The cognitive warfare non è “solo propaganda”. Nella lettura più diffusa in ambito euro-atlantico, è l’insieme di operazioni (informative, psicologiche e tecnologiche) che puntano a influenzare percezioni, decisioni e comportamenti, erodendo fiducia, razionalità e coesione sociale: un dominio dove il bersaglio non è (solo) l’infrastruttura, ma la mente. La NATO lo descrive come un terreno di competizione che “attacca e degrada la razionalità” e coinvolge sempre più target non militari. In Italia, un dossier del Ministero della Difesa colloca il fenomeno dentro una risposta “whole of government”, cioè trasversale e coordinata tra difesa, intelligence, istituzioni e società.
Se questa è la cornice, l’articolo che hai riportato sul blocco di WhatsApp in Russia e la spinta verso l’app “Max” (VK) diventa un caso quasi da manuale: non perché dimostri “una campagna di manipolazione” nel senso classico, ma perché mostra come il controllo dell’ecosistema digitale (piattaforme, dati, canali di comunicazione) possa essere usato per ottenere un vantaggio nella dimensione cognitiva: ridurre l’autonomia informativa dei cittadini, aumentare la tracciabilità delle reti sociali e, in prospettiva, rendere più facile la censura selettiva e l’orientamento delle narrazioni.
La differenza sostanziale tra disinformazione tradizionale e cognitive warfare sta nel salto di scala:
Detto in modo brutale: se controlli i canali, controlli anche le condizioni in cui circolano idee e organizzazione sociale.
Secondo fonti internazionali, il 12 febbraio 2026 la Russia ha bloccato WhatsApp e, tramite dichiarazioni ufficiali, ha indirizzato gli utenti verso MAX/Max, alternativa sostenuta dallo Stato.
Questa mossa ha almeno tre implicazioni coerenti con la logica del cognitive warfare:
Runet è un progetto russo di rete più autonoma/isolabile. Questa traiettoria è compatibile con l’evoluzione normativa e tecnica della cosiddetta “Sovereign Internet Law” del 2019, che attribuisce a Roskomnadzor e allo Stato strumenti per gestire centralmente il traffico e, in scenari dichiarati di “minaccia”, arrivare fino all’isolamento del segmento russo.
Nel tempo, analisi di ONG e osservatori descrivono l’implementazione tramite apparati come DPI / TSPU (filtraggio e ispezione del traffico) che rendono più semplice bloccare o rallentare servizi e protocolli.
Qui sta il collegamento chiave con il cognitive warfare: non è solo censura (togliere contenuti), è controllo delle condizioni di comunicazione (chi può parlare con chi, con quale sicurezza, a quale costo, con quali alternative).
Per confrontare “guerra cognitiva” e “caso WhatsApp/Max”, la parte più concreta sono i provvedimenti che rendono possibile la sostituzione forzata delle piattaforme:
In questo quadro, “Max obbligatoria” va letta come continuazione della politica russa di preinstallazione del software domestico: un meccanismo che abbassa drasticamente la soglia d’adozione delle alternative nazionali e rende più efficace ogni blocco successivo.
The cognitive warfare descrive l’obiettivo: influenzare percezioni e comportamenti, sfruttando vulnerabilità cognitive e sociali.
Il caso WhatsApp/Max mostra il metodo “infrastrutturale”: invece di combattere solo sul piano dei contenuti, si agisce su:
In altre parole: il blocco di WhatsApp non è automaticamente “un’operazione di guerra cognitiva”, ma è un provvedimento che crea un ambiente informativo più controllabile, e quindi abilita (o rende più economiche) strategie di influenza, sorveglianza e censura. È la differenza tra “persuadere” e “progettare” l’ecosistema in cui la persuasione (o la repressione) diventa più facile.
Source: https://www.theguardian.com/world/2026/feb/12/russia-attempt-block-whatsapp-meta-says
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