Il sequestro della petroliera Marinera da parte degli Stati Uniti (7 gennaio 2026) è solo l’episodio più visibile di una competizione marittima che ormai va ben oltre il barile di greggio: riguarda sanzioni aggirate, traffici d’armi, attacchi con droni e missili contro il naviglio civile, ma anche – e soprattutto – la parte meno fotografabile del confronto, quella sottomarina, dove passano cavi, dati, energia e dove si possono condurre azioni “grigie” difficili da attribuire.
È lo scenario descritto anche nell’analisi di Guido Olimpio sul Corriere: un “duello sui mari” fatto di flotte ombra, interdizioni, sabotaggi e cavi tranciati, in cui la dimensione marittima coinvolge grandi marine ma permette anche a soggetti meno strutturati (come gli Houthi in Mar Rosso) di colpire rotte globali.
In questo contesto, la domanda non è se l’Italia debba “tornare” al mare: ci è già. E la Navy sta costruendo una risposta coerente a minacce sopra e sotto la superficie, combinando presenza operativa, piattaforme multiruolo e un’accelerazione sulla “dimensione subacquea”.
Le “flotte ombra” sfruttano bandiere, società di comodo, spegnimenti/spoofing dei transponder, trasbordi nave-a-nave e rotte periferiche. È un gioco di persistenza (essere sul posto), riconoscimento (capire chi è chi) e azione legale/operativa (ispezioni, sequestri, scorte).
Qui la Marina opera su due leve:
Gli attacchi contro il traffico commerciale in Mar Rosso hanno dimostrato che anche attori non statuali possono imporre costi enormi con mezzi relativamente economici (droni, missili, barchini, intelligence “da social”). E la risposta più concreta è la difesa ravvicinata e la scorta, in mare aperto, per giorni e settimane.
In questo campo la Marina è già in prima linea con:
Se sopra la superficie il mondo vede, filma e commenta, sotto la regola è opposta: pochi sensori, grande profondità, incertezza sull’attribuzione. Proprio per questo la dimensione subacquea è diventata un terreno ideale per pressioni e intimidazioni senza dichiarazione di guerra.
La stessa Marina Militare descrive l’aumento di rischi contro infrastrutture critiche (linee energetiche, cavi di comunicazione, piattaforme), in parallelo alla proliferazione di sistemi robotici e droni subacquei sempre più accessibili.
E Rivista Marittima evidenzia la necessità di monitorare e salvaguardare con continuità infrastrutture sui fondali come cavi, oleodotti e gasdotti.
La risposta non è una singola nave “anti-cavo tranciato”, è una catena completa:
Su questo la Marina sta spingendo su più fronti:
Quando la minaccia è un sottomarino avversario, un drone subacqueo o un sabotaggio sul fondale, servono capacità specialistiche:
Il punto che lega petroliere sequestrate, cargo con armi, droni lanciati dalla costa e cavi tranciati è semplice: il mare è diventato un’infrastruttura globale, non solo una via di passaggio. Chi controlla rotte, choke point, fondali e dati, controlla pezzi di economia e sicurezza nazionale.
La Marina Militare si sta posizionando su questa linea di faglia con una logica moderna: sorvegliare, scortare, difendere sopra la superficie; monitorare, dissuadere, intervenire sotto la superficie; e farlo in coalizione, perché nessuno Stato europeo può coprire da solo un dominio così vasto e così “opaco”.
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