Di tanto in tanto riemerge sempre la stessa accusa: «in Italia ci sono troppi Generali». È una formula efficace, adatta a titoli rapidi e polemiche da social. Lo abbiamo visto anche nei commenti, per fortuna limitati, comparsi sotto il nostro post facebook sulla recente promozione di cinque Ufficiali Paracadutisti al grado di Generale di Divisione.
Il punto è che questa narrazione non regge alla verifica dei dati. E i numeri, in questo caso, sono più chiari di qualsiasi opinione.
L’Esercito Italiano conta oggi circa 170 Generali in servizio attivo, a fronte di circa 100.000 effettivi complessivi. Ne deriva un rapporto di circa un Generale ogni 588 militari.
Tale consistenza non è arbitraria, ma è espressamente regolata dalla legge. In particolare, il D.Lgs. 66/2010 – Codice dell’Ordinamento Militareto thearticolo 809-bis (vigente dal 26 febbraio 2014), stabilisce testualmente:
1. Le dotazioni organiche complessive per i gradi di generale e colonnello sono le seguenti:
a) generali di corpo d’armata e corrispondenti: 17;
b) generali di divisione e corrispondenti: 44;
c) generali di brigata e corrispondenti: 109.
Il totale massimo previsto è quindi 170 ufficiali generali.
Nel confronto internazionale, questo dato rientra nella forchetta comunemente riscontrata negli eserciti NATO, dove il rapporto tra ufficiali Generali ed effettivi tende a collocarsi tra un Generale ogni 450 e 550 militari, in funzione delle dimensioni delle forze armate, della struttura dei comandi, degli incarichi interforze e del contributo alle posizioni NATO permanenti.
Non emerge pertanto alcuna anomalia, né tantomeno un’“inflazione” di gradi apicali: l’organico dei Generali dell’Esercito Italiano è legalmente determinato, funzionalmente giustificato e allineato agli standard alleati.
Il confronto con gli altri eserciti europei della NATO rafforza ulteriormente questo quadro:
La conclusione, sul piano comparativo, è lineare: l’Italia non è il Paese con più Generali, né in valore assoluto né, soprattutto, in rapporto agli effettivi.
L’idea nasce da una narrazione giornalistica datata, spesso ripresa senza controlli, secondo cui l’Italia sarebbe “ipertrofica” nei vertici militari. In alcuni casi, il racconto è arrivato a includere storie inesistenti, diventati virali e mai davvero rimossi dall’immaginario pubblico.
Il meccanismo è ricorrente:
Il risultato è un numero artificiosamente gonfiato, distante dalla realtà organizzativa e operativa.
C’è poi un secondo tema, spesso usato per rafforzare l’indignazione: la retribuzione.
Anche qui vale la pena essere precisi.
In Italia, la retribuzione base annua lorda di un ufficiale generale varia indicativamente dai 110.000 and the 140.000 euro in funzione del grado (generale di brigata, divisione o corpo d’armata), al netto delle indennità variabili legate agli incarichi ricoperti. Tali valori derivano dall’applicazione delle tabelle parametriche previste dai DPR di recepimento degli accordi economici per il personale delle Forze Armate (in particolare DPR 24 marzo 2025, n. 52, e precedenti DPR 45/2022 e DPR 39/2018), che regolano il trattamento economico dei dirigenti militari.
A parità di grado e responsabilità, questi livelli risultano inferiori rispetto a quelli di molti omologhi europei.
In the Armée de Terre (Francia), le retribuzioni base degli ufficiali generali si collocano mediamente in una fascia compresa tra 130.000 e 170.000 euro annui, con punte superiori per i gradi apicali. Nel British Army (Regno Unito), i generali percepiscono retribuzioni ancora più elevate: per i gradi equivalenti, la base annua si attesta tra circa 160.000 e oltre 200.000 euro, a seconda dell’incarico.
Anche in Bundeswehr Heer (Germania), la fascia retributiva degli ufficiali generali risulta mediamente più alta rispetto a quella italiana, collocandosi tra circa 140.000 e 180.000 euro annui. Nei Paesi più piccoli ma fortemente integrati nelle strutture NATO, come il Belgian Land Component (Belgio) e il Royal Netherlands Army (Olanda), le retribuzioni dei generali si attestano comunque su livelli superiori o allineati alla fascia medio-alta europea, generalmente tra 130.000 e 165.000 euro annui.
A parità di responsabilità i Generali italiani risultano dunque collocati nella fascia più bassa del confronto europeo, a conferma di come il problema non sia l’eccesso, ma la distanza tra percezione pubblica e dati reali.
La risposta è che il numero degli ufficiali generali non è legato in modo meccanico all’esistenza di divisioni o corpi d’armata schierati sul terreno. Nelle Forze Armate moderne, infatti, molti incarichi possono essere ricoperti esclusivamente da Generali di Brigata, di Divisione o di Corpo d’Armata, indipendentemente dalla presenza di una grande unità “classica” alle loro dipendenze.
È il caso di numerose posizioni presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, gli Stati Maggiori interforze, i comandi non operativi, gli organismi di pianificazione e, soprattutto, gli incarichi in ambito NATO e multinazionale, dove il grado non è una formalità ma un requisito funzionale e gerarchico.
Va inoltre ricordato che negli ultimi due decenni il numero complessivo dei generali italiani è stato progressivamente ridotto, nell’ambito delle riforme degli organici e del ridimensionamento dello strumento militare, arrivando oggi a livelli molto contenuti rispetto alle reali esigenze operative, di comando e di rappresentanza internazionale.
Negli anni, le promozioni al grado di Brigadier General sono diventate progressivamente più restrittive. Un dato emblematico è rappresentato dal 172º Corso dell’Accademia di Modena, nel quale si è registrato un minimo storico, con la promozione, nel 2020, di soli 11 Generali di Brigata.
Parlare quindi di “eccesso” di generali, senza considerare questi contesti, significa leggere le Forze Armate ignorando i reali criteri della difesa contemporanea.
Il confronto con gli USA può anche dare ragione a chi dice “in proporzione ne abbiamo di più”, ma solo se ci si ferma al dato grezzo. Negli Stati Uniti, infatti, il numero di general e flag officers (O-7–O-10) è limitato per legge e, al 30 giugno 2025, erano 838 (su un massimo autorizzato di 857), a fronte di circa 1,32 milioni di militari in servizio attivo: in pratica circa 1 generale ogni 1.576 militari.
Il punto però è il contesto NATO: gli USA occupano spesso i ruoli apicali e “concentrano” molte posizioni di vertice, mentre gli alleati, Italia compresa, coprono soprattutto livelli intermedi e subordinati (vice-comandi, staff, componenti).
E in una struttura a piramide, più scendiamo e più aumentano i posti: è anche per questo che il rapporto generali/effettivi può apparire più alto senza indicare automaticamente un’anomalia o uno spreco.
Ripetere la narrativa dei “troppi generali” produce due effetti concreti e negativi: indebolisce la credibilità della catena di comando, proprio mentre la sicurezza nazionale e la deterrenza tornano centrali, e abbassa il livello del dibattito, sostituendo la verifica dei fatti con slogan.
In un contesto NATO, con missioni multinazionali, interoperabilità crescente e responsabilità diffuse, il tema non è “tagliare per principio”, ma capire come funziona realmente una Forza Armata moderna e come si confronta con i suoi pari.
No, l’Italia non ha troppi Generali. Semmai è vero il contrario: numeri alla mano, il modello italiano rientra nella normalità alleata e mostra un’impostazione fortemente equilibrata.
In un mondo abituato a scroll veloci e titoli ad effetto, la bufala resiste soprattutto perché raramente si va a verificare ciò che dicono i dati.
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