L’operazione condotta dal Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri ha portato alla luce un complesso sistema di spionaggio che, per oltre un anno, ha drenato segreti di Stato e informazioni sensibili verso i servizi segreti russi. Al centro della vicenda figurano due ex appartenenti all’intelligence italiana, finiti agli arresti domiciliari, e una rete di complicità che coinvolge altri cinque soggetti, tra cui diversi militari in servizio.
Le indagini hanno identificato in due ex 007 i principali attori dello scambio illecito di informazioni:
L’inchiesta non si limita ai due ex 007. Secondo la Procura di Roma, Piras avrebbe attinto a un bacino di sei fonti per reperire le informazioni riservate poi cedute a Mosca. Tra queste figurano quattro militari in servizio, i cui nomi sono finiti nel registro degli indagati insieme a un quinto soggetto civile.
Gli indagati, che dovranno rispondere a vario titolo di rivelazione di segreti militari, spionaggio politico-militare e procacciamento di notizie riservate, sono:
Secondo gli investigatori, il flusso di notizie riguardava ambiti critici per la sicurezza nazionale, inclusi i nomi di agenti impegnati nel controspionaggio italiano e le strategie antiterrorismo del Paese. Il “prezzo” per queste informazioni variava: gli scambi avvenivano spesso in contanti, con tranche che arrivavano fino a 4.000 euro per singola consegna. Durante le perquisizioni, gli investigatori hanno rinvenuto una somma complessiva di ventimila euro in contanti in possesso di uno degli indagati.
La vicenda ha spinto il governo italiano a una reazione diplomatica ferma: l’espulsione di due addetti militari della Federazione Russa in Italia, descritta dal vicepremier Antonio Tajani come una risposta necessaria a un'”ingerenza grave e inaccettabile” perpetrata attraverso le “armi ibride” utilizzate da Mosca per colpire l’Occidente.
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