Quando, nel febbraio 2022, la Russia diede inizio all’invasione su vasta scala dell’Ucraina, numerosi osservatori occidentali ipotizzarono che le sanzioni economiche, l’isolamento finanziario e l’abbandono del mercato russo da parte di molte aziende internazionali avrebbero rapidamente compromesso la capacità di Mosca di sostenere il conflitto.
A oltre quattro anni di distanza, questo scenario non si è realizzato nei termini inizialmente previsti. L’economia russa non è uscita indenne dalle sanzioni e presenta squilibri sempre più evidenti, ma ha dimostrato una capacità di adattamento superiore alle attese, riconvertendo una parte considerevole del proprio sistema produttivo verso le esigenze militari.
La Russia non ha neutralizzato le conseguenze della guerra: ha piuttosto modificato le proprie priorità economiche, accettando di sacrificare investimenti civili, consumi e crescita futura per sostenere lo sforzo bellico.
La trasformazione in economia di guerra
Il principale strumento utilizzato da Mosca è stato l’aumento della spesa pubblica destinata alla Difesa, alla sicurezza e alla produzione industriale collegata alle Forze armate.
Fabbriche precedentemente attive a ritmi ordinari hanno ampliato i turni, aumentato il personale e ricevuto nuove commesse statali. La produzione di munizioni, missili, veicoli blindati, droni e sistemi elettronici è diventata una delle principali componenti dell’attività industriale russa.
Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare russa ha raggiunto circa 190 miliardi di dollari, con un aumento del 5,9% rispetto all’anno precedente e un’incidenza pari al 7,5% del prodotto interno lordo. Per il 2026, il bilancio russo ha inizialmente previsto una spesa militare complessiva di circa 14.900 miliardi di rubli, equivalente al 6,3% del PIL.
Queste risorse non finanziano esclusivamente le operazioni sul campo, ma alimentano un’intera filiera composta da industrie metallurgiche, chimiche, elettroniche, aeronautiche e meccaniche.
La spesa militare genera occupazione, sostiene i salari nelle regioni industriali e contribuisce formalmente alla crescita economica. Tuttavia, un carro armato, un missile o una granata aumentano il PIL nel momento in cui vengono prodotti, ma non generano necessariamente nuova capacità produttiva civile o un miglioramento duraturo del tenore di vita.
Lo Stato come principale motore dell’economia
La trasformazione russa è stata resa possibile dal ruolo centrale dello Stato. Il governo ha diretto capitali, credito, forza lavoro e materie prime verso le aziende considerate strategiche.
Le imprese della Difesa possono contare su contratti pluriennali, anticipi pubblici, prestiti agevolati e una domanda garantita. Questo ha permesso al complesso militare-industriale di continuare a funzionare anche in presenza di tassi d’interesse elevati e difficoltà nell’importazione di alcuni componenti.
Parallelamente, Mosca ha introdotto controlli sui movimenti di capitale, obblighi sulla conversione delle entrate in valuta estera e misure volte a stabilizzare il rublo. La Banca centrale russa ha inoltre adottato una politica monetaria molto restrittiva per contenere l’inflazione.
Nel giugno 2026 il tasso di riferimento è stato ridotto al 14,25%, rimanendo comunque su livelli estremamente elevati. La stessa Banca centrale prevede per il 2026 un’inflazione compresa tra il 4,5 e il 5,5%, mentre il Fondo monetario internazionale stima una crescita reale dell’economia russa dell’1,1% e un aumento dei prezzi al consumo del 5,6%.
Questi numeri descrivono un’economia che continua a crescere, ma molto più lentamente rispetto alla fase iniziale dell’espansione alimentata dalla spesa bellica.
Il commercio non si è fermato, ma ha cambiato direzione
Uno degli elementi decisivi della resilienza russa è stata la capacità di reindirizzare le proprie relazioni commerciali.
La drastica riduzione degli scambi con l’Europa è stata compensata, almeno in parte, da una maggiore integrazione con Cina, India, Turchia, Paesi del Golfo, Asia centrale e altre economie che non hanno aderito pienamente alle sanzioni occidentali.
Petrolio, gas, carbone e altre materie prime russe hanno continuato a trovare acquirenti, spesso con sconti e costi di trasporto superiori. Allo stesso tempo, beni occidentali e componenti industriali hanno continuato a raggiungere il mercato russo attraverso intermediari, triangolazioni commerciali e importazioni parallele.
Il risultato non è stato un completo superamento delle sanzioni. Mosca ha dovuto sostenere costi maggiori, accettare una crescente dipendenza da pochi partner e utilizzare circuiti commerciali meno efficienti. Tuttavia, il commercio estero russo non è stato isolato nella misura sperata inizialmente dai Paesi occidentali.
La Cina, in particolare, è diventata il principale fornitore di veicoli, macchinari, elettronica e numerosi beni a doppio uso. Questa relazione permette alla Russia di compensare parte delle restrizioni occidentali, ma aumenta progressivamente la dipendenza economica e tecnologica di Mosca da Pechino.
L’energia continua a finanziare il sistema
La disponibilità di grandi risorse energetiche rimane uno dei principali punti di forza dell’economia russa.
Le entrate derivanti dall’esportazione di petrolio e gas continuano a fornire valuta e risorse fiscali indispensabili. Finché Mosca riuscirà a vendere quantità consistenti di greggio sui mercati internazionali, il governo manterrà una notevole capacità di finanziare la spesa pubblica e militare.
La situazione è tuttavia meno favorevole rispetto ai primi anni di guerra. Gli sconti sul petrolio russo, le sanzioni contro la cosiddetta flotta ombra, i maggiori costi logistici e le oscillazioni dei prezzi hanno ridotto la redditività delle esportazioni.
Secondo alcune stime riportate da Reuters, nel 2026 le entrate energetiche potrebbero risultare inferiori del 18% rispetto a quanto previsto dal governo, contribuendo a un significativo ampliamento del deficit federale.
A queste difficoltà si aggiungono gli attacchi ucraini contro raffinerie, depositi e infrastrutture energetiche. Nel luglio 2026 Mosca ha dovuto ridistribuire carburante prodotto in Siberia e aumentare alcune importazioni per contrastare le carenze provocate dai danni alle raffinerie russe.
La crescita esiste, ma non è uniforme
La crescita dell’economia russa non riguarda tutti i settori nella stessa misura.
Le industrie collegate alla Difesa ricevono ordini, finanziamenti e manodopera, mentre numerose imprese civili devono confrontarsi con credito costoso, carenza di personale, aumento dei salari e difficoltà nell’acquisto di tecnologie.
La mobilitazione militare, l’emigrazione di una parte dei lavoratori qualificati e il trasferimento di tecnici verso le fabbriche della Difesa hanno aggravato una situazione demografica già problematica.
Il complesso militare-industriale può offrire salari superiori rispetto a molte aziende civili. Questo permette allo Stato di attirare lavoratori nelle produzioni strategiche, ma sottrae personale agli altri comparti e contribuisce alla pressione inflazionistica.
Il rischio è quello di creare un’economia a due velocità: da un lato aziende militari sostenute dalla domanda statale, dall’altro imprese civili penalizzate dal costo del denaro e dalla scarsità di risorse.
Il crescente peso sui conti pubblici
La capacità di finanziare la guerra non significa che il costo sia irrilevante.
Nel primo semestre del 2026 il deficit del bilancio federale russo ha raggiunto circa 5.730 miliardi di rubli, pari al 2,5% del PIL e a circa 1,7 volte il livello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente.
Per l’intero 2026, il deficit potrebbe superare di oltre mille miliardi di rubli le previsioni ufficiali, soprattutto a causa dell’aumento della spesa. Il governo prevede inoltre di posticipare fino al 2029 il ritorno a un saldo primario vicino all’equilibrio.
Mosca dispone ancora di margini di manovra. Il debito pubblico russo rimane relativamente contenuto rispetto a quello di molte economie occidentali e il governo può aumentare la tassazione, emettere titoli sul mercato interno e utilizzare le risorse residue dei fondi sovrani.
Ma questi strumenti non sono illimitati. Un maggiore indebitamento interno può assorbire capitali che altrimenti sarebbero destinati agli investimenti privati, mentre nuove imposte e tagli alla spesa civile trasferiscono progressivamente il costo della guerra su imprese e cittadini.
Le sanzioni hanno fallito?
Affermare che le sanzioni siano state completamente inefficaci sarebbe inesatto. Altrettanto inesatto sarebbe sostenere che abbiano portato l’economia russa sull’orlo del collasso.
Le sanzioni hanno aumentato il costo delle importazioni, ridotto l’accesso alle tecnologie occidentali, complicato le transazioni internazionali e indebolito le prospettive di sviluppo a lungo termine.
Non hanno però impedito alla Russia di continuare a produrre armamenti, esportare materie prime e finanziare le operazioni militari.
La loro efficacia deve quindi essere valutata rispetto agli obiettivi. Se lo scopo era provocare un rapido collasso economico e costringere Mosca a interrompere la guerra, il risultato non è stato raggiunto. Se invece l’obiettivo era ridurre entrate, aumentare i costi e limitare il potenziale tecnologico russo, gli effetti sono evidenti, ma si manifestano soprattutto nel medio e lungo periodo.
Un modello capace di resistere, ma non senza limiti
La Russia ha dimostrato di possedere strumenti che molte analisi iniziali avevano sottovalutato: grandi risorse naturali, capacità industriali ereditate dall’epoca sovietica, controllo statale dell’economia, un debito pubblico contenuto e la disponibilità di importanti partner commerciali non occidentali.
Questi elementi hanno permesso a Mosca di assorbire l’impatto iniziale delle sanzioni e di trasformare progressivamente il proprio sistema produttivo.
L’economia russa, quindi, regge ancora la guerra. Ma lo fa attraverso una crescente militarizzazione, una maggiore dipendenza dalla spesa pubblica e il trasferimento di risorse dai settori civili verso quelli militari.
Non si tratta di un’economia prossima al collasso, ma neppure di un sistema privo di vulnerabilità. La crescita rallenta, il deficit aumenta, il credito rimane costoso e una quota sempre maggiore delle risorse nazionali viene utilizzata per produrre mezzi destinati al fronte.
La questione decisiva non è soltanto per quanto tempo Mosca potrà continuare a finanziare il conflitto. Occorre chiedersi quale economia resterà alla Russia quando la guerra terminerà e quanto saranno profondi gli squilibri accumulati durante la trasformazione in una potenza produttiva sempre più orientata alle necessità militari.
Fonti:
- Fondo monetario internazionale https://www.imf.org/en/countries/rus
- Military Spending in Russia’s Budget for 2026 https://www.sipri.org/publications/2026/sipri-insights-peace-and-security/budget-fifth-year-war-military-spending-russias-budget-2026
- Reuters https://www.reuters.com/markets/europe/russias-2026-budget-deficit-may-exceed-plans-by-1285-billion-due-higher-spending-2026-07-16/
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