È la frase che, da oltre settant’anni, tiene insieme l’Alleanza Atlantica più di qualsiasi esercitazione, vertice o comunicato: se attaccano uno, attaccano tutti. La NATO la chiama “difesa collettiva”, e la mette nero su bianco nell’Articolo 5 del Trattato di Washington. Poche righe, un peso enorme: un attacco armato contro un membro viene considerato un attacco contro l’intera Alleanza, con l’obbligo per ciascun Paese di aiutare l’alleato colpito.
Non è un automatismo militare, non è una “dichiarazione di guerra” in serie. Ma è la promessa che rende credibile l’ombrello NATO: la certezza, per un potenziale aggressore, che colpire un Paese significhi affrontarne molti.
Il punto centrale dell’Articolo 5 è noto anche a chi non mastica trattati: mutua assistenza. Se un alleato subisce un “attacco armato”, gli altri lo assisteranno “con l’azione che ritengono necessaria”, incluso l’uso della forza armata. Qui sta una delle parole chiave: ritengono necessaria. La risposta non è predefinita, non impone a tutti lo stesso livello di intervento. Ogni Paese decide come contribuire, coordinandosi con gli altri, tenendo conto anche dei propri vincoli costituzionali (in alcuni Stati l’invio di truppe all’estero richiede passaggi parlamentari).
Eppure, proprio questa flessibilità ha reso l’Articolo 5 uno strumento formidabile: lascia margini politici, ma non lascia dubbi sul principio.
Per capire la forza simbolica dell’Articolo 5 bisogna tornare al 4 aprile 1949, quando dodici Paesi firmarono a Washington il trattato fondativo. L’Europa era ancora in macerie dopo la Seconda guerra mondiale, e il clima era già quello della Guerra Fredda: l’Unione Sovietica consolidava la sua influenza a Est, l’Ovest temeva un’ulteriore espansione. L’idea era semplice e urgente: unire le forze per rendere un’aggressione troppo costosa anche solo da immaginare.
Da allora, la “promessa” dell’Articolo 5 è diventata il cemento del legame transatlantico fra Europa e Nord America: un patto politico prima ancora che militare.
Nel testo del trattato NATO la Carta delle Nazioni Unite non è un dettaglio ornamentale: è una cornice. L’Articolo 5 richiama infatti l’Articolo 51 della Carta ONU, che riconosce il diritto naturale all’autodifesa individuale o collettiva quando uno Stato è vittima di un attacco armato. Tradotto: la NATO non inventa da zero la legittimità della reazione, ma organizza un diritto già previsto dal diritto internazionale, trasformandolo in un obbligo reciproco tra alleati.
Qui le cose si complicano, perché il mondo si è complicato. Un’invasione di territorio resta l’esempio più evidente, ma la NATO sottolinea che la valutazione va fatta caso per caso e non è limitata a un solo “copione” di guerra convenzionale.
Il precedente che ha cambiato la percezione globale è quello dell’11 settembre 2001: gli attentati terroristici contro gli Stati Uniti vennero considerati un attacco rientrante nella logica dell’Articolo 5. Non tutto, però, ci rientra: eventi puramente interni, senza elemento internazionale, non attivano automaticamente la clausola (anche se gli alleati possono offrire supporto con altri strumenti).
E poi ci sono le aree grigie del presente: negli ultimi anni i leader alleati hanno chiarito che l’Articolo 5 può riguardare anche attacchi da, verso o nello spazio and that cyber attacchi significativi o altre azioni ibride possono, in determinate condizioni, essere considerati alla stregua di un attacco armato.
Non esiste una procedura “a bottone”. L’obbligo di assistenza nasce quando si verificano due condizioni:
Questo secondo punto è spesso trascurato: un Paese attaccato può scegliere di non invocare l’Articolo 5 e cercare altre strade. Se l’evento è grave, il Consiglio Nord Atlantico si riunisce subito e decide la linea politica, coordinando le risposte.
Da non confondere con l’Articolo 4, che prevede consultazioni quando un alleato ritiene minacciata la propria sicurezza: utile, frequente, ma non un passaggio obbligato verso l’Articolo 5.
È un dato che sorprende: l’Articolo 5 è stato applicato una sola volta nella storia NATO. Successe dopo l’11 settembre.
L’11 settembre arrivò la condanna e la solidarietà. Il 12 September, in meno di 24 ore, il Consiglio stabilì che se fosse stato confermato che l’attacco proveniva dall’estero, sarebbe rientrato nell’Articolo 5. Il 2 ottobre, dopo i briefing sulle indagini, la decisione diventò effettiva: gli attacchi vennero considerati coperti dall’Articolo 5.
The 4 ottobre 2001 la NATO approvò otto misure di supporto agli Stati Uniti: più condivisione di intelligence, maggiore protezione di infrastrutture e installazioni, supporto logistico e operativo (incluse autorizzazioni di sorvolo e accesso a porti e aeroporti), disponibilità a dispiegare forze navali nel Mediterraneo e a impiegare aerei AWACS.
Da lì partirono operazioni simbolicamente decisive:
Il paradosso dell’Articolo 5 è che la sua forza si misura soprattutto quando non viene invocato. È la base della deterrenza: esercitazioni, posture difensive, forze pronte, presenza militare. La clausola non vive solo nel momento dell’emergenza: sostiene un intero sistema di sicurezza che mira a rendere l’emergenza meno probabile.
In un mondo in cui le minacce cambiano forma — dal campo di battaglia tradizionale al cyberspazio, fino allo spazio — la NATO continua a presentare l’Articolo 5 come la sua promessa più netta. Poche righe, un concetto che vale da avvertimento e da rassicurazione: la sicurezza di uno è la sicurezza di tutti.
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