L’Artico non è più un “vuoto sulla mappa”: lo scioglimento dei ghiacci allunga la finestra di navigazione, rende più accessibili risorse e rotte (in primis il Passaggio a Nord-Ovest) e, soprattutto, sposta in alto la linea di contatto tra deterrenza, sorveglianza e competizione tra potenze. In questo contesto si inserisce Operation NANOOK-NUNALIVUT 2026 (Op NA-NU 26), l’esercitazione con cui il Canada sta mettendo in scena – e in pratica – la propria sovranità artica.
Secondo il resoconto pubblicato dal Western Sentinel (piattaforma informativa del Dipartimento della Difesa canadese), la 3rd Canadian Division ha dispiegato circa 750 militari e quasi 200 mezzi/equipaggiamenti (tra cui due obici M777) nel teatro artico per Op NA-NU 26. In totale partecipano fino a 1.300 membri delle Canadian Armed Forces insieme a personale alleato di Stati Uniti, Belgio, Francia e Danimarca: è la più grande contribuzione CAF a questa specifica iterazione da quando la serie Op NANOOK esiste (dal 2007).
L’operazione si svolge tra 14 febbraio e 15 aprile 2026 nei tre territori del Nord (Northwest Territories, Nunavut, Yukon), con baricentro nell’area del Golfo di Amundsen vicino a Cambridge Bay. L’idea è semplice e molto “artica”: se vuoi difendere e rivendicare uno spazio enorme, devi saperci arrivare, restarci e coordinarti con chi ci vive e con chi ti affianca. Per questo Op NA-NU 26 combina spostamenti su lunghe distanze, pattugliamenti, dimostrazioni e test in condizioni estreme, mantenendo il coinvolgimento di comunità e governi locali.
Tra i dettagli più simbolici (e mediaticamente “parlanti”) c’è l’uso dei M777 da 155 mm: secondo la documentazione citata nell’articolo, è la prima volta che questi pezzi d’artiglieria vengono portati a nord del 60° parallelo e che un sistema canadese da 155 mm viene fatto fuoco così a nord (Cambridge Bay è intorno a 69°N, oltre il Circolo Polare Artico). È un modo per dire: non stiamo solo “passando”, stiamo verificando capacità reali di schieramento e impiego anche nell’High North.
Op NA-NU 26 è parte dell’ombrello Op NANOOK, una serie annuale multi-dominio (terra, aria, mare e – sempre più – cyber/spazio) che coinvolge esercito, aeronautica, marina e Canadian Rangers. L’obiettivo dichiarato è affermare la sovranità attraverso “presence and surveillance”: presenza e sorveglianza, cioè il cuore della deterrenza in un ambiente dove infrastrutture e tempi di risposta sono tutto.
Un elemento chiave di questa edizione è anche la dimensione “di sistema”: Joint Task Force (North), quartier generali e task force terrestri, riservisti e Rangers. Il lungo pattugliamento (LRP) dei Rangers – circa 4.500 km dal confine Yukon-Alaska fino a Churchill (Manitoba), lungo tratti legati al Passaggio a Nord-Ovest e alla Baia di Hudson – rafforza l’idea di sovranità come continuità di controllo e cooperazione inter-agenzia (con RCMP e Parks Canada).
La narrativa canadese degli ultimi anni è coerente: l’Artico è l’“approccio” naturale al continente e un luogo dove cambiano insieme geografia fisica (clima) e geografia strategica (minacce, tecnologie, competizione). La linea guida è esplicitata in documenti come “Our North, Strong and Free” e in comunicazioni ufficiali che parlano di operare in modo sempre più persistente per detect, deter and defend contro minacce verso Canada e Nord America.
Qui entra in gioco NORAD e la modernizzazione della sorveglianza: il Canada sta puntando su radar e sensoristica a lungo raggio (incluso l’Arctic Over-the-Horizon Radar, con milestone e analisi pubbliche che indicano un percorso di capacità verso la fine del decennio).
L’aumento di attività e attenzione non è solo canadese. A febbraio 2026 la NATO ha annunciato Arctic Sentry, un’attività multi-dominio per rafforzare postura e presenza nel “High North”. In parallelo, analisi e reportage specializzati evidenziano come l’Alleanza stia cercando di rendere più continua la vigilanza in un teatro dove Russia e nuove tecnologie (droni, sensori, guerra elettronica) cambiano le regole dell’ingaggio e della sorveglianza.
Dietro l’immagine di convogli e artiglieria c’è un nodo meno spettacolare ma decisivo: l’infrastruttura (porti, aeroporti, comunicazioni, logistica) e il rapporto con le popolazioni del Nord. Anche le agenzie di sicurezza avvertono che l’Artico è terreno di pressione informativa e di intelligence, proprio perché è un’area ricca e più accessibile.
E poi c’è il mare: rompighiaccio, pattugliatori, capacità di operare “quattro stagioni”. In questo senso contano anche iniziative industriali e cooperative (come programmi legati ai rompighiaccio e alle filiere cantieristiche tra alleati), perché senza scafi, manutenzione e basi di appoggio la sovranità resta un concetto astratto.
Op NA-NU 26 mostra cosa significa oggi “difendere l’Artico”: non solo addestramento, ma capacità di presenza continuativa, integrazione con alleati (e quadri come NATO e NORAD), e strumenti di sorveglianza che riducono l’effetto distanza. Allo stesso tempo, l’Artico costringe a tenere insieme sicurezza e società: chi vive nel Nord non è “sfondo” dell’operazione, è parte del problema e della soluzione. Se la competizione globale sale di latitudine, la sovranità – canadese e alleata – si misura sempre più in chilometri percorsi, sensori accesi, infrastrutture reali e cooperazioni che funzionano quando il termometro scende sotto zero.
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