rischia, nessuno innova, tutti coprono.
- Se le decisioni importanti si prendono per appartenenza e non per merito, il cambiamento diventa teatro.
E allora la trasformazione si riduce a un esercizio cosmetico: si comprano tecnologie, si riscrivono organigrammi, si cambia lessico… ma le dinamiche restano quelle di sempre.
Tecnologia e innovazione: la prova dell’integrità è nella responsabilità
Metreweli sottolinea che MI6 deve essere “fluente” nella tecnologia e che l’AI deve aumentare le capacità umane, non sostituirle.
Masiello, nel discorso che richiami, difende un principio analogo: la tecnologia non sostituisce l’uomo; e la decisione sull’uso della forza deve restare umana.
Qui l’integrità smette di essere astratta: è governance della scelta. In un’epoca in cui dati, droni e algoritmi moltiplicano la potenza, l’integrità è ciò che impedisce che l’efficienza diventi disumanità o che la scorciatoia diventi prassi.
Trasparenza “intelligente”: la lezione (paradossale) dell’MI6
È facile fraintendere la frase di Metreweli. Se un capo dei servizi segreti dice che la trasparenza non è rivelare ciò che deve restare segreto, qualcuno potrebbe sentirci una scappatoia. In realtà il messaggio è più severo: se non puoi mostrare i dettagli operativi, devi essere ancora più rigoroso nel rendere verificabili scopo, principi, controlli e responsabilità.
Questa è una lezione enorme per qualunque istituzione, e in particolare per quelle armate:
- Trasparenza non è “pubblicare PDF”: è far capire criteri e catene decisionali.
- Trasparenza non è spettacolo: è fiducia costruita su controlli e coerenza.
- Trasparenza senza integrità è marketing: tante informazioni, poca verità.
Quando non si persegue la linea dell’integrità: la catena delle scorciatoie (e il prezzo operativo)
Ed eccoci al nodo da sottolineare: cosa succede quando in ogni organizzazione gli standard di integrità vengono piegati?
Succede che la meritocrazia diventa recita e la fiducia si corrode dall’interno. Per esempio, quando:
- si favorisce chi è vicino al capo per corsi prestigiosi, comandi ambiti, incarichi sensibili, invece di usare criteri verificabili;
- si premia la compiacenza (yesman/yeswoman) e non la competenza;
- il nepotismo entra dalla porta di servizio, e carriere “impossibili” diventano improvvisamente normali;
- le graduatorie si manipolano e il merito viene riscritto a posteriori;
- errori gravi (anche con conseguenze drammatiche) vengono coperti con riconoscimenti invece che analizzati con serietà, responsabilità e – dove necessario – conseguenze;
- lo stile di comando tossico (umiliazione, angheria, prevaricazione, minaccia) viene scambiato per “carattere” e, anziché essere corretto, viene premiato;
- le regole valgono solo per alcuni: trasferimenti “ad personam”, scorciatoie amministrative, corsie preferenziali;
- gli standard si abbassano per far entrare chi “deve” entrare;
- le cordate sostituiscono la valutazione, e percorsi d’élite diventano filiere di fedeltà più che di eccellenza;
- gli incarichi esteri e di rappresentanza vengono assegnati per relazione, non per preparazione specifica.
Queste non sono soltanto ingiustizie. Sono rischi operativi.
Perché un’organizzazione militare vive di tre capitali invisibili: fiducia, competenza, coesione. Se la base percepisce che la regola è truccata:
- crolla la fiducia nella catena di comando (“non conta ciò che fai, conta chi sei”);
- si inquina la competenza (le posizioni chiave vengono occupate da chi è selezionato male);
- si rompe la coesione (crescono cinismo, silenzi, fuga dei migliori).
E quando arriva la pressione vera – quella dell’addestramento duro, della crisi improvvisa, del teatro operativo – è lì che si paga il conto.
Integrità come politica organizzativa: sette scelte concrete
Se il tema è l’integrità, allora servono “anticorpi” pratici, non prediche. Un’agenda credibile potrebbe includere:
- Criteri di selezione pubblici e stabili per corsi, comandi, incarichi: pochi indicatori chiari, tracciabili, difendibili.
- Commissioni miste e rotazione dove serve: ridurre il potere discrezionale concentrato e le catene di favore.
- Valutazioni che misurino anche lo stile di leadership: risultati sì, ma anche come li ottieni (clima, sicurezza, sviluppo dei subordinati).
- After Action Review seri e protetti: l’errore in buona fede si analizza; la colpa grave non si copre. L’obiettivo è imparare e proteggere vite, non salvare facce.
- Tutela reale di chi segnala criticità: senza protezione, tutti tacciono; e il silenzio è il fertilizzante delle degenerazioni.
- Standard non negoziabili: se abbassi l’asticella per qualcuno, la abbassi per tutti.
- Trasparenza “alla Metreweli”: non rivelare ciò che non si può rivelare, ma rendere verificabili controlli, criteri, responsabilità e cultura dei valori.
Conclusione: la trasformazione più difficile è quella che non si vede
Masiello parla di trasformazione per restare pronti in un mondo che cambia; Metreweli parla di fiducia e legittimità in un mondo in cui la linea tra pace e guerra si è sfilacciata.
Il punto d’incontro è limpido: la forza senza integrità perde credibilità; la modernizzazione senza integrità perde senso; il comando senza integrità perde l’anima.
E qui sta la verità più scomoda: comprare mezzi è difficile, sì. Ma la trasformazione più dura è un’altra: rifiutare le scorciatoie, spezzare la cultura della rendita, impedire che il merito diventi una finzione amministrativa.
Ultimately, l’integrità è ciò che regge quando nessuno guarda. E per chi serve lo Stato – in uniforme o nell’ombra – è l’unico modo per essere davvero, ogni giorno, all’altezza del mandato ricevuto.
Born Alessandro Generotti, C.le Maj. Parachutist on leave. Military Parachutist Patent no. 192806. 186th RGT Par. Folgore/5th BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
Founder and administrator of the website BRIGATAFOLGORE.NET. Blogger and computer scientist by profession.














