Aviotruppe

Lorenzo D’Auria, il Paracadutista che servì l’Italia

Nel ricordo dell’ex sottufficiale del 187° Reggimento Paracadutisti “Folgore”, caduto dopo il sequestro in Afghanistan. Un uomo dello Stato, un padre, un soldato rimasto fedele al proprio dovere fino all’estremo sacrificio

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Redazione Redazione 5 min di lettura 244 Scarica PDF
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Il maresciallo capo Lorenzo D’Auria, già del 187° Reggimento Paracadutisti “Folgore” e operatore del SISMI, fu sequestrato il 22 settembre 2007 vicino a Shindand, in Afghanistan. Ferito gravemente alla testa nel blitz di liberazione del 24 settembre, morì il 4 ottobre al Policlinico militare del Celio. Nel 2008 gli fu conferita alla memoria la Croce d’Onore.

Ci sono uomini il cui servizio alla Patria si svolge alla luce del sole, davanti alle bandiere e ai reparti schierati. E ce ne sono altri ai quali lo Stato affida un compito diverso: operare lontano dai riflettori, senza poter raccontare ciò che fanno, assumendo rischi dei quali perfino le persone più vicine conoscono poco o nulla. Lorenzo D’Auria apparteneva a questa seconda categoria.

Paracadutista, già sottufficiale del 187° Reggimento Paracadutisti “Folgore”, D’Auria aveva portato con sé nel successivo servizio nell’intelligence militare quella cultura professionale tipica dei reparti della Folgore: preparazione, disciplina, capacità di operare in condizioni difficili e, soprattutto, la convinzione che il dovere venga prima della propria sicurezza.

Quando morì, il 4 ottobre 2007 al Policlinico militare del Celio, aveva appena 33 anni. Era maresciallo capo dell’Esercito e operatore del SISMI. Viveva a Livorno, aveva tre figli piccoli e una compagna, Francesca, che avrebbe sposato in ospedale, in articulo mortis, mentre lui si trovava ormai in condizioni disperate.

Per comprendere davvero che cosa facesse Lorenzo D’Auria in Afghanistan occorre però andare oltre la semplice definizione di “agente segreto”. Il suo compito consisteva nel mantenere e sviluppare rapporti con la popolazione e con le autorità locali e nel raccogliere informazioni indispensabili alla protezione del contingente italiano dalla minaccia terroristica.

Era un’attività svolta lontano dalla protezione delle basi militari, in un ambiente nel quale ogni contatto poteva trasformarsi in un pericolo. Un lavoro silenzioso, poco visibile ma essenziale per prevenire attentati e proteggere i militari italiani impegnati nella missione ISAF.

Il sequestro, il blitz e l’estremo sacrificio

La mattina del 22 settembre 2007, durante una missione informativa nella provincia di Herat, nei pressi di Shindand, D’Auria, un altro sottufficiale del Servizio e alcuni collaboratori afghani furono intercettati da uomini armati e sequestrati.

Quando si interruppe il collegamento radio, cominciò immediatamente una vasta operazione di ricerca. Furono impiegati assetti italiani e alleati, mezzi aerei, elicotteri e forze speciali. L’intelligence riuscì infine a localizzare i sequestratori mentre si spostavano verso sud, nella provincia di Farah.

All’alba del 24 settembre scattò l’operazione di liberazione, condotta congiuntamente da forze italiane e britanniche. Fu un’azione drammatica e violentissima. I sequestratori furono neutralizzati e gli ostaggi liberati.

Quando i militari raggiunsero l’automezzo sul quale venivano trasportati i prigionieri, trovarono gli ostaggi ammanettati e bendati. Lorenzo D’Auria era stato colpito gravemente alla testa. Le sue condizioni apparvero immediatamente disperate.

Dopo le prime cure sul campo venne trasportato in Italia e ricoverato al Policlinico militare del Celio. Rimase in coma profondo e privo di respirazione spontanea. Solo un respiratore lo mantenne in vita nei giorni successivi.

Durante quelle ore drammatiche vennero celebrate le nozze in articulo mortis con Francesca, la donna con la quale da tempo aveva progettato di sposarsi. Un gesto privato e profondamente umano, consumato mentre attorno a lui si spegneva ogni speranza.

Il 4 ottobre 2007 Lorenzo D’Auria morì.

Sulle precise modalità del ferimento furono avviati accertamenti e perizie balistiche. La memoria istituzionale dello Stato, tuttavia, ha fissato con chiarezza il significato del suo comportamento e del suo sacrificio. Nel 2008 gli fu conferita alla memoria la Croce d’Onore, con una motivazione che ne sottolineava il sereno coraggio, l’elevata professionalità, l’altissimo senso del dovere e lo spirito di sacrificio.

Il ricordo di un paracadutista italiano

La morte di Lorenzo D’Auria colpì profondamente il Paese. Camera e Senato osservarono un minuto di silenzio. Il presidente del Consiglio Romano Prodi lo definì “un figlio caduto per tutti noi”, mentre le più alte autorità dello Stato e delle Forze Armate ne ricordarono il servizio reso alla sicurezza nazionale e alla pace.

Ai funerali celebrati nel Duomo di Modena parteciparono il ministro della Difesa e i vertici militari e dell’intelligence. Sul feretro, avvolto nel Tricolore, vi era anche il suo basco di paracadutista.

Ed è forse proprio quel basco a raccontare meglio di molte parole chi fosse Lorenzo D’Auria.

Prima dell’intelligence, prima delle missioni coperte e prima dell’Afghanistan, c’era stata la formazione del paracadutista: la disponibilità ad andare dove il compito lo richiede, sapendo che il rischio non può essere eliminato ma soltanto affrontato con preparazione, disciplina e coraggio.

Negli anni successivi anche i suoi familiari hanno continuato a ricordarlo. Dalle loro testimonianze emerge non soltanto il militare, ma l’uomo: un padre, un compagno, una persona profondamente interessata alla popolazione afghana e in particolare ai bambini che incontrava durante le proprie missioni.

A diciannove anni dalla sua morte, ricordare Lorenzo D’Auria significa quindi ricordare molto più di un operatore dell’intelligence caduto in Afghanistan.

Significa ricordare un soldato italiano formatosi nella Folgore, un sottufficiale che aveva scelto di continuare a servire lo Stato in uno dei settori più difficili e silenziosi, un padre di tre bambini e un uomo che aveva accettato consapevolmente il rischio connesso al proprio dovere.

La sua storia appartiene alla Folgore, all’Esercito e alla comunità dell’intelligence.

Ma soprattutto appartiene all’Italia.

Lorenzo D’Auria, Paracadutista e servitore dello Stato: presente!

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