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Terremoto al Pentagono: si dimette il Segretario all’Esercito Dan Driscoll

Crisi al Pentagono: il Segretario dell'Esercito Dan Driscoll si dimette in aperto conflitto con Pete Hegseth. Al centro dello scontro la visione opposta sulla modernizzazione militare: Driscoll premeva per innovazione tecnologica e droni, mentre Hegseth procede con epurazioni ai vertici e focus su battaglie culturali, mettendo a rischio la prontezza operativa delle forze armate in un contesto geo…

Terremoto al Pentagono: si dimette il Segretario all'Esercito Dan Driscoll
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Terremoto al Pentagono: si dimette il Segretario all’Esercito Dan Driscoll

Terremoto al Pentagono: si dimette il Segretario all'Esercito Dan Driscoll
Condoralex Condoralex 02 settembre 2026 12 Scarica PDF

Crisi al Pentagono: il Segretario dell'Esercito Dan Driscoll si dimette in aperto conflitto con Pete Hegseth. Al centro dello scontro la visione opposta sulla modernizzazione militare: Driscoll premeva per innovazione tecnologica e droni, mentre Hegseth procede con epurazioni ai vertici e focus su battaglie culturali, mettendo a rischio la prontezza operativa delle forze armate in un contesto geo…

L’Esercito degli Stati Uniti si trova improvvisamente privo della sua guida civile e militare nel bel mezzo di una fase geostrategica estremamente complessa, segnata dai conflitti in Iran e Ucraina. Le dimissioni rassegnate da Dan Driscoll, Segretario dell’Esercito in carica dal febbraio 2025, non rappresentano soltanto l’ennesimo scossone all’interno del Dipartimento della Difesa, ma svelano una spaccatura profonda e interna al movimento trumpiano riguardo al controllo e alla trasformazione delle forze armate.

Driscoll non era un oppositore dell’amministrazione, bensì un alleato fidato, noto per la sua vicinanza personale al vicepresidente JD Vance (con cui aveva condiviso gli studi universitari a Yale) e stimato dallo stesso Donald Trump per le sue competenze manageriali e la sua capacità di mantenere un dialogo costruttivo e bipartisan con il Congresso. Ciononostante, il muro eretto contro le sue iniziative di rinnovamento ha reso la sua permanenza insostenibile.

I nodi centrali del confronto-scontro con Pete Hegseth

  • La modernizzazione tecnologica bloccata: Driscoll premeva per un profondo svecchiamento dell’apparato militare, puntando sull’utilizzo massiccio dei droni sul modello dell’esperienza ucraina e su armi a costi ridotti, riducendo drasticamente il peso economico dei grandi contractor tradizionali.
  • Le epurazioni ai vertici: Al centro della rottura ci sono i licenziamenti di massa decisi dal capo del Pentagono Pete Hegseth, volti a tagliare fino al 20% dei generali a quattro stelle e a rimuovere figure chiave della catena di comando ritenute non sufficientemente allineate.
  • La rimozione di ufficiali chiave: Tra le vittime illustri figurano Randy George (capo di Stato maggiore dell’Army e braccio destro di Driscoll), David Hodne (capo del comando di trasformazione) e Chris Donahue (comandante delle forze USA in Europa ed ex Delta Force).

Guerre culturali versus modernizzazione: le rivelazioni della CNN

Nuovi dettagli emersi grazie alle rivelazioni della CNN e rilanciati dall’Adnkronos confermano che il capo del Pentagono Pete Hegseth starebbe attivamente ostacolando il processo di modernizzazione dell’esercito, subordinando le esigenze strategiche alle battaglie culturali e alla sua rigida concezione del “guerriero americano”. Nel lasciare l’incarico, Driscoll ha espresso fortissime preoccupazioni all’amministrazione riguardo alla prontezza operativa delle forze armate, puntando il dito contro i licenziamenti dei generali direttamente responsabili dell’innovazione tecnologica.

Fonti interne ed ex funzionari della Difesa hanno evidenziato come l’allontanamento di figure del calibro di Randy George, Christopher Donahue (impegnato ad applicare le lezioni apprese dalla guerra dei droni in Ucraina) e David Hodne privi l’esercito di “tre dei leader di combattimento più esperti di una generazione”. Analisti come Mike O’Hanlon della Brookings Institution hanno sottolineato come Hegseth, sebbene teoricamente favorevole all’innovazione, finisca per disperdere le vere priorità strategiche a causa della sua ossessione per “false vendette e battaglie culturali”.

Dal canto suo, il Pentagono – per voce del portavoce Sean Parnell – ha respinto fermamente le accuse definendole una “totale invenzione” e ribadendo l’unità del Dipartimento attorno alla visione di Hegseth per il taglio della burocrazia. Tuttavia, funzionari interni confermano il divario operativo: mentre Driscoll premeva per accelerare la sperimentazione e l’acquisizione di nuove tecnologie (come i droni), Hegseth continuava a focalizzarsi sul comportamento dei soldati, sugli standard fisici e sul ripristino del warrior ethos.

Una lotta di visione all’interno del movimento MAGA

Il caso Driscoll evidenzia i limiti della strategia di Pete Hegseth, ex conduttore di Fox News salito al vertice del Pentagono con l’obiettivo dichiarato di epurare l’esercito da logiche “woke” e di imprimere una svolta nazionalista e letale. Sebbene entrambi condividano il background di veterani dell’Iraq e la militanza nelle università Ivy League, la visione di Hegseth appare orientata a un controllo politico stringente e diretto della Casa Bianca e alla rimozione della vecchia gerarchia burocratica, a scapito della pianificazione strategica a lungo termine.

Driscoll, al contrario, interpretava il ruolo di agente del cambiamento generazionale, denunciando apertamente le inefficienze dell’industria della Difesa e criticando le logiche di potere che rischiano di indebolire la prontezza operativa delle truppe.

“State togliendo di mezzo tre dei leader di combattimento più esperti di una generazione, che si trovavano in una posizione unica per definire le esigenze sul campo di battaglia.” — Ex alto funzionario dell’Esercito

Le ricadute politiche e la difficile successione

Il contraccolpo istituzionale è notevole. Oltre a Driscoll, si registrano le dimissioni del segretario della Marina John Phelan e del capo del comando Sud Alvin Holsey, acuendo il vuoto di potere ai vertici della difesa. Trovare e confermare nuovi leader tramite l’approvazione del Senato in tempi rapidi si prospetta un’impresa complessa, soprattutto a soli due mesi dalle elezioni di metà mandato (midterm). Il timore diffuso tra gli osservatori e gli alleati istituzionali è che il Pentagono finisca ulteriormente invischiato in guerre culturali, lasciando scoperte le priorità di sicurezza nazionale in un momento di acuta instabilità globale..

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