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Prima la vita dei soldati: basta sudditanza industriale

Il sistema militare italiano deve cambiare urgentemente per garantire la sicurezza dei soldati e dei cittadini. La lentezza burocratica, la dipendenza da industrie nazionali poco competitive e le pressioni di filiera rallentano l'adozione di tecnologie cruciali come droni e guerra elettronica. Serve una politica coraggiosa che metta l’operatività al centro, acquisti soluzioni estere quando serve.

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Condoralex Condoralex 07 febbraio 2026 252 Scarica PDF

Il sistema militare italiano deve cambiare urgentemente per garantire la sicurezza dei soldati e dei cittadini. La lentezza burocratica, la dipendenza da industrie nazionali poco competitive e le pressioni di filiera rallentano l'adozione di tecnologie cruciali come droni e guerra elettronica. Serve una politica coraggiosa che metta l’operatività al centro, acquisti soluzioni estere quando serve.

Negli ultimi anni il modo di combattere è cambiato più velocemente delle nostre procedure: droni economici, disturbi elettronici, sensori diffusi, comunicazioni resilienti, software che si aggiorna in settimane. In questo contesto, la qualità dell’equipaggiamento “qui e ora” non è un dettaglio: è un fattore di sopravvivenza.

E qui va detto senza giri di parole: se non cambiamo adesso, la lentezza, l’inerzia e la dipendenza da meccanismi incancreniti si pagheranno con il sangue. Prima con la vita dei nostri soldati, poi — in scenari peggiori, dove le minacce si avvicinano e diventano più aggressive — anche con la sicurezza degli italiani. Un sistema che mette procedure, interessi e abitudini davanti all’operatività non è solo inefficiente: è pericoloso.

Prima la vita dei soldati: basta sudditanza industriale
Prima la vita dei soldati: basta sudditanza industriale

Il punto non è “Italia contro estero”. Il punto è chi guida. E qui è utile richiamare le parole del Gen. Luciano Portolano: l’industria deve agire da partner, cioè supportare, non guidare le scelte della Difesa.

Dentro questa cornice, noi continuiamo a sostenere che Guido Crosetto stia imprimendo la direzione più corretta: mettere l’operatività al centro e spingere per modernizzare regole, tempi e mentalità. Per questo, a nostro giudizio, è il miglior Ministro della Difesa che la Repubblica abbia mai avuto.

Il problema: “sudditanza” industriale e scelte che arrivano tardi (o costano troppo)

1.1 Un bias che pesa sulle decisioni

In Italia gli acquisti militari seguono spesso percorsi lunghi e complessi. I controlli sono importanti, ma l’effetto collaterale è noto: si tende a privilegiare filiere consolidate e soluzioni “di sistema”, spesso nazionali, anche quando servirebbe velocità o esistono alternative migliori già pronte.

1.2 Offerta aggressiva, capacità non sempre allineate

Succede che l’industria nazionale “si proponga” anche su ambiti dove non è davvero pronta o competitiva. Il rischio è triplo:

  • requisiti che si adattano (anche inconsapevolmente) a chi è già dentro;
  • tempi e costi che diventano “normali” per abitudine;
  • rinvio dell’adozione di soluzioni efficaci già disponibili altrove.

1.3 La qualità non deve essere incontestabile

Un sistema sano permette ai reparti di dire: “non funziona”, “non è sicuro”, “non regge l’uso reale”. Se invece contestare un prodotto diventa difficile o “scomodo”, si crea un circolo vizioso: vince la quiete burocratica, non la qualità. E in ambito militare questa è una deriva grave.

1.4 Start-up e PMI: tante idee, poca scalabilità

L’Italia ha creatività e competenze, ma fatica a far crescere nuove realtà dual use/difesa dentro i meccanismi pubblici. Risultato: prototipi che non diventano dotazioni, innovazione che resta ai margini, e dipendenza cronica dai soliti canali.

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1.5 Il coraggio decisivo: comprare estero quando serve, soprattutto per salvare vite

Se una soluzione estera è più affidabile e disponibile prima (anti-drone, EW tattica, comunicazioni resilienti, sensori), va comprata. Sostenere l’industria nazionale è giusto, ma non può valere più della sicurezza dei soldati.
E vanno chiuse le porte a dinamiche di ricarichi opachi (rebrand, intermediazioni, “nazionalizzazioni” di facciata): se c’è valore aggiunto nazionale vero, lo si misura e lo si paga; se non c’è, non si paga.

Il caso droni: lavoro eccellente dentro l’Esercito, ma difficoltà evidenti a “decollare”

Il progetto droni nell’Esercito è la fotografia perfetta del problema. Da un lato, c’è una spinta reale e moderna: il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Gen. Carmine Masiello, ha posto il tema dei droni e dell’anti-drone al centro, sostenendo sperimentazioni e dimostrazioni operative.

Dall’altro lato, però, è evidente che la capacità droni fatica a diventare diffusa, stabile e rapida. Non perché manchi la visione interna, ma perché intervengono influenze negative esterne che frenano:

  • lentezze procedurali,
  • rigidità degli iter,
  • pressioni di filiera,
  • priorità che oscillano,
  • interessi che spingono scelte non sempre ottimali.

Il punto va detto con rispetto ma senza ambiguità: queste influenze danneggiano lo straordinario lavoro fatto dal Gen. Masiello e dall’Esercito, e rischiano di trasformare un’esigenza urgente in un percorso infinito.

E il prezzo non è teorico. Se il progetto droni non “decolla” davvero, e non diventa capacità diffusa, addestrata e mantenuta in modo stabile, noi mandiamo i reparti sul terreno con un divario che altri colmano ogni mese. Quel divario, in guerra e nelle missioni ad alto rischio, si traduce in perdite. Non è retorica: è la logica brutale dell’asimmetria tecnologica.

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Prima la vita dei soldati: basta sudditanza industriale

Guerra elettronica: oggi troppo “di nicchia”, mentre gli avversari la usano a tutti i livelli

Sulla guerra elettronica il problema è ancora più netto. L’Esercito ha reparti specialistici e competenze importanti, come il 33° Reggimento EW.
Ma il punto non è “avere un reparto eccellente”: il punto è che EW non può restare una capacità per pochi.

Oggi gli eserciti avversari impiegano la guerra elettronica in modo più capillare: dal livello strategico a quello tattico, fino alle unità più piccole. In molte guerre recenti, lo spettro elettromagnetico è diventato un terreno di scontro quotidiano: disturbi, negazioni, inganni, caccia ai link dati e ai droni.

Se EW resta confinata a poche “isole” specialistiche, noi rischiamo di combattere “inermi” nello spettro: quando perdi comunicazioni, navigazione, link dati e controllo dei droni, perdi anche tempo, coordinamento e protezione.

E qui vale una verità semplice: non cambiare non significa restare uguali, significa restare indietro. E restare indietro, in questo settore, significa mettere a rischio vite italiane.

Cosa deve fare la politica: 8 mosse concrete (e verificabili)

  1. Applicare davvero il principio Portolano: industria partner, non guida.
  2. Benchmark internazionale obbligatorio per capacità critiche (prestazioni, costi, tempi).
  3. Test indipendenti e realistici prima di comprare in grande.
  4. Rapid acquisition “salva-vita” per droni, anti-drone, EW tattica: comprare presto ciò che serve presto (con controlli seri, ma senza paralisi).
  5. Architetture aperte e modulari, soprattutto su software e sensori: evitare dipendenze dal fornitore.
  6. Protezione istituzionale per chi segnala problemi su sicurezza e prestazioni: la critica tecnica deve essere un dovere, non un rischio.
  7. Percorso vero per start-up e PMI: dal prototipo al contratto, se i test operativi sono superati.
  8. Trasparenza sui costi e sulle intermediazioni: costo totale, tempi reali, componenti estere/nazionali e valore aggiunto misurabile.
Prima la vita dei soldati: basta sudditanza industriale
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Conclusione

Se vogliamo un Esercito più efficace e più sicuro, il criterio non può essere “chi lo produce”, ma “quanto protegge, quanto funziona, quando arriva”. E la frase di Portolano va trasformata in regola operativa: l’industria deve supportare, non guidare.

Perché qui la posta in gioco è enorme: senza un cambio reale, questo sistema incancrenito continuerà a rallentare capacità decisive (droni, anti-drone, EW), e quel ritardo costerà vite: dei nostri soldati prima, e potenzialmente anche di cittadini italiani in scenari peggiori. La modernizzazione non è un lusso: è una forma di protezione nazionale.

E proprio qui si misura la qualità della politica: nel saper rompere inerzie e pressioni, e nel dare continuità a chi sta facendo lavoro serio dentro l’Esercito — come il Gen. Masiello sul fronte droni — evitando che fattori esterni ne rallentino l’effetto.

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Condoralex

Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor. Fondatore e amministratore dei siti web BRIGATAFOLGORE.NET e DIFESANEWS.COM. Blogger e informatico di professione. Socio Ordinario A.N.P.D'I. Sezione di Siena.

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