L’Italia non ha bisogno di semplici correttivi, ma di una riforma legislativa radicale sulla scia del DDL proposto dal Ministro Crosetto. L’obiettivo? Liberare il mercato della Difesa dal “diritto di prelazione” dei grandi gruppi e aprire alle startup, passando da un sistema di rendita a un ecosistema di efficienza.
Il tentativo legislativo del Ministro Guido Crosetto di snellire le procedure di acquisizione e modernizzare lo strumento militare non era solo “opportuno”, era un atto di realismo strategico. La proposta mirava a superare un gap ventennale, scontrandosi però con le lentezze di un sistema abituato ai tempi lunghi della burocrazia ministeriale.
Oggi, quella visione deve tradursi in una Legge di Riforma del Procurement che introduca:
Negli Stati Uniti, Rahm Emanuel e l’amministrazione attuale hanno individuato il problema: le “Big Five” (Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, Northrop Grumman e General Dynamics). Questi colossi hanno operato per decenni in regime di quasi-monopolio, privilegiando il riacquisto di azioni proprie (buyback) rispetto agli investimenti in capitale e innovazione. Emanuel propone che il 30-40% dei fondi federali per le tecnologie emergenti sia sottratto a questi colossi e riservato a nuovi attori.
In Italia, la situazione è speculare. I grandi “monopolisti” nazionali esercitano un’influenza a 360° sull’ambiente militare, dettando spesso i requisiti tecnici invece di adattarsi alle necessità dei reparti.
La vera rivoluzione deve essere legislativa: vietare i monopoli di fatto nei settori a rapida evoluzione tecnologica.
L’Esercito, oggi il comparto più ingessato, deve diventare il laboratorio di questa riforma. È lì che serve la massima agilità: dai sistemi C-UAS (anti-drone) alla sensoristica distribuita. Se la legge non impone una rottura della dipendenza dai grandi gruppi, continueremo a pagare “prezzi da monopolio” per capacità operative obsolete.
L’Industria deve agire da partner, non da guida. Se non avremo il coraggio di una legge che apra il mercato alle eccellenze delle startup italiane, il nostro Paese rimarrà un acquirente di sistemi vecchi in un mondo che viaggia alla velocità del software. La rivoluzione del procurement non è una scelta industriale, è una necessità di sopravvivenza nazionale.
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