Il suono delle sirene antiaeree che ha accolto il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, a Kiev è il paradosso di una pace che non è mai stata così vicina e, al contempo, così fragile. Mentre il termometro segna -20°C e la popolazione soffre il gelo per i raid alle infrastrutture, la diplomazia accelera in vista del decisivo round di negoziati ad Abu Dhabi.
Il nodo centrale non è più solo il se fermare le armi, ma il come garantire che non riprendano a sparare. La novità è sostanziale: per indurre Zelensky al compromesso, USA ed Europa sono pronti a fornire garanzie militari dirette.
“Gli Stati Uniti saranno la rete di protezione”, ha dichiarato Rutte, sottolineando come queste “solide garanzie di sicurezza” siano l’unico modo per permettere a Kiev di accettare una tregua senza il timore di un nuovo tradimento del Cremlino.
Dall’altra parte dell’Oceano, Donald Trump sbandiera i primi successi della sua strategia transazionale. Il tycoon ha confermato che Putin ha rispettato l’impegno di non colpire l’Ucraina per una settimana (“da domenica a domenica”) e si dice convinto che “buone notizie” siano in arrivo.
In questo scacchiere si reinserisce Emmanuel Macron. Il Presidente francese, finora tra i più critici verso Mosca, sta lavorando per riaprire un canale di comunicazione diretto con lo Zar. “Sarebbe utile, ma non credo che la Russia sia attualmente disposta a concludere”, ha ammesso con realismo, segnando però un cambio di passo rispetto alla chiusura totale dei mesi scorsi.
Nonostante le aperture, Mosca resta un’incognita. Se da un lato i fedelissimi di Putin definiscono “inaccettabile” la presenza di soldati occidentali in Ucraina, definendoli potenziali bersagli, dall’altro la pressione internazionale e la solidità della nuova coalizione a guida USA potrebbero costringere la Russia a una scelta senza precedenti.
Zelensky è stato chiaro: “Nessuno si arrenderà”, ma il sostegno alle misure di de-escalation americane conferma che la strada del dialogo, seppur stretta, è l’unica rimasta percorribile.
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