In giorni in cui una notizia giudiziaria rischia di trasformarsi nel solito tritacarne mediatico, vale la pena rimettere i fatti al loro posto e la politica, quella vera, fatta di scelte strategiche, al centro. Il Generale Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, è finito sui giornali perché ascoltato in procura nell’ambito di un’inchiesta che riguarda appalti e rapporti con una società del settore (Tekne). Ma, proprio per come la notizia è riportata, parliamo di un’audizione come “testimone informato sui fatti”, non del ritratto di un comandante “sotto accusa” da sbattere in prima pagina.
Ed è qui che serve chiarezza netta, senza ambiguità: tutela dello Stato di diritto, prima di tutto. Perché qui non siamo nemmeno nel terreno, già sacrosanto, della presunzione di innocenza, colonna vertebrale di una democrazia: siamo prima, sul piano dei ruoli e degli atti. Non c’è un’accusa, c’è un’audizione. Un testimone non è un indagato, e un’audizione non è un capo d’imputazione. Chi indaga deve farlo fino in fondo; chi comanda deve essere valutato su atti, responsabilità, risultati. E chi informa dovrebbe evitare la scorciatoia del “caos” costruito a colpi di titoli.
È il confine che separa lo Stato di diritto dalla suggestione. Essere ascoltati come persona informata sui fatti significa che un magistrato chiede chiarimenti a chi, per ruolo istituzionale, può conoscere il funzionamento di procedure, strutture o processi decisionali.
La discussione che Masiello ha portato con forza nella sfera pubblica è semplice e, per un Paese spesso distratto, quasi rivoluzionaria: senza una componente terrestre credibile, equipaggiata e rispettata, l’Italia resta vulnerabile.
Ed è qui che scatta il cortocircuito mediatico. Quando un vertice militare sposta il fuoco dalla routine alla strategia, scelte che pesano, costano e cambiano le priorità, diventa più esposto non perché “colpevole”, ma perché centrale. Mettere questo tema “in prima fila” significa scegliere l’interesse nazionale contro la tentazione perenne della gestione ordinaria: quella che per anni ha ridotto l’Esercito a un capitolo di bilancio da contenere, o a uno strumento da esibire quando serve una foto, salvo poi dimenticarsene il giorno dopo.
Dentro questo quadro va letto anche l’episodio giudiziario oggi usato come leva narrativa. Masiello è stato sentito perché da anni ricopre ruoli di vertice nell’Esercito e nella Difesa, e in quanto tale può aver avuto conoscenza di rapporti tra l’amministrazione e i fornitori del settore, tra cui la società Tekne.
Lo stesso racconto ammette il dato decisivo: audizione da testimone, nessuna contestazione penale. Eppure titoli e costruzione insinuano altro: spostano il baricentro dal merito delle scelte al sospetto, dalla discussione sulla capacità operativa al rumore utile a consumare un nome in prima pagina.
Su alcuni organi di stampa si ricostruisce un contesto di appalti, contratti e presunte ombre che coinvolgerebbe più soggetti e più livelli, in una vicenda descritta come complessa e ancora in evoluzione; e si ricorda che Masiello è stato ascoltato mesi fa dagli inquirenti.
Bene: proprio questa complessità dovrebbe suggerire prudenza. Perché la differenza tra un servitore dello Stato and a “capro espiatorio utile” si vede quando si resiste alla scorciatoia del sospetto automatico.
Qui sta la sostanza: un Capo di Forza Armata non si misura dal rumore, ma dalla rotta che imprime. Masiello rappresenta una leadership che non si accontenta della mera routine di comando e non si piega alla logica dell’annuncio. Se un Paese vuole un Esercito moderno, deve accettare anche comandanti che dicono cose scomode: che la credibilità ha un costo, che l’equipaggiamento non è un optional, che la dignità e l’onore del soldato non si tutelano con i comunicati, ma con scelte coerenti, investimenti mirati e responsabilità politica.
Chi vuole davvero bene alle istituzioni non chiede immunità per nessuno. Chiede qualcosa di più difficile e più adulto: regole uguali per tutti, tempi della giustizia rispettati e la capacità di non trasformare un’audizione in procura in una sentenza sociale. È stato ricordato che Masiello è stato nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nel 2024 e che l’audizione è avvenuta come persona informata sui fatti: due elementi che, da soli, dovrebbero bastare a frenare le ricostruzioni più tossiche e le scorciatoie narrative.
Tutelare Masiello oggi, quindi, non è tifoseria. È igiene pubblica. Significa affermare che la modernizzazione della Forza Armata non può diventare ostaggio del clamore, né delle convenienze del giorno. Significa pretendere che le indagini facciano il loro corso, con rigore, e che, nel frattempo, l’Esercito non venga indebolito da un sospetto generalizzato: l’anticamera della sfiducia e, alla fine, della paralisi.
Se c’è una cosa che l’Italia non può permettersi è una difesa a intermittenza: attenzione quando scoppia il caso, oblio quando bisogna investire, pianificare, proteggere. Un vertice che insiste sulla centralità della componente terrestre, on the dignità dell’uniforme e sulla credibilità operativa sta facendo esattamente ciò che la Repubblica dovrebbe pretendere dai propri comandanti.
Il punto, allora, non è “schierarsi”, ma tenere la barra dritta: un servitore dello Stato non si trascina nel sospetto con un titolo. Si controlla, si verifica, si giudica, con rigore, ma non si delegittima. Perché delegittimare l’Esercito per riflesso significa indebolire la national security.
E questo, più di qualunque “notizia ad effetto”, è un lusso che non possiamo concederci.
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