Bruxelles ha dato il via libera finale al maxi-prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina. Mentre i colossi del Nord e i partner transalpini stringono accordi tecnologici per i droni di nuova generazione, l’industria italiana resta a guardare. Il rischio? Pagare per lo sviluppo di tecnologie che poi saremo costretti a ricomprare.
Il Consiglio UE ha messo il sigillo definitivo sull’ultimo atto legislativo che sblocca il prestito da 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina. Un’operazione finanziaria massiccia, che vedrà l’erogazione dei primi fondi già nel secondo trimestre del 2026. Se da un lato l’Europa celebra la ritrovata unità sotto la presidenza cipriota, dall’altro si aprono interrogativi pesanti su chi saranno i veri beneficiari industriali di questa pioggia di miliardi.
Dei 90 miliardi totali, ben 60 miliardi sono vincolati al rafforzamento delle capacità industriali della difesa. Il meccanismo è chiaro: i fondi serviranno all’Ucraina per acquistare prodotti militari da aziende ucraine, europee o di paesi terzi che rispettino il nuovo regolamento SAFE (Security Action for Europe).
Qui emerge la prima criticità: la disparità d’accesso. Mentre l’intero blocco europeo garantisce il prestito (che dovrebbe essere ripagato dalle riparazioni russe), i contratti rischiano di finire nelle mani di chi ha già le “corsie preferenziali”. Francia, Germania e Regno Unito hanno già blindato accordi bilaterali di cooperazione industriale profonda con Kiev. L’Italia, nonostante le eccellenze di Leonardo e delle nostre PMI, sembra faticare a tradurre il sostegno politico in quote di mercato e partnership tecnologiche di lungo periodo.
Il fronte ucraino è diventato il più avanzato laboratorio al mondo per l’impiego di UAV (droni aerei) e UAG (sistemi terrestri autonomi). Kiev sta sviluppando, insieme a ditte tedesche e britanniche, capacità di attacco deep-strike e sistemi di guida basati su AI che stanno riscrivendo la dottrina militare moderna.
La riflessione per il nostro Paese è amara: stiamo finanziando l’incremento capacitivo nazionale… degli altri? Senza una strategia che imponga il coinvolgimento dell’industria italiana nei processi di ricerca e sviluppo sul campo, il rischio è di fare la figura dei “cornuti e mazziati”. Metteremo i soldi per permettere a Kiev di testare droni di concezione franco-tedesca, per poi trovarci tra cinque anni a dover acquistare quegli stessi sistemi perché il nostro gap tecnologico sarà diventato incolmabile.
Il prestito è associato a condizioni rigorose sullo Stato di diritto e sulla corruzione, ma nulla dice sulla “geografia degli appalti”. Se l’Italia non si muove ora per agganciare i programmi di produzione congiunta in Ucraina — seguendo il modello delle fabbriche Rheinmetall o dei centri manutentivi BAE Systems — continuerà a versare contributi a “babbo morto”, perdendo l’occasione di un ritorno tecnologico vitale per la nostra sovranità nazionale.
I 45 miliardi già pronti per il 2026 sono un’opportunità enorme, ma anche un campanello d’allarme. In un’Europa della difesa che viaggia a due velocità, il rischio è che tutti mettano i soldi nel piatto comune, ma che alla fine a banchettare siano solo i soliti noti, lasciando all’Italia solo il conto da garantire.
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