In Germania la spesa per la difesa sta producendo effetti strutturali che vanno ben oltre il comparto militare. Il fondo straordinario da 500 miliardi di euro destinato a difesa e infrastrutture sta già incidendo sulla fisionomia del sistema manifatturiero nazionale, innescando una riconversione produttiva su larga scala. Non si tratta ancora di misurare l’impatto diretto sul PIL, ma di osservare come il programma stia riorientando competenze, investimenti e capacità industriali.
Secondo dati raccolti da fonti finanziarie internazionali, circa 500 imprese hanno già aderito alla piattaforma Svi Connect, promossa dal governo federale per facilitare l’ingresso delle pmi nelle filiere dei principali appaltatori della difesa, tra cui Rheinmetall. Le stime indicano che il numero potrebbe salire a 1.000 aziende entro il 2026. Un dato particolarmente rilevante è che oltre il 90 per cento di queste imprese non ha precedenti esperienze nel settore militare.
Si tratta prevalentemente di PMI con meno di 100 dipendenti, provenienti dai comparti della lavorazione dei metalliof the meccanica di precisione and the tecnologie Ict, interessate a diventare fornitori di componenti, materiali avanzati e servizi ad alto contenuto tecnologico. In questo quadro, la spesa per la difesa assume il ruolo di leva di politica industriale, capace di guidare una trasformazione strutturale del sistema produttivo tedesco.
Parallelamente, il bilancio del Ministero della Difesa è in forte espansione: per il 2026 supera i 108 miliardi di euro, con una traiettoria di crescita che potrebbe portare gli stanziamenti a circa 150 miliardi entro la fine del decennio, avvicinando la Germania agli obiettivi NATO. Una dinamica che conferma come il riarmo sia ormai parte integrante della strategia economica nazionale.
Uno degli aspetti più significativi di questa trasformazione riguarda il settore automotive, storicamente pilastro della manifattura tedesca e oggi sotto pressione per effetto della transizione elettrica, della concorrenza asiatica e del rallentamento della domanda europea. In questo contesto, la difesa emerge come sbocco produttivo alternativo, in grado di assorbire capacità industriale in eccesso e manodopera qualificata.
Non è casuale che i vertici di Volkswagen abbiano recentemente dichiarato di valutare la riconversione di alcuni stabilimenti verso produzioni di tipo militare. Si tratta di un segnale emblematico di un cambio di paradigma: l’industria della difesa non è più percepita come un settore di nicchia, ma come un ambito capace di garantire continuità produttiva, innovazione tecnologica e stabilità occupazionale.
Questo orientamento è rafforzato anche dalle dinamiche finanziarie. I titoli della difesa europea hanno registrato una crescita sostenuta negli ultimi anni, alimentata dalle aspettative di riarmo legate alle crescenti tensioni geopolitiche. Nel caso tedesco, tuttavia, colpisce la capacità di trasformare le aspettative in scelte industriali concrete, con lo Stato che svolge un ruolo attivo di coordinamento delle filiere.
Molti analisti individuano nel pacchetto fiscale tedesco uno dei principali fattori di traino della crescita europea prevista per il 2026. Ma l’impatto più profondo potrebbe manifestarsi nel medio periodo, attraverso il rafforzamento della Germania come hub manifatturiero e tecnologico della difesa europea.
La trasformazione del sistema produttivo tedesco solleva interrogativi rilevanti per l’Italia, il cui tessuto manifatturiero è storicamente integrato con quello tedesco attraverso complesse catene di subfornitura, soprattutto nel Centro-Nord. Da un lato, la riconversione in atto potrebbe aprire nuove opportunità per le imprese italiane già inserite nelle filiere della meccanica e dei materiali avanzati. Dall’altro, esiste il rischio che Berlino scelga di internalizzare una parte delle produzioni, riducendo lo spazio per i fornitori esteri.
A differenza della Germania, l’Italia non dispone al momento di un piano di riconversione industriale di pari scala e chiarezza strategica. Il comparto nazionale della difesa resta competitivo e tecnologicamente avanzato, ma soffre di una frammentazione strutturale che penalizza soprattutto le pmi e di una limitata capacità di coordinamento tra politica industriale e politica della difesa.
Negli ultimi anni non mancano tuttavia segnali di un progressivo cambio di passo. L’aumento degli stanziamenti per la difesa e la partecipazione a programmi industriali europei e internazionali offrono spazi di sviluppo significativi. La sfida centrale sarà trasformare la crescita della spesa militare in un moltiplicatore industriale, capace di sostenere la manifattura e accompagnare la transizione di settori in difficoltà, come l’automotive.
Il caso tedesco dimostra che la difesa può diventare una leva decisiva di politica industriale. Per l’Italia, la questione non è solo se seguire questa strada, ma come farlo, evitando di subire passivamente una trasformazione decisa altrove e mantenendo un ruolo attivo e competitivo nel nuovo assetto industriale europeo.
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