Il caso di Torino, con un poliziotto aggredito brutalmente a calci e martellate, ha riportato al centro del dibattito pubblico un tema che in Italia resta irrisolto da anni: la tutela giuridica di chi indossa una divisa e interviene in situazioni di pericolo reale.
In quel contesto, come già evidenziato, il paradosso è evidente: se l’agente avesse fatto uso dell’arma per difendersi, oggi probabilmente sarebbe iscritto nel registro degli indagati, indipendentemente dall’esito e dalle circostanze. Un automatismo che pesa come una spada di Damocle su chi opera sul fronte dell’ordine pubblico.
È in questo quadro che si inserisce il nuovo pacchetto sicurezza su cui sta lavorando il Governo, con l’obiettivo di intervenire su ordine pubblico, criminalità giovanile, immigrazione e gestione delle manifestazioni.
Uno dei punti più rilevanti allo studio è l’introduzione di una tutela processuale per agenti e cittadini che agiscono in condizioni di legittima difesa o stato di necessità.
Oggi, anche quando l’uso della forza appare immediatamente giustificato, scatta quasi sempre l’iscrizione automatica nel registro degli indagati. Un atto formalmente “dovuto”, ma che in alcuni casi avvia un percorso giudiziario lungo, costoso e logorante, spesso concluso con un’archiviazione dopo anni.
L’idea dell’esecutivo è quella di superare questo automatismo, prevedendo che, in presenza di elementi oggettivi di legittima difesa, non scatti automaticamente l’iscrizione come indagato, lasciando alla magistratura strumenti di verifica preliminare senza trasformare subito l’operatore in imputato di fatto.
Non si tratta di una “licenza di sparare”, ma di una correzione del meccanismo processuale, pensata per evitare che chi sopravvive a un’aggressione debba poi affrontare un secondo fronte, quello giudiziario.
Il fatto di Torino rappresenta un esempio emblematico: un agente isolato, circondato, colpito con strumenti potenzialmente letali (tra cui un martello). In uno scenario simile, il tempo di reazione si misura in secondi, non nei tempi lunghi delle aule giudiziarie.
Eppure, nel sistema attuale, la consapevolezza che qualsiasi reazione armata comporterà quasi certamente un’indagine penale personale incide sulle scelte operative. È un elemento che pesa non solo sull’agente coinvolto, ma sull’efficacia complessiva dell’azione di polizia.
Il nuovo impianto normativo nasce anche per rispondere a questo nodo: restituire serenità operativa a chi è chiamato a decidere sotto stress estremo.
Il dibattito italiano non è isolato. In diversi Paesi europei la tutela degli operatori di polizia segue logiche differenti, spesso più aderenti alla realtà operativa.
In Francia l’uso della forza da parte delle forze dell’ordine è valutato secondo criteri di necessità e proporzionalità, ma non esiste un automatismo generalizzato di iscrizione come indagato. L’apertura di un’inchiesta avviene quando emergono elementi concreti di abuso, non per il solo fatto che l’arma sia stata utilizzata.
Il modello spagnolo riconosce esplicitamente il principio di “uso legittimo dei mezzi” da parte delle forze dell’ordine. Anche in questo caso l’indagine penale non è automatica: la prima valutazione tiene conto del contesto operativo, della minaccia percepita e della condotta complessiva dell’agente, con l’eventuale apertura di un procedimento solo in presenza di indizi specifici di illecito.
In Germania il sistema è fortemente orientato alla presunzione di correttezza dell’azione di servizio. Le indagini scattano solo in presenza di indizi specifici di illecito. L’uso dell’arma da parte della polizia, se coerente con le procedure e la situazione di pericolo, non comporta automaticamente conseguenze penali personali.
In sintesi, l’Italia rappresenta ancora un’eccezione per rigidità procedurale, più che per severità sostanziale.
Non mancano le perplessità. Alcuni settori della magistratura e associazioni per i diritti civili temono che una riduzione dell’automatismo possa indebolire i controlli o creare zone d’ombra nella valutazione degli abusi.
Il nodo vero, tuttavia, non è l’assenza di controllo, ma la sua collocazione nel tempo e nel metodo: controllo sì, ma senza trasformare ogni intervento critico in un processo anticipato.
Il caso di Torino ha mostrato in modo crudo ciò che da tempo molti operatori segnalano: la distanza tra la realtà della strada e il funzionamento del sistema giuridico.
Il pacchetto sicurezza su cui lavora il Governo prova a colmare questa distanza, intervenendo non sul principio della responsabilità, ma sull’automatismo che oggi penalizza chi agisce per difendere se stesso e gli altri.
Il confronto con gli altri Paesi europei dimostra che tutelare le forze dell’ordine senza rinunciare allo Stato di diritto è possibile. La sfida, ora, sarà tradurre questa intenzione politica in norme chiare, equilibrate e realmente applicabili.
Fonte: https://tg24.sky.it/politica/2026/02/02/decreto-sicurezza-cosa-prevede
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