MOGADISCIO — Sabato di sangue e alta tensione nella città di Baidoa, nella Somalia meridionale. Violenti scontri a fuoco sono scoppiati tra le truppe governative e i miliziani fedeli a un leader regionale destituito, provocando diverse vittime tra combattenti e civili. L’episodio riaccende i riflettori sulla fragilità istituzionale del Paese africano, impegnato in una difficile transizione democratica proprio mentre l’intelligence e i contingenti internazionali — tra cui quello italiano — lavorano per garantire un minimo di sicurezza interna.
I combattimenti hanno sconvolto i quartieri di Baidoa, capoluogo dello Stato del Sud-Ovest, quando elementi armati hanno fatto irruzione nel tentativo di prendere il controllo di alcune aree strategiche. Secondo quanto riferito dal comandante militare Hussein Ali, le forze regolari hanno respinto l’attacco, contando sul terreno i corpi di almeno sei assalitori, descritti come “giovani manipolati dalla politica”. Testimonianze locali parlano anche del decesso di almeno due civili, colpiti da proiettili vaganti durante le fasi più concitate della sparatoria.
La miccia del conflitto risale allo scorso marzo, quando l’esercito federale ha rimosso l’ex presidente dello Stato regionale, Abdiaziz Hassan Mohamed Laftagareen. Quest’ultimo si era fermamente opposto alle riforme costituzionali promosse dal presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, che puntano a estendere il mandato presidenziale da quattro a cinque anni e a introdurre il suffragio universale diretto per l’elezione dei parlamentari, scardinando il vecchio sistema clientelare basato sulla scelta indiretta da parte dei clan. I disordini di sabato sono scoppiati proprio mentre la città si preparava al giuramento dei membri della nuova legislatura regionale, eletti lo scorso 10 maggio.
La costante instabilità in cui versano città chiave come Baidoa dimostra quanto sia cruciale il supporto internazionale per la sopravvivenza dello Stato somalo. In questo scacchiere geopolitico, l’Italia gioca da anni un ruolo di primo piano attraverso missioni bilaterali e multilaterali volte alla ricostruzione delle istituzioni locali.
La presenza italiana in Somalia
Il pilastro cardine dell’impegno di Roma è la MIADIT Somalia (Missione Italiana di Addestramento delle Forze di Polizia somale), un’iniziativa guidata dall’Arma dei Carabinieri. L’obiettivo principale è formare e addestrare il personale della Somali Joint Police Force, fornendo loro competenze nel controllo del territorio, nel contrasto al terrorismo e nella gestione dell’ordine pubblico. A questo si affianca la partecipazione italiana alle missioni dell’Unione Europea, come EUTM Somalia (per l’addestramento dell’esercito) e EUCAP Somalia (per il rafforzamento delle capacità di sicurezza marittima).
Senza questo lavoro di formazione e capacity building (sviluppo delle capacità istituzionali), l’esercito e la polizia somala non avrebbero le risorse per arginare i colpi di coda dei leader regionali spodestati né per contenere la minaccia pervasiva di Al-Shabaab, il gruppo jihadista che controlla ancora ampie porzioni del Paese.
Il cammino della Somalia verso elezioni pienamente democratiche resta in salita. Il mandato ufficiale del presidente Mohamud è scaduto lo scorso 15 maggio senza che le forze politiche abbiano trovato un accordo definitivo sulle modalità delle prossime consultazioni generali.
Mentre il governo centrale dichiara che il Paese si trova in un “periodo di transizione”, la realtà sul campo mostra una nazione profondamente spaccata tra le spinte modernizzatrici di Mogadiscio e le resistenze dei clan locali, pronti a imbracciare le armi pur di non perdere la propria storica influenza e autonomia.
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