Franco Angioni, il generale che portò l’Italia in missione di pace
È scomparso a 92 anni Franco Angioni (Civitavecchia, 25 agosto 1933 – 28 ottobre 2025), generale e politico, simbolo di un’Italia militare che seppe coniugare disciplina, umanità e diplomazia. Figura amatissima, fu il primo comandante del contingente italiano in Libano all’inizio degli anni Ottanta: da quella missione nacque il modello d’intervento che avrebbe caratterizzato tutte le operazioni italiane di pace nel mondo.
Dalle aule della Nunziatella al comando della Folgore
Figlio di un sottufficiale sardo, originario di Norbello (Oristano), Angioni cresce con il senso del dovere e l’amore per la divisa.
Entrò alla Nunziatella Military School di Napoli nel 1949 e, dopo il percorso all’Accademia militare di Modena, divenne sottotenente dell’Esercito nel 1954.
Fu tra gli ufficiali più preparati della sua generazione: frequentò la Scuola di Guerra italiana e quella canadese, e nel 1962 ottenne persino il brevetto Ranger dello U.S. Army, un riconoscimento rarissimo per un italiano.
Nel corso della carriera guidò reparti paracadutisti, tra cui il Parachute Saboteurs Battalion which later became Col Moschin, e fu vicecomandante della Thunderbolt Brigade. Negli ambienti militari il suo nome era già sinonimo di carisma, competenza e capacità di comando.
Libano 1982: il volto umano della divisa
Il nome di Franco Angioni entra nella storia nel 1982, quando – col grado di colonnello – viene scelto per guidare il contingente italiano della Forza Multinazionale in Libano, durante una delle fasi più delicate della guerra civile.
La missione ITALCON, partita come operazione ONU ma trasformata in un intervento nazionale dopo il veto dell’URSS, si trovò a operare in un contesto segnato da dolore, diffidenza e instabilità. Eppure, sotto la guida di Angioni, gli italiani riuscirono in un’impresa quasi impossibile: conquistare la fiducia della popolazione locale.
Il generale invitava i suoi uomini a leggere e capire la storia e la cultura del Libano. Non voleva soldati che “occupassero” ma uomini che “incontrassero”.
Fu lui a volere un ospedale da campo a Beirut, aperto a tutti i feriti, senza distinzioni di fazione.

Emblematica la storia del piccolo Mustafà Haoui, curato dai medici italiani e diventato la mascotte del contingente. Quel bambino, salvato dalla guerra, avrebbe poi trovato in Italia una nuova vita e un lavoro da tecnico di laboratorio a Roma.
Quando la Folgore rientrò a Livorno nel febbraio 1984, la città accolse i paracadutisti come eroi. E con loro, Angioni divenne un volto familiare anche per l’opinione pubblica: un generale che sorrideva ai bambini, che parlava di pace e di dignità umana, non di vittorie militari.

Gli anni ai vertici e il servizio allo Stato
Dopo il Libano, la carriera di Angioni proseguì ai massimi livelli. Fu Capo del 3º Reparto dello Stato Maggiore dell’Esercito, poi comandante della Forza Mobile del Comando Alleato in Europa (NATO).
Nel 1989 divenne consigliere militare del presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, quindi comandante del III Corpo d’Armata di Milano, presidente del Centro Alti Studi per la Difesa e, dal 1994 al 1996, Segretario generale della Difesa e Direttore nazionale degli armamenti.
Ufficiale di rara competenza, era stimato anche all’estero. Oriana Fallaci si ispirò a lui per il personaggio del “Condor” nel romanzo Insciallah, dedicato proprio alla missione italiana in Libano.
Terminata la carriera militare nel 1996, Angioni non smise di servire lo Stato.
Nel 1997 venne nominato commissario straordinario del Governo per la missione italiana di supporto all’Albania dopo il collasso finanziario del Paese.

Nel 2001 fu eletto deputato nel collegio di Roma–Monte Sacro, come indipendente nelle liste dei Democratici di Sinistra. In Parlamento, da segretario della Commissione Difesa e membro della delegazione NATO, portò la sua esperienza di campo e la sua visione etica della politica internazionale.
Un’eredità morale
Franco Angioni ha incarnato un modo diverso di essere soldato: fermo ma empatico, patriottico ma mai retorico. Credeva che il compito delle forze armate non fosse soltanto combattere, ma “proteggere la vita, anche quella del nemico”.
Con la sua scomparsa, l’Italia perde non solo un generale e un uomo delle istituzioni, ma uno dei protagonisti della costruzione di una nuova identità militare italiana: quella del soldato di pace.
Le esequie di Aquila 1, Gen. C. A. Franco Angioni, si terranno venerdi 31, alle ore 11.30, presso la chiesa di S. Mattia, in via Renato Fucini 285 -Roma
Born Alessandro Generotti, C.le Maj. Parachutist on leave. Military Parachutist Patent no. 192806. 186th RGT Par. Folgore/5th BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor.
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